Loretto Rafanelli
“Una cara immagine in un sogno”

Seccareccia ritrovato

Esce a cura di Raffaele Manica e Arnaldo Colasanti l’opera poetica completa dell’autore campano. «Agitatore culturale», fondatore del Premio Frascati Poesia, libraio, narratore e poeta desideroso di scoperta e cambiamento. Ma anche cultore del «passo classico» e dotato di «un esemplare senso di misura»

Ci sono persone che costruiscono storie straordinarie, seppure catalogabili come mirabilmente comuni in quanto fissate nel procedere semplice della propria vita, tra panorami fedeli, affetti profondi e sforzi risoluti. Antonio Seccareccia, poeta e narratore, è stato tutto ciò, con un desiderio di “scoperta” e di cambiamento che, soprattutto nel secolo scorso, i più avveduti fortemente avvertivano, rimanendo pur sempre ancorati al proprio mondo. Seccareccia vive questo incrocio di emozioni e ambizioni, tra il conforto materno (gli scritti dedicati alla madre sono particolarmente struggenti) e familiare e l’attaccamento ai luoghi del cuore, quella terra del sud tanto presente nei suoi versi, giungendo infine a grandi traguardi personali e collettivi. Molteplici tappe che sono, a tutto tondo, l’inizio e la fine del suo stesso respiro, nel cerchio di una intensa esistenza.

Spieghiamo innanzitutto alcuni passaggi della vita di Seccareccia. Nato nel ’20 a Galluccio, in provincia di Caserta, quindi volontario in Africa e in Grecia, poi arruolatosi nell’Arma dei Carabinieri, e una volta congedatosi, a poco più di 40 anni, libraio a Frascati, e, nel contempo, scrittore in prosa e poesia quindi, con l’amico Caproni e altri (Acrocca, Reale, etc), fondatore del Premio Frascati Poesia, che è, mi pare, il più antico dei premi italiani. Come si vede, una vita davvero incorniciata da mille sussulti, da vedute che oltrepassano il fiume comune di aspirazioni e impegni. Con l’aggiunta che il piccolo fascinoso e laborioso paese di Frascati, al di là delle vestigia antiche (con le meravigliose ville, i siti archeologici e lo splendido Museo Tuscolano) e la nobile caratura (con il Conte che ancora domina la città dalla sua ricca dimora), diviene con lui centro culturale primario, da cui passano tutti i grandi poeti e scrittori italiani.

È bene però ricordare di Seccareccia non solo il ruolo di “agitatore” culturale, ma pure raccontare della sua scrittura poetica, del suo libro antologico di poesia: Una cara immagine in un sogno – L’opera poetica completa (Interno Poesia), voluto dalla figlia Rita (attuale animatrice del Frascati Poesia Seccareccia), e curato dai ben noti critici Arnaldo Colasanti e Raffaele Manica. Un libro diciamo subito che attraversa fisicamente la vita affettiva e geografica dell’autore, un libro esperenziale, e inevitabilmente fortemente esistenziale. Il poeta usa una parola diretta, una parola di verità, mai costruita, con gli affetti, i riferimenti, le delusioni (quell’aver rinunciato alle sue terre, ai suoi paesaggi), le bellezze, le amicizie, i doni della vita, e il sud tanto presente (dice Manica: «è una storia che ha sempre qualche tratto arcaico, primordiale, legato alla terra; ma il sentire è sempre moderno, contemporaneo»).

C’è in questa scrittura, tenera e delicata, profonda e dolente, una attenzione mai forzata e un passo classico, che diviene per lo stesso Caproni: «un esemplare senso di misura, che gli impreparati ignorano». Perché, vuol dire Caproni: non conoscono la filosofia, e il rapporto del poeta con questa, di cui era cultore. E ricorda Manica che ciò è da intendere come la filosofia intende, cioè: «il senso, la sostanza e le proprietà della “misura” sono stati il rovello e l’interrogazione di una parte grande della filosofia… e si tratta del limite». Partecipazione emotiva, visione storica, e dettagli di vita, ma, come è stato detto, soprattutto limite, che diviene rispetto per lo scrivere e per il proprio percorso, che si dovrà raccontare, a volte anche “cadendo” nel precipizio del ricordo e del guardare con ansia al tempo trascorso, ma pur sempre rimanendo allineati a quella traccia invisibile che fa della poesia non uno “sfogarsi”, ma un viverla davvero e mai consumarla, perché solo così si possono “restituire” le cose vissute, le cose da rammentare.

Ma Seccareccia, che Manica pone nell’area ermetica (e questo non so, o forse è vero), segue percorsi a volte davvero preziosi, versi fulminei, che sorprendono il lettore, che deve inseguire su mappe non codificate, e permettono di viaggiare su linee assai sorprendenti, soprattutto quando ci sono di mezzo panorami e scenari da definire dovutamente nella loro bellezza: «dopo la pioggia, / nel sole nuovo che gioca / con le ultime nuvole in fuga / nel vento aperto verso il mare di Ostia». Sono fasi in cui il poeta, come ogni vero poeta, sente quasi sfuggire l’immagine che crea: «Poi comincia a spegnersi coi giorni / nel vasto cielo della campagna romana, / muore nei tramonti / tra il porto d’Anzio e Ostia, nel mare / autunnale che accende di riverberi / la costa già nera». E siamo spesso nella meraviglia, ma a volte il poeta sottende altro, fino allo sconforto: «Guarda: quella linea di luce laggiù, / al fondovalle, che a volte riverbera, / sul nero cupo delle querce, oltre la chiesa / bianca e sola delle Cinque Pietre».

Così Seccareccia guarda in faccia l’esistenza, con le sue insidie, con i suoi lutti, come nella poesia dedicata al caro Caproni, appena deceduto, sospeso ai suoi occhi in un domestico paesaggio romano: «Oh, / si è spenta la grande luce, / fredda nella sua estrema chiarità, / che allietava i giorni di Monteverde, / tra una terrazza alta di Viale Pio Foà / aperta sulla Villa Pamphili. È partito / per il suo ultimo viaggio / il poeta giocoso e tragico, mite, / schivo…». Il tempo, il tempo che incalza che si fa figura, che si fa soglia, frattura fisica, appeso verso il fondo, ma pure alla preghiera (diffusa nel libro), eppure semplicemente poi il tempo diviene quasi fraterno e infinitamente tenero: «il tempo è così: un altro mare, / invisibile, dove il passato è un’onda / che si stacca da noi-riva e s’allontana / fino a svanire negli occhi all’orizzonte».

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