Daniele Luti
I segreti di uno scrittore

Passeggiate volterrane

Una poesia di Sam Hamill e il viaggio a Volterra di Orson Welles e Gillo Pontecorvo: memorie di vita letteraria (e di prodigi) in Toscana

Che poi, essendo volterrano, io mi posso permettere di amare Pisa, Lucca e di certo Livorno, città che mi comunica un sentimento romantico e barricadero al tempo stesso, un luogo che io penso come pervaso da una luce incandescente e vigorosa, quella che, per me, caratterizza la primavera ormai visitata dall’estate. Per questo, quando Alessandro Agostinelli, nel marzo del lontano 2003, mi chiamò per invitarmi a una manifestazione labronica chiamata “Mangiarsi le parole”, dichiarai subito la mia disponibilità. Anche perché mi si chiedeva di presentare L’avvocata delle vertigini, un romanzo Adelphi di Piero Meldini che era ed è autorevole studioso e, al tempo, bibliotecario della Gambalunghiana di Rimini. Lo avevo fatto conoscere ai miei concittadini pochi mesi prima in una serata di freddo inverno con la “bisanfora” che follettava in piazza dei Priori costringendo i volterrani a valorizzare il festina, rispetto al lente, dell’ossimorico motto augusteo, stando a Svetonio, molto seguito nella nostra città.

L’appuntamento con Alessandro era davanti all’Hotel Victoria. Per chi ignora la storia di Pisa, il Victoria è anche un tempio della “sfragistica” del Grand Tour, e non solo, visti i registri ricchi di firme, i frammenti di lettere, le lettere intere, i cimeli raccolti, conservati con criteri scientifici dai raffinati proprietari del locale e che raccontano intrecci domestici, parentele, gerarchie familiari, vita della nobiltà di tutta l’Europa, più rarità linguistiche che danno ragione a Leopardi che così scriveva il 12 novembre del 1827: «[…] Vi si passeggia poi nell’inverno con gran piacere, perché v’è quasi sempre un’aria di primavera: sicché in certe ore del giorno quella contrada è piena di mondo, piena di carrozze e di pedoni: vi si sentono parlare dieci o venti lingue, vi brilla un sole bellissimo tra le dorature dei caffè, delle botteghe piene di galanterie e nelle invetriate dei palazzi e delle case, tutte di bella architettura. Nel resto poi, Pisa è un misto di città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico, che non ho veduto mai altrettanto. A tutte le alte bellezze, si aggiunge la bella lingua».

Ebbene, quando con una puntualità, per Alessandro poco usuale, è arrivato, ho visto che non era solo. Accanto a lui camminava Sam Hamill, un poeta assai conosciuto negli States e in Europa anche se ignorato in Italia, tranne che da Alessandro che, al tempo, era un giovanissimo giornalista e poeta, e uno studioso di cinema e di letteratura nordamericana nonché melomane militante. Era uscito da qualche anno da un’esperienza unica ed entusiasmante, per creatività, per originalità e per romanticismo, quello di chi ha la pretesa di trasformare i sogni in progetti e in eventi, avendo oltretutto la vocazione encomiabile di pensare in proprio. Era stato, infatti, nemmeno trentenne, portavoce e braccio destro di Piero Floriani, sindaco di Pisa negli anni 1994-1998 oltre che docente universitario e studioso eccelso e conosciuto dell’Umanesimo, di Bembo e di personalità stravaganti e originali come Michele Marullo Tarcaniota.

Ho detto, a proposito della fama popolare di Hamill, che era poco conosciuto tranne che da Alessandro e, grazie a lui, dal nostro piccolo gruppo di investigatori culturali sprezzanti nei confronti delle indicazioni che davano i paginoni centrali dei giornali perbene. Noi preferivamo seguire parametri personali. Il nostro sodalizio, infatti, era costituito da personaggi appartenenti a generazioni diverse, ma unite dalla mancanza di diplomazia e dalla stravaganza con forti caratteri ereticali.

Sam Hamill fu per me una vera sorpresa. Mi piacque per i caratteri marcati della sua espressione e per il tono della voce che era potente e scandito come quello di una persona che è abituata a dire quello che pensa. Era intanto un poeta originale e versatile per atmosfere e fonti letterarie. Univa interessi che andavano dalla letteratura nipponica alla poesia francese e italiana all’impegno civile. Aveva avviato “Poets Against the War”, in risposta alla guerra in Iraq ed era stato cofondatore della Copper Canyon Press insieme a Bill O’Daly e Tree Swenson; era un traduttore sofisticato e un attento e curioso cultore degli statunitensi innamorati dell’Italia, da Ernest Hemingway a Ezra Pound. Non a caso “formalizzò” la sua esperienza di quell’estate 2003, il suo itinerario italiano, con la pubblicazione nella collana ETS diretta da Agostinelli, di A Pisan Canto – Un canto pisano, e… non aggiungo altro.

Quando seppe che ero di Volterra, invece di chiedermi indicazioni sul mio luogo natio, come io mi sarei aspettato da uno che veniva da Seattle, mi raccontò di una visita che Orson Welles aveva fatto nella mia città assieme a Gillo Pontecorvo. La cosa in sé non mi sorprese. Sapevo che dal 1947 al 1953 Welles aveva scelto Roma come abitazione per fuggire dal maccartismo e dall’oscurantismo repressivo da isteria da guerra fredda del suo Paese. Inoltre Pontecorvo, nei primi anni Cinquanta, se non aveva ancora dato, come regista, contributi rilevanti al cinema, frequentava però registi, attori, critici e seguiva, anche se in modo corsaro, gli ambienti legati al neorealismo e allo studio dei caratteri del cinema degli anni Trenta e inizi Quaranta: Alessandrini, Blasetti, Forzano, Gallone, Genina. Sapevo inoltre che si era interessato moltissimo di tecnica della sceneggiatura. Forse coltivava, dentro di sé, l’idea che Barnaba, il comandante partigiano che era stato, gli desse la possibilità di superare, genialando, ogni ostacolo. Nel 1948, fra l’altro aveva sostituito Alfonso Gatto alla direzione del quindicinale comunista “Pattuglia” e si era messo in testa di costruire inchieste sulle modificazioni sociali in alcune regioni dell’Italia e sui luoghi di formazione dei più prestigiosi capi del movimento comunista internazionale. Comunque, il motivo o i motivi per cui Gillo Pontecorvo e Orson Welles, in confidenza con molti intellettuali comunisti e persino con Togliatti, se una espressione come questa può addirsi e a Orson e a Palmiro, siano venuti a Volterra sono destinati a rimanere ignoti. Curiosità per una identità libertaria vissuta in precario equilibrio con una storia antichissima e complessa? La volontà di conoscere qualche dettaglio sulla vita giovanile di Ilio Barontini, il mitico cecinese divenuto, per nomina dello stesso Negus Hailè Selassié, vice imperatore d’Europa? Lui che era divenuto maggiore dell’Armata rossa e che era stato l’eroico comandante della Battaglia di Guadalajara, un capo del maquis in Francia e organizzatore gappista in Italia. Aggiungo un dettaglio drammatico: Ilio sarebbe morto in un incidente stradale nel gennaio dell’anno successivo, il 22 gennaio 1951 per la precisione.

Fatto sta che, comunque siano andate le cose, in una bottega di alabastrai, lungo le mura vecchie, su una parete sicuramente silicotica per otturazione da terra bianca c’era fino a non moltissimi anni fa un numero di “Pattuglia” con le firme di Gillo Pontecorvo e di Orson Welles proprio sotto sotto la testata. Come del resto, per tornare alla motivazione iniziale di questa piccola storia, chi si fosse trovato, fino a poco tempo fa, a entrare nella vecchia casa di Agostinelli in via Cattaneo, al civico 29, con piazza Guerrazzi a fare “nodo a otto” con la muraglia del Giardino Scotto, la Leopolda e via Fratti, tutti luoghi importanti per la storia di Pisa, su un muro avrebbe trovato scritta a mano, in rosso cerasa, una poesia di Sam Hamill. Ma io sono sicuro ci sia ancora.

Del resto la Toscana è la città delle scritte sorprendenti. Non hanno forse scoperto la firma “vandalica” ma autentica, “Picasso 1917”, sul grande affresco staccato raffigurante la Madonna con Bambino attribuito a Taddeo Gaddi, opera del Museo di San Matteo, originariamente nella chiesa di San Francesco?

Nel 1917, durante un soggiorno in Italia per collaborare allo spettacolo Parade di Diaghilev, Picasso visitò Pisa. Rapito dalla sospensione meditativa della Madre, ipnotizzato dallo sguardo cosmico di Gesù, assorto in una concentrazione senza tempo, decise di lasciare il suo nome sul retro della tela pensando di ottenere così quel contatto ricco di mistero che è il tratto geometrico della creazione.

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