Giuliano Compagno
Al parco dell’Acciaiuolo di Scandicci

La danza delle differenze

Cronache dal Nutida festival, dove la ricerca sulla nuova danza parte dal presupposto che le arti si contaminano. Come nello spettacolo di Emma Zani e Roberto Doveri

Nell’assistere alle giornate di apertura della VII edizione di “Nutida Festival”, la memoria mi ha riportato indietro di trent’anni, al tempo in cui mi ero concentrato su un breve pamphlet di un filosofo pressoché sconosciuto ai critici e ai lettori italiani. Edward Bullough era nato nel 1880 a Thun, in Svizzera, ma la sua ascendenza paterna era del Lancashire, tant’è che diciassettenne, trasferitosi a Cambridge con la famiglia, egli s’impegnò a rintracciare quelle radici sconosciute che pure erano nel suo DNA culturale. Così a 22 anni si laureò in lingue medievali e moderne e fu così avvantaggiato dal suo perfetto trilinguismo da essere subito ammesso a frequentare il “Cambridge Psychological Laboratory” e appena dopo a inaugurare un corso di Estetica sulla nozione di percezione. Fu così che nel 1912 pubblicherà quel suo breve, magnifico saggio che qualche giorno fa mi ha permesso di vagare tra il “Gonville & Caius College” cambridgiano (che egli dirigerà egregiamente) e il parco dell’Acciaiuolo di Scandicci, dove Nutida riapriva i battenti (grazie alle direzioni di Saverio Cona, Diego Tortelli e Jennifer Lavinia Rosati). Il titolo del suo libro era La distanza psichica come fattore artistico e principio estetico. Era proprio sulla distanza dello spettatore dinanzi alle opere che stavo riflettendo: essendo numerose le arti e differenti gli artisti, la nostra posizione dinanzi a quelle e a questi varia a seconda dei tempi vissuti e del principio estetico che li ha connotati… opere oggettive o soggettive, idealistiche o realistiche, sensuali o spirituali… “Tali opposti – scrive Bullough – trovano la loro sintesi all’interno di alcuni fondamentali concetti di distanza”. E allora mi sono chiesto a quale distanza mi sarei mai dovuto porre per contemplare e per godere al meglio gli spettacoli a cui stavo per assistere.

D’altronde la danza rappresenta una delle arti più complesse e sfuggenti, poiché la somma di ogni minimo significato insito in un passo dà un risultato che è difficilmente decifrabile. Né oggettivo né soggettivo, né prosaico né poetico, né falsato né veritiero, né futuro né remoto… ovvero ci si sorprende dinanzi al coabitare di un’infinita sequenza di opposti che si muovono entro le menti e gli animi di coreografi e di danzatori. E degli spettatori. E infine dei ricordi e delle attese di ciascuno.

Che sia una forma di arte espressa dal movimento del corpo, che tale espressione sia emotiva, artistica, rituale o estetica, oppure che essa liberi la figura in scena da qualsiasi regola inerente alla coreografia classica, ebbene tutte queste alternative suggerirebbero allo spettatore di lasciarsi andare anch’egli verso una direzione del tutto indipendente da una poetica o da una critica rigorose che comunque non dovrebbero accedere alla sensibilità dei danzatori. E allora ho cercato di seguire il suggerimento di Bullough, secondo il quale “la distanza non implica una relazione interessata di carattere impersonale o puramente intellettuale. Al contrario essa delinea una relazione personale, spesso di grande vivacità emotiva ma ad un carattere tutto particolare”.

Da qui in poi ho preso il mio posto e ho appuntato a mente…

KI, ossia Katarzyna Zakrzewska e Iga Wlodarczyk, corrisponde a una prova di reciprocità e di fiducia che tiene alto ogni contatto tra le due artiste polacche, parimenti protagoniste di una ricerca artistica assai raffinata, che è valsa loro l’accesso alla finale del prestigioso RIDCC (Rotterdam International Duet Choreography Competition). Nel caso di KI, i loro movimenti si presentano come impercettibili esplorazioni in un presente vissuto che riesce a disegnare la potenza di una gestualità impercettibile se non talvolta invisibile, grazie alla quale i corpi di queste splendide artiste giungono a uno stato di fusione tale da dissolverle dal palco ed entrare negli occhi di chi le osserva.

Quanto a Le Cadavre Exquis, coreografia e interpretazione di Giovanni Russo, il suo secondo studio conduce alla scomposizione corporea di elementi e di gestualità che ci accompagnano tra esperienze allo stesso tempo fragili e potenti, ma soprattutto verso una sorta di privata instabilità che definisce singolarmente un gioco di gruppo di invenzione surrealista, a cui ciascuno, artista o letterato che fosse, contribuiva senza nulla sapere delle intenzioni altrui. Da ciò non soltanto la costruzione di un non senso, bensì un automatismo letterario in divenire che ebbe nel poeta Isidore Ducasse, Conte di Lautréamont (1846-1870), il più grande annunciatore (ragazzi stiamo attenti perché André Breton e i suoi surrealisti tendevano a rubacchiare qualsiasi intuizione altrui).

Ma non si finisce mai di imparare, tant’è che, prima di godermi lo struggente Solo di Misia Sarti, ignoravo che il termine Mycelium (da cui il titolo) derivasse dal greco μύκης (fungo) e che esso, dei funghi, fosse l’apparato vegetativo. Sarà con questa invadenza dal basso che Sarti entrerà in contatto, recependo la tessitura di quella trama ramificata (tramificazione?) che romperà e oltrepasserà ogni limite al punto di sfiorare il corpo di una donna che proverà a sfuggirgli in uno spazio sempre più ristretto, sempre più condiviso.

Gli allievi di “The Gate. Florence Urban Dance School”, diretti dalla coreografa Jennifer Lavinia Rosati, che in Comunicazioni possibili sono riusciti insieme a seguire delle musiche con un certo muoversi pensato da cui trapelava una sensibilità euritmica, e che in The Club si sono ritrovati e persi in una danza collettiva che era la somma di unicità sorprendenti, ecco io penso che ragazze e ragazzi meritano di essere citati per la tecnica e per la libertà che ci hanno rivelato, ogni nome incarnando un’arte propria: Iris Berdicchia, Irene Boncivinni, Giovanni Boni, Noemi Carletti, Noemi Catarzi, Letizia Cossari, Riccardo Di Frangia, Duccio Neri, Misia Sarti, Erika Senesi e Linda Vitale. Che dolci ammirazione di fronte a undici gioventù così ben spese…

Tra l’altro due di loro, Linda e Duccio, per la coreografia di “Raw Tales Company”, si sono spesi senza risparmio nel seguire un titolo giapponese – Kokoro – e che testualmente rimanda a ciò che unisce cuore, mente e spirito. Tant’è, spirito cuore e mente dei due talentuosi danzatori ci hanno narrato una storia più che autentica, più che presente nelle vite di due ragazzi innamorati che sembrano preparare la loro giornata prim’ancora che le voci disgraziate di esseri criminogeni e falsificati li appestino con delle frasi vuote. Dopodiché una bomba che cade tra di loro, lui che resta stordito, che riesce a riprendersi e a gridare il suo nome per svegliare lei, Linda, che appare inerme, e allora la prende in braccio, la accompagna in un vortice che spera durevole, la copre di carezze e bacia le sue labbra finché quella loro danza torna al punto di prima, dove lui era stordito e dove lei era morta, perché avevano sognato tutto e l’avevano fatto insieme. Emozione.

Invece, per comprendere quali siano state le basi a cui Emma Zani sin da giovanissima ha attinto, varrebbe non solo ricordare che appena sedicenne ella aveva seguito un percorso di formazione con Myrna Kamara, ma anche riferirsi al breve manifesto di presentazione della Compagnia “YOY Performing Art” da lei fondata nel 2021…

“Crediamo che le discipline artistiche nel corso del tempo abbiano subito un processo di disgregazione: oggi letteratura, arte, musica, danza, architettura, sono state trasformate in discipline specifiche. È come se ognuna di queste espressioni si fosse chiusa in se stessa e il risultato, a nostro avviso, è quello di aver perso, nel corso del tempo, le grandi potenzialità espressive di un vero percorso dialettico. La convinzione è che la ripresa di un dialogo profondo tra discipline artistiche possa portare a risultati imprevedibili e di grande fascino. YOY vuol rappresentare un momento di approfondimento delle potenzialità di una nuova “dialettica” in chiave contemporanea”.

Ho studiato e lavorato accanto a Mario Perniola per diciotto anni (il che non rappresenta alcun merito personale), e confesso che questi concetti appena trascritti quasi mi commuovono, perché il declino accademico dell’Estetica italiana va imputato proprio a quella marginale Generazione Z di professorini i quali, un’arte accanto all’altra, non sono mai stati in grado di avvicinarla, tant’erano occupati a far carriera universitaria grazie alle loro minuscole specializzazioni. E così un manifesto di tal fatta non mi colpisce per il suo coraggio teorico, bensì per una maturità artistica che Zani mi ha dimostrato durante un brevissimo incontro davanti a due tè freddi (buoni), allorché ho compreso che ogni suo riferimento estetico era frutto di una connessione tra le esperienze e le nozioni estetiche che stanno coabitando nella mente di questa sorprendente coreografa: ad esempio la definizione di un codice che unisse il movimento al suono, e a essi il colore e la meraviglia a cui ogni composizione può dar vita; e ancora di più riflettere e muoversi sulle differenze in modo da lasciarle tali, perché ad esempio un’opera d’arte sta lì, con la sua presenza e la sua aura, mentre la danza è davvero transitoria, per cui non lascia impronte…

Insomma, immaginare una dialettica nuova tra linguaggi artistici così differenti, ha permesso a Emma Zani e a Roberto Doveri e di portare in scena, da coreografi e da danzatori insieme, Solo sognar ci terrà svegli, ispirato al poema di Ivan Tresoldi Per la redenzione del nostro Tempo, e con esso le musiche di Timoteo Carbone, seguendo con giustezza le due indicazioni portanti del testo: “scegliere di stare in piedi continuando a cadere sull’orlo del precipizio”; e “una danza che non si faccia fregare dal vorticare del contemporaneo”.

Da ciò ha avuto origine un raro ossimoro novecentesco, ovvero quel sogno reale che ha agito nelle pagine di Georges Bataille, nelle calcolate follie di Georges Perec e in Un’Onda di sogni, meraviglioso brano (già post-surrealista nel 1924…) di Louis Aragon, che fa immaginare, fa piangere e fa vivere…

«Mi accade di perdere improvvisamente l’intero filo della mia vita: mi chiedo, seduto in qualche angolo dell’universo, davanti a pezzi di lucido metallo, in mezzo all’andirivieni di alte donne dolci, per quale strada della follia io finisca sotto questa arcata, ciò che è rispetto al vero ponte che chiamano cielo.

«Allora lo spirito si distacca a poco a poco dalla meccanica umana. Allora colgo in me l’occasionale, comprendo improvvisamente in qual modo supero me stesso: l’occasionale sono io e una volta formata questa proposizione rido al ricordo di ogni umana attività.

«A quel punto comincia dunque il pensiero; che non è affatto un gioco di specchi nel quale molti eccellono senza pericolo. Se si è provata anche solo una volta questa vertigine, pare impossibile accettare ancora idee meccaniche in cui oggi si riassumano ogni impresa dell’uomo e la sua tranquillità.

«Io sono sull’orlo del mondo e della notte. Che volete dirmi dunque? Uomini in lontananza che urlano in mani a imbuto, che ridete dei gesti di colui che dorme? Sull’orlo della notte e del delitto, sull’orlo del delitto e dell’amore.

«Chi va là? Ah, benissimo: fate entrare l’infinito».

Nel nostro sogno è lui che entra in noi, non il contrario.


La foto dello spettacolo di Emma Zani e Roberto Doveri è di Giampaolo Becherini.

Facebooktwitterlinkedin