Su “Se potessimo fare un bel gioco”
Il gioco della tv
Un libro ricostruisce l'avventura di Marco Dané che ha "inventato" un modo nuovo di fare televisione per i ragazzi. Da “Giocagiò” a “Tandem”
Dallo scorso aprile è in libreria, per Manni Editori, con la curatela di Francesco Maltarello, un libro agile, di non molte pagine, che attraversa la tv dei ragazzi, raccontata da uno dei suoi protagonisti: Marco Dané, Se potessimo fare un bel gioco – Dal Paese di Giocagiò a Tandem (112 pagine, 14 Euro). Per molti di noi il nome di Marco Dané è un nome evocativo. Appena lo pronunciamo ci torna in mente lo spazio pomeridiano delle trasmissioni destinate a noi telespettatori in erba, con, al fondo, un principio semplice quanto efficace: intrattenerci istruendoci, istruirci intrattenendoci.
Dopotutto, lo stesso identico principio del romanzo inglese moderno.
E come il romanzo inglese moderno (intendo Robinson Crusoe e Gulliver’s Travels, Tom Jones o Pamela, Moll Flanders o Roxana – senza tacere di Gil Blas), questa televisione destinata ai piccoli e meno piccoli partiva da un presupposto: creare un mondo, allestire un ambiente. E lo scopo più o meno dichiarato (nei fatti) era abbracciare (non abbrancare, né adescare o incollare).
È vero, possiamo testimoniarlo: era una televisione a cui ci incollavamo ma non era tenerci incollati il primo scopo di quella televisione. Lo scopo era allietarci con giochi istruttivi, racconti e filmati, personaggi, storie, il teatro in tv, l’appuntamento col cinema, gli sceneggiati tratti dai classici e non solo della grande letteratura – molti tratti proprio da quella letteratura per ragazzi che costituiva le letture di bambini e adolescenti. In questo panorama enorme di proposte si inseriva la televisione dei giochi e del telegiornale dei piccoli, che fu un’invenzione di Marco Danè.
Bene, Marco Dané è il campione di questa televisione, superata anche nei fatti (qui Mr Gradgrind gongolerebbe) da una civiltà dell’immagine che da più di un paio di decenni punta su tecnologia e assuefazione: a buon diritto, come invocavamo il gusto dell’intrattenimento istruttivo per il nuovo romanzo (risalente al Settecento Glorioso, definizione storiografica), così nel nostro caso, per la TV degli anni Sessanta e Settanta, possiamo parlare di archeo-televisione (di nuovo definizione storica) senza per questo sminuirla o neppure solo esaltarla.
[Giustamente nel libro, Marco Dané registra a un certo punto l’invenzione e l’introduzione di una trappola più insidiosa del VAR, l’Auditel: il quantificatore di spettatori totalizzati dai programmi, dati solo numerici, senza nessuna analisi del vero gradimento e di una vera attenzione al prodotto di turno – dopotutto la prima vera ammissione del fatto che la tv accesa poteva anche essere solo uno sfondo di suoni e immagini lasciato incustodito. Il primo vero attentato al romanticismo del mezzo].
Ci sono generazioni intere di ex telespettatori in erba in grado di associare in assoluta naturalezza il nome di Marco Dané alla tv dei ragazzi, che li ha accompagnati come se non più dello studio, dopo la scuola, senza che questo abbia comportato la rinuncia allo sport o ad altre attività sociali o di comunità – che li hanno anche, in modo altrettanto naturale e salubre, legati a tanti altri ragazzini e ragazzine, senza per questo rimanere inchiodati a degli schermi in atteggiamento inerte o peggio passivo. Anzi forse proprio la condivisione di uno stesso patrimonio televisivo ha fatto in modo che in altra maniera si facesse comunità, accomunati tutti, appunto, da una nuova riserva di storie e personaggi che però arrivavano mediati, mediati dal mezzo televisivo, in cui il mezzo non era solo l’aria o etere (come provocatoriamente recita un fortunato saggio Bompiani di Enrico Ghezzi).
Dopotutto, Marco Dané, come ideatore e realizzatore di programmi destinati a un giovane pubblico televisivo, come presentatore sempre sorridente di semplici giochi e quiz, di cui Paroliamo è stato il più longevo e il più fortunato e formativo (organizzato niente di meno che con la consulenza di Zanichelli, editore scolastico con sede a Bologna), è stato, per tutto noi, tanto vale che lo dica, come un capo-scout, una specie di fratello maggiore che ha sovrainteso alla nostra educazione, o anche solo istruzione, con la squisitezza di una guida che ti accompagna senza invaderti, presentandoti delle situazioni e un intero patrimonio, circolare, di informazioni, in cui chi è all’altro capo come destinatario ha potuto muoversi liberamente e ha imparato anche delle procedure, ha acquisito degli strumenti in perfetto intreccio con i corrispondenti contenuti.
Marco Dané non è stato l’unico.
Spesso, soprattutto all’inizio (cioè dal 1969), accanto a lui c’era anche Gianni Rodari, per esempio. Esisteva una televisione, cioè un palinsesto di programmi, ideato per il pubblico dei più piccoli, tra i 5 e poco meno di 20 anni, dai bambini agli adolescenti.
Il libro ripercorre non solo le successive tappe nella carriera del programmista regista ideatore e conduttore televisivo Marco Dané, ma illustra anche una fase favolosa della RAI costellata di figure di grande originalità, come Roberto Galve che creò il personaggio italoargentino di Buendìa (chi a questo punto non pensa al colombiano Marquez?), o come Enrico Luzi che diede vita al Signor Coso (creato da Gianni Rodari), o come Stefano Torossi che insegnava ai bambini a usare gli oggetti più comuni e disparati di uso quotidiano come nuovi strumenti di percussione, fino ad autori come Marcello Argilli, Donatella Ziliotto e Teresa Bongiorno, o al mitico Baldazzi, per arrivare all’ingresso nell’immaginario di noi telespettatori forse ormai anche un po’ cresciutelli di una figura veramente cara, Fabrizio Frizzi, che si affaccia alla conduzione con Il barattolo (programma di Corima, Jurgens e Verde, regia di Angelo Zito, co-conduttrice Roberta Manfredi) per poi essere al fianco di Marco Dané in Tandem.
Ma siamo già negli anni Ottanta, è l’inizio della fine.
Intanto è già nata TeleMilano da cui scaturirà la proliferazione dei canali Mediaset (mentre da anni si sono propagate le radio libere – la radio però è un altro mondo). È stato introdotto nell’immagine -TV uno smalto lucido che vorrebbe rendere tutto più realistico ma cosmetizza inesorabilmente l’immagine, e pure l’immaginario. E poi scatta l’inondazione, un vero e proprio TVflood o TVflow, che pervade ogni istante della giornata, come già faceva la radio, però schiacciandoci sulla sintassi dell’immagine – che si rivela coercitiva: zero spazio all’immaginazione.
Qui si potrebbe scivolare in una discussione della trasformazione della televisione nel tempo fino al collasso attuale con la proliferazione delle piattaforme che non ha fatto che incentivare il corrente bombardamento corroborato dal web e dal suo pozzo dark, quasi per definizione senza fondo – così scopriamo, ed è il segreto di Pulcinella, che, portati oltre la loro estensione massima possibile, tutti i mezzi di comunicazione sono o possono diventare pozzi neri. Invece la vera notizia è che veniamo educati al parossismo, siamo plasmati alla reazione limbica, siamo tutti guerrieri guerreggianti. Ma tanto ci stiamo impantanati dentro.
Ma anche questa è una notizia che ha fatto il suo tempo, e poi non è l’obiettivo di questo articolo. Qui si intende non tanto fare una facile operazione–nostalgia (che scatterà, ammettiamolo, leggendo questa testimonianza sulla televisione nel suo farsi), ma indicare che c’è stato anche un tempo, non così lontano eppure completamente trascorso (buono per l’aoristo o per il corrispondente moderno: past simple), in cui esisteva e si faceva una televisione di pace improntata al gioco quindi al fairplay – di cui Marco Dané è stato a lungo, e rimane per molti di noi, il volto amicale e sorridente. Tant’è vero che, prepotentemente, attraversando le pagine del libro (fate l’esperimento) potrebbe seguirvi e accompagnarvi il riecheggiare di una struggente utopia canora di Sergio Endrigo, Girotondo intorno al mondo (1966), che inneggia al darsi la mano e anima cerchi innocenti di ragazze e ragazzi.