Paolo Puppa
Storia di una passione

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«Vladi la riporta a casa, e sulla porta lei lo sfiora con un bacio che vorrebbe essere tenero ma che finisce per parere un approccio sfrontato, cui l’uomo si sottrae perplesso...»

Guarda con ansia le crepe sul marmorino. Sempre più lunghe e allargate. Ora stanno raggiungendo il soffitto. Lei sta sulla vasca e non può crogiolarsi nell’acqua dove Irina, la badante ucraina, ha spremuto quel che restava dello shampoo alle erbe. Irina che ha l’esclusiva delle sue nudità da vent’anni almeno, del suo corpo ancora autonomo, per fortuna, ma incapace di uscire e entrare nella vasca. Il suo corpo, lei non si è mica rassegnata a quel disastro. Per le crepe, comunque, occorre assolutamente intervenire. E non sarà facile. Bisognerà anche chiudere quel bagno grande e utilizzare a lungo il piccolo, scomodo da raggiungere, in fondo al corridoio, dall’altra parte del palazzo. C‘è Vladi, per tutto questo, il suo moldavo tuttofare. Suo padre sa fare quel genere di interventi. Gliene parlerà presto. Li avrà in casa per un mese. Prospettiva che la rallegra. Nel primo pomeriggio, alla figlia Sandra che come ogni giorno la chiama, una penosa consuetudine tra loro, tanto lei non riesce a fare il pisolino dopo pranzo e sta cupa a cercarsi sul tablet una serie che funzioni, rivela il progetto. Quella, come previsto, prorompe in gemiti rabbiosi. “Che senso ha rifare il marmorino? Sai cosa ti costa?”. E allora? I soldi non sono ancora suoi? Lei può farne l’uso che vuole. La figlia vorrebbe aggiungere, ma non ne ha il coraggio, che sembra una follia a 91 anni suonati risistemare le pareti del bagno in una casa che certo tra poco, alla sua diciamo dipartita, imminente a controllare lo sguardo impaziente dei figli, verrà di certo venduta. E in tono minaccioso la più giovane tra le due avvisa la vecchia che intende convocare i fratelli, perché anche loro se ne occupino. Sì, non è giusto che in quanto donna solo a lei competano i contatti giornalieri con la madre e i tentativi vani di farla ragionare. “Sarò libera di fare quello che voglio?”, mormora divertita la Signora e sorride rimirandosi dal letto sul grande specchio che ha di fronte. Agitare le proprie creature è una delle poche gioie rimaste. Già, dare scandalo, piccoli scandali ovvio. Ad esempio, pochi giorni fa, quello di comprarsi una pelliccia di zibellino, nel negozio di Rialto, e senza perdere tempo trafficando su Amazon. Si è recata là in carrozzella, ormai cammina sempre di meno, si è fatta mettere in piedi da due soavi commesse, mentre commentava a voce squillante la ristrutturazione del locale e delle vetrate. “Architetti, vero? Niente geometri?”, e la direttrice assentiva gongolante. Si vendono poche pellicce del resto, in tempi condizionati dalla moda animalista. Le spiace per la bestia, ma non è stata lei ad ucciderla. E dunque? “Signora, lei è sempre bella”, tutte in coro gioioso mentre lei ostentava i capelli bianchi trattati con sfumature azzurrine, alla Strehler secondo la sua precisazione, e la pelle miracolosamente senza macchie del tempo. Quello che la figlia Sandra non riusciva a capire, però, era che il marmorino screpolato rappresentava una scusa per avere in casa Vladi e assicurarsi in tal modo la contemplazione dei suoi occhi azzurri come il cielo. Vladi era un operaio addetto alle caldaie, ma era capace di tutto. Aveva le mani d’oro, lei gli ripeteva incantata, senza ritegno. Chiaro, poteva essere suo nipote, e lei aveva avuto tra i tanti un nipote amato fino in fondo, il rinnegato dalla famiglia.  Piero rovinato dall’eroina, e morto di quella. Il dolore più grande della sua vita. Piero veniva da lei di nascosto, (viveva in strada, cancellato dai parenti indignati), e lei gli dava i soldi piangendo, ma era impossibile dirgli di no. Era troppo bello e gli ricordava il suo Esteban, il pittore basco conosciuto a Ischia e che aveva saputo farla felice a letto. Le gambe sottili di Esteban. Erano state le gambe a incendiarle il cuore. Sognava di farsi stringere da quegli arti snelli e flessuosi, una volta sfilate le corte braghette blu, e i mocassini su cui terminavano le rendevano persino più irresistibili. E quelle gambe avevano fatto il loro dovere, l’avevano tenuta ben stretta.  Carlo, il marito imprenditore giocava intanto a tennis, a perdere qualche grammo del peso, poi ripreso a furia di spritz e di prosecchi. Lei inventava shopping fasulli dove non trovava mai niente che le andasse bene. E tutto quel pelo, unito alla strana lingua con cui esultava venendo, nulla di paragonabile all’esangue maritino, flaccido e biondo, che spargeva inutilmente sul suo corpo flaconi di Acqua di Parma. Sono trascorsi millenni dai giorni di Ischia.  Adesso, le restano solo le pagine sul «Gazzettino» a leggere la cronaca nera e la lista quotidiana dei lutti. La soccorrono pure le Settimane enigmistiche e i cruciverba in cui allenare la mente contro l’arrivo dell’Alzheimer. E in più, le chiacchiere con Irina, che le blatera con ossessione del figlio costretto a arruolarsi contro Putin che possiede un palazzo di diamanti, compreso il bidè. Sissignora, anche il bidè di diamanti. In compenso, lei può contare sul suo Vladi. La domenica scorsa ha sfiorato il paradiso, quando lui l’ha invitata nella sua casetta vicino a Noale, dove la moglie aveva preparato un pranzetto a base di polpette di carne tenera e tanta verdura. Solo l’aglio era eccessivo. Non aveva voluto portare con sé Irina, per carità. Aveva fatto tutto Vladi. Portata in vaporetto e poi nella sua macchinina, era stata sistemata al suo fianco. E poteva così ammirarne il profilo innocente, il naso perfetto, i capelli con un inizio di stempiatura, i brufoli fastidiosi sotto gli occhi, la voce calda nel suo goffo italiano costretto per insipienza linguistica a darle del tu. Nel cucinino aperto sul giardino condominiale a piano terra lei si era sfogata demonizzando i suoi terribili figli. L’avvocato primogenito, Aldo, un idiota tutto casa e parrocchia e la sua orribile consorte, segretaria in ufficio, chiusa subito in casa a sfornare una masnada di bambini chiassosi e mai fermi, cresciuti, presto vogliosi di moltiplicarsi a loro volta.  A farla bisnonna. Sai che onore! Considerato dal padre capace di gestire l’azienda farmaceutica, ne aveva ereditato la direzione. Nella descrizione accurata e polemica, veniva quindi Sandra, maestra elementare e zitella senza uno straccio di uomo che pretendeva di controllarla come un poliziotto. Infine il terzogenito, l’architetto Ignazio, sposato a una crucca, alta alta come un “mandolone” dell’Alto Adige. Aveva tradotto per i suoi amici il significato dei termini, sia di crucca che di mandolone. Lui sì fortunato, in quanto genitore di un meraviglioso ragazzo, cacciato di casa per via dell’eroina e finito tanto male. Raccontando di Piero, gli occhi le si erano inumiditi come le capitava ogni volta che lo citava. Quasi un rito. La tragedia che l’aveva travolta. E aveva i rimorsi a causa dei soldi che gli forniva. Ma tornasse indietro lo rifarebbe. L’amore vero, unico, nella sua esistenza. La moglie di Vladi, piccola infermiera di notte non ancora entrata in organico, la fissava stupita per l’energia e il cinismo esibiti. E se incrociava lo sguardo del marito adorante verso quella strana vecchia centenaria, subito inviava a costei un’occhiata sospetta e irritata, vanamente celata da un sorriso stereotipo. “Niente figli, allora? Non vengono o non li volete?”, aveva chiesto sfacciata alla coppia. Entrambi avevano risposto che non era possibile per il momento. Il tono avvilito e imbarazzato. Così lei, d’impulso, alla sua maniera, aveva accennato che presto avrebbe preso appuntamento con il notaio, per redigere un nuovo testamento, dopo la fine di Piero.  La disponibile, assurdo assegnarla a Irina, ladra patentata. Chissà che non finisse, lascito insperato, proprio a loro. Ha dovuto tenere inevitabilmente una breve lezione di economia e di diritto riguardo ai lasciti secondo la legge italiana. In questa casetta sarebbe arrivato di conseguenza un piccolo moldavo, e si sarebbero ricordati di lei. Vladi aveva scosso la testa, arrossendo e balbettando: “No, non fare questo. Hai tuoi figli”. Lei aveva ribattuto lusingata che era libera di disporre dei suoi beni come meglio voleva. C’era sempre la legittima destinata ai lupi, ossia ai tre figli, a quelle canaglie. Ma lei era laica, anzi atea, senza istinti materni, sciocchezze dei preti, e era stanca di battesimi e di funerali, monopolio della Chiesa. “Sì, cari miei, tanto le fiamme mi aspettano. Sarò bruciata e non se ne parli più, e soprattutto disporrò che le mie ceneri si disperdano in laguna. Non voglio ritrovarmi vicino il corpo di quel babbeo di mio marito, buono solo a fare soldi senza sapere come goderli”. Aveva forse bevuto troppo di quel vinello bianco, e la voce le si impennava ghignando. Vladi l’ascoltava affascinato e insieme spaventato, continuando a rifiutare l’offerta.  In quegli istanti diventava tanto bello e tanto falso che avrebbe voluto baciarlo in bocca, davanti alla mogliettina insignificante e banale. Erano almeno trent’anni che lei non stava con un uomo. L’ultimo era stato l’albergatore di Megève, da poco vedovo, ma molto impudico, salito nella sua camera a chiederle se andava bene la temperatura. Lei aveva riso, esclamando che c’era un telefono per ritrovarsi scaraventata sul letto. Da trent’anni purtroppo si addormentava da sola, e i libri avevano smesso di farle compagnia. Nei lunghi dormiveglia sognava spesso Vladi, e gli insegnava nelle buie fantasticherie i tanti trucchi d’amore che conosceva per far impazzire un maschio. Le cose sporche. Tanto nessun Dio l’avrebbe punita. E ride tra sé pensando che il governo vorrebbe tenere fuori dal paese gente simile! Ma sono pazzi? Avere un figlio come Vladi! Con le sue spalle infinite, e la bocca tremolante impregnata di tabacco. Le era nato invece Aldo, insopportabile bigotto! Tutto suo padre o peggio, tutto i nonni paterni. Le veniva il terrore solo a ricordarli. Ma il marito le aveva fatto un grande dono, cioè quello di schiattare a cinquant’anni, liberandola dal disgusto di addormentarsi specie quando si svuotava impunito dall’aria dello stomaco invitandola a fare altrettanto. Era giusto insomma che togliesse alla lettera il disturbo quanto prima e così era successo.

Vladi la riporta a casa, e sulla porta lei lo sfiora con un bacio che vorrebbe essere tenero ma che finisce per parere un approccio sfrontato, cui l’uomo si sottrae perplesso. Fa in tempo, l’operaio delle caldaie, a consegnarla a Irina, rancorosa per non essere stata coinvolta nel pranzo, ma si sa dai moldavi meglio stare alla larga. Poi, forse per vendicarsi, la badante l’avverte che la figlia è molto risentita. Sì, informata della festa a Noale, in casa di questo Vladi tanto apprezzato, ha quasi gridato che vuol far interdire sua madre, che deve smetterla di fare “il cazzo che vuole”. Lei resta imperturbabile, si fa solo aiutare a mettersi a letto. Le scoppia la testa da quanto ha bevuto e da quanto ha parlato. Lo specchio le manda all’improvviso un’immagine laida di una decrepitudine avanzata. Chiude la luce, si copre col lenzuolo e rimugina in un’ebbra confusione. Se Sandra fa tante storie, stiano attenti i suoi figli. Perché lei, una volta assegnata una grossa cifra a Vladi (domani, a mente sgombra, chiamerà il notaio), potrebbe dar fuoco al palazzo, con lei dentro. Almeno quello non glielo lascia ai mostri. Hanno l’albergo alle Zattere, le tenute a Mogliano Veneto, i titoli e le azioni. Vorrebbero per caso tutto? No, il palazzo no. Niente vendita. Un bel falò. Del resto, si tratta sempre di fuoco. O prima o dopo, cosa cambia?


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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