Al Teatro alla Scala di Milano
La suocera di Carmen
Nella rilettura dell'opera di Bizet fatta da Damiano Michieletto, il vero conflitto si consuma tra Carmen e la madre di Don José, un uomo immaturo, che uccide per ignoranza...
Carmen, ci ricorda il regista Damiano Michieletto che ha recentemente portato con successo questa intramontabile opera di Bizet alla Scala incarna e soddisfa il desiderio di libertà che fa umano l’essere umano. Carmen di Georges Bizet (su libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy) incarna la libertà libera, randagia, ostile, indomita, sfacciata e assoluta. Questa Carmendi Damiano Michieletto, aveva debuttato nel 2024 alla Royal Opera House di Londra.
E qui il regista sottolinea l’immaturità di Don José. La sua incapacità non solo di accettare la libertà di Carmen, ma di agganciarglisi per agirla a sua volta: Don José è un immaturo. Commette un femminicidio, uccidendo la donna che ama, perché è infantile, un bambino che non si è liberato dei modelli che impongono un codice di condotta: non si è liberato di sua madre, che non solo glieli impone come dovere morale, ma glieli propone come strada di affermazione identitaria. La madre di Don José è, nella lettura di Michieletto, la vera antagonista di Carmen anche se lei non appare mai in scena. Attraverso il corpo di Micaela, sua emissaria, la madre si manifesta leggendo le sue stesse parole. Che implorano il figlio di tornare a casa, usa una retorica colpevolizzante, che è stata a lungo un cardine educativo per distoglierlo dalla sua autonomia, e dal cammino per raggiungerla e coronarla, e riportarlo a casa.
È un momento che inscena la manipolazione, che è un altro tema che Michieletto affida alla sua Carmen, e che gli serve per spostare lo scontro da Don José e Carmen a Carmen e la madre di Don José. Sono queste due donne a scontrarsi: una, la madre, è l’ordine, il modello unico, la tradizione, l’altra è l’anti modello, l’anarchia, l’”animale randagio”, dice Michieletto. Una figura archetipica, l’altra figura increata. Una, angelo del focolare, l’altra, la nomade.
In questa Carmen Micheletto toglie così ogni vischioso rimando alla gelosia e chiarisce con la forza della denuncia che il femminicidio di Carmen ha, come ogni femminicidio, una causa culturale, che ha, a sua volta, un’origine: l’educazione domestica. Lo fa in un tempo caldissimo per il contrasto alla violenza di genere, così caldo che alla Carmen, anni fa (era il 2018) il regista Leo Muscato diede un finale diverso: lei si salvava dai colpi di lui e lo uccideva.
Però il regista Michieletto sostiene che «non cambierei mai un finale di nessuna storia perché a nessuna storia credo che si possa chiedere di essere educativa: la mitologia greca e Shakespeare ci hanno mostrato lo spavento della realtà. Però è affascinante notare che il 99 per cento delle eroine della lirica si ammalano o vengono uccise o si ammazzano». La Spagna, puntualizza ancora il regista, anche se l’ambientazione è nel Far West, c’è e si sente. «Perché la Spagna è Carmen. Scenicamente con lo scenografo Paolo Fantin (con cui lui collabora da sempre, ndr) abbiamo optato per il realismo, ogni atto ha una sua sintesi che è una piccola stanza dentro una piazza deserta, quindi nel primo atto c’è una stazione di polizia, nel secondo un night club, nel terzo una baracca dove i contrabbandieri nascondono la loro refurtiva, nel quarto il camerino dei toreri che si cambiano prima della corrida: quattro piccoli spazi dentro un grande spazio, una soluzione che si presta anche alle molte scene di coro». Il regista aggiunge efficacemente che «una delle sfide più importanti per me in questa Carmen è anche rendere un personaggio in scena, lavorando sulla sua valenza fisica e non usandolo mai solo come fattore musicale o estetico. Io dico sempre agli attori e ai cantanti del coro di considerarsi un gruppo di individui diversi e autonomi: solo così rendono la teatralità della scena e della loro presenza sulla scena». E anche questa volta Damiano Michieletto c’è perfettamente riuscito a giudicare dai fragorosi applausi del pubblico internazionale della Scala.
Grazie anche ai costumi di Carla Teti, le luci di Alessandro Carletti, e la drammaturgia di Elisa Zanotto ma soprattutto grazie a un cast di altissimo livello. Fra cui Carmen, interpretata dal mezzosoprano Clèmentine Margaine, Don José, interpretato magnificamente dal tenore Vittorio Grigolo, Escamillo, impersonato dal basso Giorgio Manoshvili, Micaela messa in scena dal soprano moldavo Natalia Tanasii perfettamente coordinati dal direttore emerito della Scala Myung-Whun Chung, assieme al direttore del coro Alberto Malazzi.
Le fotografie dello spettacolo sono di Brescia e Amisano, © Teatro alla Scala.