Leo Carlesimo
Una storia romana

La corista di San Martino ai Monti

«Non so esattamente che cosa cantassero. Le prime parole che intesi erano latine. Non saprei neanche dire se la musica dell’organo e il canto del coro avessero qualche speciale pregio, possedessero della qualità. Non ho orecchio, per queste cose...»

Da poco più di un mese avevo lasciato il lavoro. Non so perché l’ho fatto. Avevo un buon posto, che mi ha tenuto occupato, coi suoi alti e bassi, per più di trent’anni. Avevo raggiunto un’ottima posizione, guadagnavo bene. Ero stimato e considerato nell’ambiente.

Però, mi dicevo, a un certo punto bisogna pur smettere. Hai quasi sessant’anni, non tirarla troppo per le lunghe. Vuoi restare attaccato a quel carro fino alla fine? È un po’ il sogno di tutti, no, a un certo punto mollare gli ormeggi, disobbligarsi e fare soltanto quel che ti piace. Con un pizzico di fortuna, ti resta ancora abbastanza tempo per farne qualcosa, pensavo. Perciò, quando arriva il momento, quando ne hai l’occasione, piantala lì, non ostinarti.

Un modo diverso di raccontarla è che avevo ormai superato il breakeven point del mio budget. Un fatto di conti, di previsioni economiche. Con breakeven intendo il punto in cui, nella tua personale curva di vita, lavorare diventa inutile. Cioè la data oltre la quale, facendo qualche ragionevole calcolo, con quel che hai da parte più la pensione che tra alcuni anni comincerai a riscuotere, potrai mantenerti all’attuale tenore grossomodo fino alla fine. Che senso ha guadagnarne ancora? Per lasciarli a chi?

Insomma, da un po’ ci pensavo e un bel giorno lo feci. Mi licenziai. E sto ancora qui a chiedermi perché. Ma è sempre così, le decisioni che contano restano oscure. Le prendi per ragioni che credi di spiegarti ma in realtà ignori; e poi passi il resto dell’esistenza a cercare di gestirne come puoi le conseguenze. Così è stato, per me, col mio campo di studi. Poi con la scelta del lavoro. Poi col matrimonio. E immagino che sarà così, per quel che resta, con la decisione di abbandonare un mestiere che aveva un senso, in cerca d’altro.

Bah, comunque non è di questo che volevo parlare. Questa è solo la premessa. Sulla quale mi sono dilungato fin troppo. Perciò non darò altre spiegazioni. Fatti miei, m’ero imbastito i miei conti, corretti o meno, e m’ero licenziato, non è un tema che voglio discutere qui. No, questo racconto parla d’altro…

 

La prima cosa che cambia, appena uno smette di lavorare, è il rapporto col tempo. Nel modo più ovvio: prima avevo un sacco di cose da fare, ora più nulla. Finito l’obbligo di tenere un’agenda, pianificare, dare un ordine alle ore e ai giorni per ficcarci dentro tutte le cose che occorre prevedere, organizzare, cancellare o spostare impegni nel caso – generalmente mal recepito – di imprevisti che turbino l’ordine pianificato. Quest’approccio metodico, direttivo nei confronti del tempo ormai l’hai alle spalle, non serve più. Ora il tempo è un campo rarefatto e nebbioso in cui prendono forma, di quando in quando, delle figure, talora avvengono degli incontri. Perciò, da attivo il tempo diventa ricettivo. Una rete per provarti a raccogliere quello che passa, questo t’occorre. Non sei più tu a organizzarlo. Piuttosto, vai a pesca di quel che lui ti porta.

Ero in questa disposizione d’animo, un mattino, quando uscii di casa per recarmi in facoltà. La facoltà d’ingegneria a via Eudossiana, rione Monti. Avevo appuntamento con un mio vecchio collega che insegna lì. L’avevo sentito di recente e m’aveva invitato a una sorta di rimpatriata nel nostro antico luogo di studi, con il suo chiostro, la sua stoà, le sue aule e le sue biblioteche. Non ci avevo più messo piede dai tempi della laurea, mentr’era rimasto per lui il suo alveo perenne di lavoro e studio. Un unico alveo per tutta la vita. La culla in cui uno si forma, che diventa a poco a poco la bara in cui ti fai seppellire. M’avviai senza troppo entusiasmo a quell’incontro.

Mentre, traversata via Merulana, passavo davanti alla basilica di San Martino ai Monti, sentii provenire dal portone aperto della chiesa una musica d’organo e un canto. Ora, questo intendevo quando parlavo di tempo ricettivo: lì per lì, non so bene se per distrazione o per la vaghezza dei miei pensieri o perché in cerca di qualche scusa che mi consentisse d’eludere un incontro che mi prefiguravo triste, o forse solo perché catturato dalla dolcezza di quella musica e di quel canto, dimenticai il mio impegno, scordai del tutto l’appuntamento col mio annoso collega, e seguii quel che d’imprevisto la giornata m’aveva portato: entrai in chiesa.

 

Non so se conoscete la basilica di San Martino ai Monti. Una volta, entrandovi, un sacerdote che vedevo allora per la prima volta e che lì esercitava, evidentemente, il suo ministero, mi fermò bruscamente incrociandomi lungo la navata e mi disse in tono sicuro che è la chiesa più bella di Roma. Un vecchio prete pieno d’orgoglio per la sua parrocchia. Esagera, certo. Ma non poi così tanto, San Martino ai Monti è davvero una chiesa straordinaria.

Il clero che l’occupa – tra cui il mio fiero sacerdote – ci tiene molto a chiamarla basilica. Difatti è questo il nome che le attribuiscono i vari cartelli segnaletici e le insegne che dalle vie adiacenti conducono fin sul sagrato. Dove però la locandina che informa i fedeli sull’orario delle messe svela l’inganno: ‘Basilica parrocchiale ss. Silvestro e Martino ai Monti’. Basilica, sì, ma ‘parrocchiale’. Non una vera basilica, quindi. Le basiliche papali (o maggiori) a Roma, come tutti sanno, sono quattro: San Pietro, San Giovanni, Santa Maria Maggiore e San Paolo. Vi sono poi le basiliche minori: San Lorenzo fuori le Mura, Santa Croce in Gerusalemme e San Sebastiano, e tutte assieme formano il cosiddetto Giro delle Sette Chiese. San Martino ai Monti non vi rientra, non è papale e nemmanco minore. È una modesta basilica parrocchiale, cui più donerebbe, forse, il semplice nome di ‘chiesa’, senza che ciò sia inteso in alcun modo come una diminutio. Perché è una chiesa straordinaria, ve l’assicuro, di una bellezza ben superiore alla sua fama. Basti ad attestarlo la cripta esposta giusto sotto l’altare, che s’apre a giorno nel pieno della navata.

Ora, entrando in chiesa, quel mattino, e passando sotto l’organo a ventisette canne che sovrasta il frontone interno, notai subito, tra i banchi, una compagine tutta femminile – composta in parte di suore in parte di giovani laiche – che intonava il canto che m’aveva attratto. Le dirigeva, in qualità di maestra del coro, un’anziana monaca.

Non so esattamente che cosa cantassero. Le prime parole che intesi erano latine. Non saprei neanche dire se la musica dell’organo e il canto del coro avessero qualche speciale pregio, possedessero della qualità. Non ho orecchio, per queste cose. Ma quel che mi colpì fu la concentrazione e l’armonia che colsi nel modo in cui le coriste cantavano, la maestra dirigeva e l’organista, lassù, appollaiato sopra la balconata di transetto, suonava il suo strumento. Concentrazione e armonia che sentivo trasferirsi alla musica e al canto, conferendo loro un’intensità speciale. O così parve a me, forse per mia personale disposizione in quel momento. Fatto sta che ne fui toccato, presi posto a uno degli ultimi banchi e restai in ascolto. A quel brano ne seguì un altro, poi un altro ancora…

 

Quando la musica s’interruppe, guardai l’orologio. Ero rimasto seduto a quel banco per più di un’ora. Direi, più o meno, senz’accorgermene, o accorgendomene solo di sfuggita, in modo subliminale, per quella nuova qualità del tempo che, come dicevo, pervadeva un po’ tutto e mutava in modo elastico le durate, estendendole o accorciandole a seconda delle occasioni. L’appuntamento col mio vecchio collega era ormai andato. Non me ne rammaricai più di tanto. Mi alzai e m’accinsi ad andarmene per i fatti miei, quando mi resi conto che una delle coriste guardava insistentemente dalla mia parte. S’avvide che m’ero accorto di lei e mentre le altre, laiche e monache, lasciavano i banchi e si raccoglievano nel presbiterio, si distaccò dal gruppo e si diresse con decisione verso di me. Sorrideva.

Era una ragazza molto graziosa, all’aspetto poco più che ventenne. Bionda, i capelli folti e forti raccolti in una casta acconciatura tenuta assieme a fatica da forcine molto visibili e da un foulard scolorito, annodato basso dietro la nuca. Indossava una misera giacchetta scura e una gonna plissé di panno grigio, lunga fin sotto il ginocchio. Le scarpe basse, nere, le calze spesse. Una casalinga in faccende o un’operaia. Malgrado l’abbigliamento dimesso, era tuttavia decisamente bella: di statura superiore alla media, personale slanciato, il viso dall’ovale un po’ allungato e lineamenti dolci ma di carattere, con un che d’orientale nel taglio degli occhi e negli zigomi alti.

“Gentile da parte sua restare ad ascoltarci…,” disse quando mi fu vicina, in un italiano assolutamente corretto però tutto irrigidito a ridosso delle consonanti, specie le dentali, e che scivolava invece sulle vocali, allungandole a dismisura: pronuncia che tradiva un’origine straniera, probabilmente slava. “Lei s’interessa di musica sacra?”

Non ne sapevo un accidente, di musica sacra. E in genere, devo dire, ho una certa avversione per tutto ciò che sa di religione, ma non le dissi questo. Le dissi, invece, che passavo di là per caso, m’era parso un bel canto ed ero entrato.

“Ma è rimasto ad ascoltarci per più di un’ora,” disse lei. “Le siamo piaciute fino a tal punto?”

Avrei voluto rispondere con qualcosa di gentile, che la confermasse in quell’involontario complimento che aveva colto nel mio starmene lì ad ascoltare ‘per più di un’ora’… ma non mi venne alle labbra che una domanda impertinente, per nulla rispondente alla sua:

“Come mai parla così bene l’italiano?”

“Oh, l’ho studiato fin da piccola, su da noi. Amo molto la vostra lingua. Appena ho potuto, sono venuta a studiarla qui.”

“Su da voi…”

“Russia. Sono di San Pietroburgo. Vivo qui da un paio d’anni, studio alla Gregoriana.”

“Ma guarda, la Gregoriana…”

“Ho una borsa di studio della nostra Accademia.”

“E cosa studia?”

“Iconografia cristiana. Storia e conservazione dei beni artistici della Chiesa.”

“Interessante. E nel tempo libero canta nel coro…”

“Mah, questo è solo un passatempo, sono una dilettante… Mi piace cantare, però il mio campo di studi è un altro. Ora sono alle prese col vostro Barocco, ho l’esame tra due settimane. È così straordinario, per una russa, trovarsi a studiare quell’epoca qui, in questa vostra città talmente piena di bellezza…”

“Davvero. Anche la città da cui proviene, però, è molto bella…”

Le feci dei complimenti, parlandole di San Pietroburgo, che avevo visitato e un po’ conoscevo dai libri. Lei insistette a parlarmi di Roma. E, insomma, ci scambiammo delle lusinghe servendoci delle nostre rispettive città. Fu un piacevole scambio, ma nulla che lasciasse presagire un seguito, vista anche la differenza d’età.

Però quando uscimmo sul sagrato e io mi disposi a salutarla, lei mi disse, seria seria:

“È stato un piacere parlare con lei. Sarei felice di rivederla.” E, porgendomi la mano, mi passò un biglietto. Sopra c’era un numero di telefono. Allora, mentre già s’allontanava, la fermai e le chiesi il nome.

“Katja. Mi chiamo Katja.” Disse. E s’incamminò.

Ci avviammo in direzioni opposte, lei giù per via del Monte Oppio, verso il Colosseo, io a riprendere la Merulana e la via di casa.

 

Qualche giorno dopo, mentre vagavo tra la cucina, il soggiorno e lo studio, in uno di quei pomeriggi casalinghi solitari e tetri in cui incappo di frequente, mi ritrovai per le mani quel biglietto. Era già quasi buio, verso le sei. L’imbrunire, un’ora della giornata incantevole, quando magari siete all’aperto davanti a qualche spettacolo della natura, un bel panorama marino, campestre o montano, con quella luce che prende tonalità sfumate e cala nell’aria una quiete… però nel chiuso di una casa in cui vagate cupamente da ore, allorché la penombra invade le stanze e le mura evocano isolamento e clausura, quella è l’ora peggiore, l’ora dei pensieri bui. Avevo due alternative: anticipare il drink serale, stappare la mia quotidiana bottiglia e imboccare così, un’oretta prima del solito, la naturale conclusione di quel genere di giorni, buttarla nell’alcol per finirla in pace. Oppure comporre quel numero.

Optai per la seconda. Rispose lei. Fresca, gentile, con quella voce flautata che si stirava tutta sulle le vocali per poi andare a cozzare contro le consonanti. Mi diede l’indirizzo. La bottiglia, che altrimenti mi sarei scolata da solo, la portai con me. Lungo la strada mi fermai in una pescheria che conoscevo, dalle parti di via Chiana, a prendere una dozzina d’ostriche.

L’appartamento era in una palazzina borghese nei pressi dell’incrocio tra via Tirso e via Po. Quarto piano. Una di quelle vecchie case in cui l’ascensore è ingabbiato dentro la tromba delle scale in una griglia di graticcio nero. Suonai all’interno senza nome di cui m’aveva dato il numero.

 

La tariffa fu piuttosto alta, ma li valeva. Katja era una ragazza notevole sotto molteplici punti di vista. Molto aperta e originale, disposta a parlare di sé con generosità. Aveva un sito, che mi mostrò, dove compariva piuttosto svestita in pose volte a sollecitare il desiderio maschile. L’altra faccia della castigata corista che m’aveva abbordato in chiesa. Come mi disse, internet non era il suo modo preferito di procurarsi clienti. In genere, preferiva agire sul campo e in luoghi abbastanza circoscritti: musei, mostre d’arte, biblioteche…

“O le chiese,” dissi.

“Sicuro, anche in chiesa. Preferisco vedere dal vivo la persona, è molto meglio…”

Alla domanda che le feci – piuttosto sciocca, lo riconosco – sulla ragione per cui prediligesse quei posti, rispose con uno sbuffo, alzando le spalle:

“Danno maggiori garanzie, sono rispettabili. Di solito scelgo quelli di una certa età, sono più gentili, non riservano sorprese…”

“Studi davvero storia dell’arte?”

“Ma certo! Non vedi, sugli scaffali, tutti quei libri?”

M’alzai dal letto e m’avvicinai al tavolo sul quale, appena entrato, avevo deposto i soldi. Era coperto di gran volumi con riproduzioni di opere di Caravaggio, Bernini, Borromini…

“Già già, il Barocco. Me l’hai detto.”

“Ecco. L’esame, tra due settimane.”

Dal tavolo, i libri furono spostati su un mobile, per apparecchiare. Bevemmo il vino e mangiammo le ostriche. Uustritze, le chiamava Katja. Ne andava ghiotta. L’appartamento era piuttosto grazioso. Un bilocale, con camera da letto comoda, uno spazioso soggiorno con angolo cottura. Arredo semplice, adatto a una ventenne; però confortevole e funzionale, non mancava di nulla.

“Deve costarti un bel po’, in questo quartiere.”

“Ormai non è più un problema, posso permettermelo. Pensa che appena arrivata stavo in una stanzetta allo studentato… mi mantenevo con quel che riusciva a mandarmi la mia famiglia… argent de poche, adesso. I miei non sono ricchi. Mi spediscono ancora del denaro. Li lascio fare, sai, per loro vivo ancora allo studentato…”

“E questa seconda attività… come riesci a conciliarla con i tuoi studi?”

“Ma l’hai visto tu stesso… non è poi così complicato. Non siete tanto impegnativi. Invece di andare a un cinema o girare a vanvera per negozi, ecco qua… Molto più produttivo.”

“Nessun fidanzato?”

“Per carità! Alla larga… Ancora per qualche anno, niente legami.”

“E cosa conti di fare quando finirai gli studi?”

“Tornerò in Russia! Questo va bene per un po’… Metto da parte dei soldi, giro l’Europa… Sono stata a Parigi, a Londra, in Costa Azzurra. Mi piace molto il vostro mare, la Sardegna, la Sicilia… All’università, sai, mi va abbastanza bene… ho un buon curriculum, sono in regola con gli esami. Forse dopo la laurea otterrò un incarico alla Gregoriana… Pagato poco, ma mi consentirà di restare qui ancora un paio d’anni… Tutto fieno in cascina… Quando finirà, avrò venticinque-ventisei anni… e abbastanza quattrini per tornarmene a San Pietroburgo, trovarmi un lavoro – qualche museo o istituto; una galleria d’arte? Chissà: magari l’Ermitage – comprerò casa… Poi mi metterò in cerca dell’uomo con cui metter su famiglia…”

Voleva bambini, almeno tre.

 

Fu una piacevole serata. Finimmo presto la bottiglia e tutte le ostriche. Nel periodo che seguì rividi di quando in quando Katja, una o due volte al mese, per qualche tempo. Poi una volta capitò che non poteva. Mi indirizzò verso una sua amica, russa anche lei, che non mi piacque. E questo ruppe qualcosa tra noi, incrinò quella sorta d’intesa, di complicità quasi, scaturita da un incontro così particolare in un luogo di culto. Dopo quella volta per un po’ mi astenni dal chiamarla. In seguito trovai altre soluzioni, la dimenticai.

Finché un giorno, all’incirca due anni dopo il nostro primo incontro, mi trovai nuovamente a passare per via del Monte Oppio, davanti alla chiesa di San Martino ai Monti. Il portone era aperto e ne proveniva della musica d’organo, accompagnata da un canto… Impossibile! Il déjà vu fu così forte che mi sentii letteralmente trascinato dentro.

Sul lato sinistro della navata, più o meno nello stesso posto, tra i banchi, era schierato un coro femminile, composto di monache e giovani laiche, tutte in piedi col libretto davanti, intonavano salmi sotto la direzione di una suora che faceva da maestra del coro… e lei era là, la riconobbi immediatamente, vestita alla maniera povera e casta della prima volta.

M’accostai al muro e restai in ombra, protetto da una nicchia appena oltre l’ingresso. L’osservai cantare. Ostentava lo stesso serio impegno che coglievo sul viso di tutte le altre e che la prima volta m’aveva fatto tanta impressione… Solo che Katja, notai, di quando in quando alzava gli occhi e li puntava furtivamente in una certa direzione… Seguendo il suo sguardo e sporgendomi un po’ dalla mia nicchia, vidi tra i banchi laterali, seduto più o meno dov’ero io allora, un signore attempato, dall’aria distinta, grigio di capelli. Portava un bastone e un cappello, che aveva poggiato decorosamente sulle ginocchia accavallate. Ben vestito, cappotto blu, abito scuro. Teneva gli occhi chiusi, non saprei dire se per concentrarsi nell’ascolto del madrigale o perché sonnecchiava, inconsapevole d’essere osservato.

Restai per parecchio tempo nascosto nella mia nicchia. Le coriste intonavano inni, dirette dalla monaca anziana, e la musica d’organo e il loro canto risuonavano nella penombra della navata. Mentre Katja, composta, cantava tenendo d’occhio la sua preda, l’anziano si lasciava cullare dalle onde sonore della musica sacra…

Quando il canto finì il gentiluomo si riscosse e fece per alzarsi. Allora vidi lei che si distaccava dal gruppo e, come allora, s’avvicinava al distinto signore, gli diceva qualcosa, si fermava a far conoscenza con lui… Scambiate poche parole, s’avviarono una accanto all’altro verso il portone della chiesa e passarono davanti alla mia nicchia. Per quanto mi ritraessi nell’ombra, il mio sguardo incrociò per un attimo quello di Katja. Dovette riconoscermi e senza smettere di conversare accennò un sorriso, un sorriso invitante… Sembrava lieta di rivedermi e – mi parve – strizzò l’occhio. Mentre si congedavano, sul sagrato, lei nel salutarlo gli prese le mani e gli passò qualcosa. Poi s’avviò nella stessa direzione di allora, verso il Colosseo.

Ah, Katja… Ero affascinato. Esistono, cacciatrici del genere? Si può battere la navata di una basilica come il marciapiede? Mi riprometto di chiamarla, un giorno o l’altro.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

 

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