Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Jude e la colpa

Un homeless e l'ufficiale giudiziario che lo induce al suicidio: il nuovo film del rumeno Radu Jude è un apologo sul senso di colpa. Nel segno di Rossellini e Spielberg...

Aveva ragione il critico Luigi Locatelli quando definì indispensabile il film scritto e diretto dal regista rumeno Radu Jude Kontinental 25, Orso d’argento per la sceneggiatura alla Berlinale dell’anno scorso. È da allora che attendo il suo arrivo nelle sale. E finalmente eccolo, con la densità di temi e di citazioni che Jude sa metterci e con lo sgarbo con cui ci mostra le piaghe di questo nostro presente e cosa siamo diventati, giudici ipocriti pronti a sentenziare un sì o un no, eredi rancorosi di un passato mai compreso, soprattutto spietati con chi è diverso e non ha niente.

Una premessa sul regista, unanimemente ritenuto tra i grandi del cinema mondiale. A neanche cinquant’anni ha già firmato 9 corti, 4 documentari e 12 lungometraggi (ben due dopo Kontinental 25: Dracula e Journal d’une femme de chambre presentato in maggio alla Quinzaine). Visto che gli restava del tempo si è pure concesso di fare l’attore nel film di Arthur Harari L’inconnue in concorso a Cannes. Insomma un ragazzaccio iperattivo che arriva dalla Romania per raccontarci con i suoi modi maleducati e senza giri di parole il nostro malessere quotidiano. Il cinema di Radu Jude in effetti non è una passeggiata. Lo conferma Kontinental 25 che affronta un tema quanto mai inattuale: il senso di colpa. E ci vuole coraggio per dedicare un film a questo argomento, visto che in questi tempi bui la celebre battuta di Woody Allen “non credo in Dio e comunque mi sento in colpa” viene rovesciata dai tanti che in Dio ci credono, ma non provano il minimo senso di colpa neanche compiendo i delitti più efferati.

Prima di entrare nella storia di Kontinental 25 segnalo che il titolo è una citazione e che le molte citazioni, letterarie e cinematografiche, conferiscono al racconto un tono tra l’ironico e il sarcastico, a tratti comico. Il titolo richiama Europa 51 di Roberto Rossellini: in quel film la protagonista Ingrid Bergman era una donna della borghesia consumata dal senso di colpa e che stravolge la sua esistenza mossa dalla pietà per gli ultimi. Oltre a Rossellini, Jude cita Hirayama, protagonista del film di Wim Wenders Perfect days e a sorpresa evoca Jurassic Park di Steven Spielberg facendo comparire nella scena iniziale giganteschi dinosauri animati in un parco cittadino che si rivelano pupazzi di bassa qualità, in fondo siamo in Romania, mica in America.

La storia è ambientata a Cluj, capitale ufficiosa della Transilvania, regione un tempo ungherese passata alla Romania con la fine dell’impero asburgico e mai più restituita, per cui la coabitazione tra rumeni e magiari è ancora oggi fonte di tensioni. Il film inizia in un bosco alle porte della città, il parco tematico coi dinosauri ma senza visitatori. C’è un uomo anziano che fruga tra gli alberi e raccoglie rifiuti e bottiglie di plastica. Si chiama Ion ed è il protagonista dei primi quindici minuti del film. Il regista lo pedina durante la sua giornata tipo: Ion sopravvive riciclando rifiuti e offrendosi per lavoretti occasionali ai turisti che affollano i caffè, accetta pochi soldi che promette di restituire, sa dove gli verrà dato da mangiare, la sera torna nel suo rifugio precario, il vano caldaie di un edificio fatiscente destinato alla demolizione. Al suo posto sorgerà un boutique hotel: il Kontinental.

Dopo un quarto d’ora entra in scena la vera protagonista della pellicola che sarà presente per tutta la sua durata (109 minuti). Si chiama Orsolya ed è l’ufficiale giudiziario incaricata di eseguire lo sfratto dell’homeless dallo scantinato. E mentre lei prende un caffè con i poliziotti che l’accompagnano in tenuta antisommossa, sperando di sensibilizzarli sulle condizioni pietose del vecchio che lei vuole aiutare a tutti i costi, Ion si avvolge un filo di ferro intorno al collo e si impicca appeso a un termosifone.

È il colpo di scena che impone un drammatico cambio di passo a tutta la pellicola, come avveniva nei film di Hitchcock. Jude non mostra ciò che accade fuori campo, sentiamo solo i rantoli mentre l’obiettivo inquadra l’ingiunzione di sfratto nel tempo interminabile che impiega il vecchio per morire. Ion esce di scena e arriva Orsolya col suo senso di colpa. Perché lei è una donna gentile, ha due figli e un marito, fa il mestiere che fa ma vede le ingiustizie che la circondano, ha pietà per gli ultimi e come può si dà da fare per aiutarli. Ma la morte di Ion la devasta, l’immagine del vecchio strozzato dal filo di ferro e appeso al termosifone e la nausea che ha provato per l’odore dell’urina nello scantinato diventa un’ossessione, continua a ripetere la scena a tutti quelli che incontra e con le stesse parole, gli stessi dettagli. E a tutti chiede se non sia sua la colpa, lo sa che non è penalmente perseguibile ma lei costringe gli interlocutori a riflettere a un livello più profondo di quello giudiziario, il livello che mette ognuno di fronte alle sue responsabilità.

Così seguiamo Orsolya che si dispera negli uffici dei suoi superiori e poi discute con un’amica che sembra capirla ma si rivela un campione di ipocrisia, cerca conforto dalla madre ungherese che ancora cova la rabbia verso i rumeni e le dà della puttana, si confida con un prete ortodosso che si crede capace di spiegare tutto e non spiega niente. L’unica valvola di sfogo sarà il rapporto animalesco che lei avrà con un suo ex studente di legge incontrato per caso e che dopo anni di studi brillanti fa il rider in bicicletta. Lui le canta l’inno della goliardia “Gaudeamus igitur”, lei dimentica per una notte il senso di colpa nell’alcol e nel sesso.

In realtà Orsolya non può dimenticare. La sua famiglia è in vacanza in Grecia e lei ha deciso di non raggiungerli. Orsolya è sola con il suo senso di colpa che nessuno comprende e non le basterà recitare il Padre Nostro né in ungherese né in rumeno.

Un finale non c’è. C’è una sequenza di immagini che mette in fila le stratificazioni di Cluj e che diventa la metafora di tutti i nostri malesseri e di tutte le nostre solitudini: i castelli medievali, i palazzi dell’era asburgica, i condomini dell’era comunista, le pareti a specchio dei grattacieli della città smart. E lo spettatore non immagina che un film tanto indispensabile è stato girato in undici giorni con un iPhone 16.

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