Mimmo Stolfi
A proposito di “Omni”

Lo spirituale nel jazz

Con il nuovo album, James Brandon Lewis prosegue la sua costante ricerca nella "naturalezza" del linguaggio jazz: un lavoro spirituale che sarebbe sbagliato definire religioso

Molti musicisti, una volta trovato un linguaggio riconoscibile, trascorrono il resto della carriera a rifinirlo. James Brandon Lewis fa il contrario. Ogni disco sembra nascere dalla necessità di verificare quanto il suo linguaggio possa ancora trasformarsi senza perdere la propria identità. Omni (Intakt Records) è forse il punto più avanzato di questa ricerca: un album che guarda apertamente alla tradizione dello spiritual jazz afroamericano ma rifiuta qualsiasi nostalgia, trasformandola in un organismo vivo, inquieto, continuamente attraversato dal dubbio.

Negli ultimi anni Lewis è stato capace di percorrere territori apparentemente incompatibili. Ha dialogato con il rock più abrasivo insieme ai Messthetics, ha lavorato sulla forma della ballata, ha approfondito la propria teoria della Molecular Systematic Music, un sistema compositivo che, partito da semplici cellule intervallari, si è progressivamente esteso fino a comprendere l’intero universo cromatico. In Omni questa ricerca teorica smette definitivamente di apparire come un esercizio intellettuale. La costruzione dodecafonica non irrigidisce mai il discorso, diventando il terreno sul quale l’istinto può muoversi con sorprendente naturalezza.

Il quartetto che lo accompagna da anni rappresenta ormai uno dei gruppi più affiatati del jazz contemporaneo. Aruán Ortiz al pianoforte, Brad Jones al contrabbasso e Chad Taylor alla batteria non funzionano come una semplice sezione ritmica, ma come un sistema nervoso distribuito. Nessuno accompagna davvero qualcun altro. Ogni frase modifica il comportamento delle altre, ogni intervento genera nuove possibilità. È una musica che sembra pensare mentre viene suonata.

L’idea che permea il disco prende spunto dai tre attributi divini evocati dal titolo – onnipotenza, onniscienza e onnipresenza – ma sarebbe un errore leggerlo come un semplice album religioso. La spiritualità di Lewis non coincide con una professione di fede. Somiglia piuttosto a una tensione continua verso qualcosa che eccede il linguaggio. Omni ha la forza di un rito collettivo, ma non chiede adesione. Invita piuttosto all’ascolto, come se il senso dovesse emergere dal movimento stesso del suono e non da un messaggio da decifrare.

L’apertura affidata al breve assolo di Omnipotent stabilisce subito il clima dell’album. Pochi secondi bastano per mostrare una delle qualità più sorprendenti di Lewis: l’autorità del suo suono. Non ha bisogno di volume o aggressività. Basta il modo in cui scolpisce ogni nota per creare immediatamente uno spazio di ascolto. Poi il quartetto entra in scena e il disco acquista una forza quasi processionale. The Sermon cresce lentamente fino a trasformarsi in una lunga respirazione collettiva; Fire in My Bones spinge invece sull’urgenza ritmica, con Chad Taylor che frammenta continuamente il tempo senza mai perdere il senso del flusso. Testify recupera la cadenza del blues e della Black Church, ma la attraversa con una libertà armonica che impedisce qualsiasi effetto di citazione. La tradizione viene evocata, mai imitata.

Uno degli aspetti più affascinanti di Omni è proprio questo equilibrio tra disciplina e libertà. Lewis costruisce strutture estremamente rigorose per poi lasciarle respirare. L’improvvisazione non arriva come una fuga dalle regole, ma come il momento in cui le regole dimostrano tutta la loro elasticità. È un principio che attraversa anche Line Upon Line, dove il quartetto sembra edificare il brano davanti all’ascoltatore, accumulando tensioni, deviazioni e improvvisi punti di equilibrio.

La parte finale del disco rallenta il passo senza perdere intensità. Spirit of the Living God, con i suoi oltre dieci minuti, rappresenta il cuore emotivo dell’album: i musicisti cercano una forma di elevazione ottenuta attraverso la ripetizione, l’ascolto reciproco, il progressivo allargarsi dello spazio sonoro. Quando arriva Omnipresent, tutto sembra ricondursi a una calma che non ha nulla di consolatorio. È piuttosto la sensazione che il viaggio continui fuori dal disco.

Se molti musicisti contemporanei guardano a John Coltrane come a un repertorio di formule da riprodurre, Lewis sembra averne assimilato soprattutto il metodo: concepire la spiritualità come un atteggiamento nei confronti del suono. Da qui nasce la forza di Omni. Più che rievocare lo spiritual jazz degli anni Sessanta, il disco ne immagina una possibile prosecuzione nel presente, intrecciando gospel, blues, avanguardia e composizione contemporanea in un linguaggio ormai del tutto personale.

È difficile pensare a molti altri sassofonisti della sua generazione capaci di tenere insieme un simile livello di elaborazione formale e una tale immediatezza espressiva. Omni conferma che Lewis non sta semplicemente consolidando una carriera già straordinaria. Sta costruendo, disco dopo disco, una delle opere più coerenti e necessarie del jazz del XXI secolo.

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