Carlo Alberto Bucci
L'invasione delle immagini

Ipotesi su un carabiniere

In un mercatino spunta il ritratto di un carabiniere. Chi sarà? Chi avrà commissionato il dipinto? E perché ora langue così in vendita? Chi avrà voluto liberarsene?

Eccesso di immagini. Troppi quadri, stampe, lito, gouaches, olii, tempere, acrilici nelle nostre case, troppe foto e video negli smartphone, troppi graffiti sui muri della città. E troppe anche per le pareti del Mercatino di Garbatella, tanto che gli allestitori degli spazi ipogeici di via Manfredo Camperio 25, a Roma, hanno dovuto portare il “Quadro ritratto ufficiale” (questa la dicitura sull’etichetta appicciata sulla cornice il 15 luglio 2026, giorno della registrazione al bancone vendite), nel reparto cristalli, appoggiandolo al tavolo che contiene già, accatastate, decine, centinaia di altri oggetti. Ed è stato su questo affollato piano che, per un felice caso, il tappo di una bottiglia, assicurato alla bocca della stessa con lo scotch di carta, si è trovato a coincidere con il nodo della cravatta dell’ufficiale dei carabinieri che è al centro del dipinto a tempera su masonite. E così, per un fortuito e fortunato incidente, ovvero punto di vista, la cravatta azzurra, sovrapposta al tappo, ottiene nella foto del ritratto un effetto tridimensionale e traslucido. Come un topazio sfaccettato che getta luce e stupore tutt’intorno alla piatta figura, in un giorno altrettanto piatto di questa afosa, bollente estate romana. Un nodo trasparente e riflettente lo ha preso – e ci prende – alla gola. Un punto irradiante di luce, generato da un indesiderato objet trouvé nella camera da pranzo, che getta, sul viso cerato dell’attempato militare, un po’ dello sfavillio che si produce dall’accostamento di tutti quei bicchieri, calici, bottiglie, secchielli – assemblaggio vitreo che manderebbe in visibilio i pittori iperrealisti del Novecento e i loro tanti, stanchi epigoni odierni, felici tutti di perdersi in quella labirintica trama trasparente di riflessi e incroci luminosi che fanno sempre dire agli astanti: “Uàu!” -; e gli dà improvvisamente nuova vita, almeno fintanto che il quadro resterà lì nello scaffale dei cristalli, prima che uno dei giornalieri riallestimenti della merce non arriva a riposizionarlo altrove, forse tra le ceramiche, magari tra gli altri dipinti.

Al di là della collocazione in un diverso reparto di questo tempio dello scambio dell’usato e dell’eccesso che sono i mercatini, suscita grande simpatia il ritratto del carabiniere, tratto evidentemente da una fotografia. E la si può provare anche, se non innanzitutto, per l’uomo raffigurato, un colonnello all’apice della sua carriera e in uniforme, in un modello quasi certamente fuori corso; una divisa chiara, magari estiva, di diversi anni fa.

Il militare ha un’espressione seria, sembra raccolto nei suoi pensieri. Appare distaccato, distante, diresti disincantato. Le labbra sono piegate in una specie di smorfia, come dicesse: “Embé?”. E poi le palpebre scendono in diagonale a stendere sugli occhi un velo di malinconia. Ma parliamo della persona in carne e ossa impressa in una foto che mantiene le sue caratteristiche di anonima riproduzione della realtà, anche se qui ricopiata dalla mano di un pittore che nulla di nuovo ha però aggiunto all’originale di partenza, se non forse il fondo omogeneo e un’ombra accennata, quel quanto basta di scuro per fare risaltare in primo piano il mezzo busto, niente affatto impettito, in definitiva, mentre appare nel “Quadro ritratto ufficiale” (dove l’ultimo termine vale sia da aggettivo sia da sostantivo che qualifica la professione di questo al momento ignoto rappresentante delle forze dell’ordine).

Potrebbe essere stato realizzato, il dipinto, dopo la morte del carabiniere. Per celebrarlo nella sua caserma o stazione. O per offrirlo ai ricordi e alle lacrime della vedova, in camera da letto, appeso sulla parete che sovrasta il matrimoniale su cui hanno dormito tutta la vita. Se fu la moglie o se sono stati i loro figli a commissionare il dipinto per avere sempre accanto, nell’alcova o in salotto, l’amato scomparso, perché adesso l’oggetto di tanto affetto è finito tra gli scaffali e la merce del Mercatino di Garbatella?

È possibile che l’anziana donna fosse rimasta sola, per figli mai venuti o adesso lontani e comunque distanti, disinteressati a lei. E che alla sua morte gli eredi, magari nipoti che vivono in un’altra città, abbiano chiamato un robivecchi, uno svuota cantine o, direttamente lo staff di facchini del Mercatino, e che abbiano fatto portare via tutto il mobilio e gli arredi per farci qualche soldo (in questo caso, incasseranno poco meno della metà di 25 euro, se e quando il pezzo sarà venduto).

Potrebbero essere stati i figli stessi ad alienare il dipinto – come biasimarli? – perché avevano la casa piena di altre immagini: tele, manifesti, calendari, puzzle incorniciati. Magari hanno preferito mettere sotto vetro la fotografia, incastonata nel suo rettangolo d’argento, impiegata dal pittore per il dipinto. Oppure hanno scelto di incorniciare un altro scatto in cui il papà appariva sorridente, allegro, in un atteggiamento familiare da militare in libera uscita e al mare coi bambini, non immortalato tra gradi e mostrine nella divisa e nella baldanza d’ordinanza.

Il colonello ha il cappello dell’Arma che, ben calcato, preme ai lati della sua testa, tanto che quasi poggia sulle grandi orecchie – del resto, sono l’unica nostra parte anatomica a crescere, insieme al naso, con il passare degli anni. La sua posa non è poi così marziale. Lui sembra uno di quegli eroi del Risorgimento o della Grande Guerra evocati nelle piazze dai bronzi di scultori poco attenti alla retorica celebrativa del monumento ai tanti caduti o a qualche sparuta vittoria; e capaci di cogliere un’espressione di annoiata umanità nei loro modelli. Nel nostro militare di passaggio al Mercatino di Garbatella, è come se il Bartolomeo Colleoni, morto il giorno dei defunti del 1475, la smettesse di ringhiare dall’alto del suo destriero, al centro della propria mascella volitiva, e si mettesse in posa, smontato dal cavallo ideato e plasmato per e con lui da Verrocchio a Venezia, per la foto da incollare al tesserino della mensa ufficiali.

Di quest’uomo, raffigurato da grande e al vertice della sua carriera militare, ma immortalato con la stessa espressione e i medesimi occhi buoni di quando, bambino, come divisa il grembiule blu e il fiocco bianco a fare da gorgiera, posava nella foto di gruppo a scuola, sappiamo che viso aveva o che, forse, ha. Non sappiamo però come si chiamava. Resta anonimo il protagonista di questo dipinto che, firmato in basso a destra (ma la firma è difficilmente leggibile, anche perché parzialmente coperta dalla cornice: e qui l’offesa è tutta per il pittore a cui è stata celata/negata la paternità), è offerto in vendita per poche decine di euro. Il suo destino è lo stesso di ritratti, di più alta qualità, incastonati in sarcofagi romani, nelle tombe terragne di chiese medievali, sulle tavole e le tele che riempiono quadrerie barocche, musei e gallerie d’arte d’oggidì. Parliamo di uomini e donne dei quali ci è arrivata l’effigie ma di cui s’è perso il nome, smarrita l’identità e la storia – e comunque il fato del nostro carabiniere tra i cristalli è, sarà, certamente più fausto della foto con la bella signora che ci sorride, i denti belli come le perle della sua collana, dal centro di una “cornicetta ovale dorata”: prezzato 3,65 euro, per giunta con l’etichetta incollata sul vetro a coprire mezza faccia, questo oggetto sarà probabilmente preso da un acquirente interessato al contenitore ma niente affatto al contenuto che verrà, nel migliore dei casi, coperto da una nuova foto e la vecchia finirà strappata nella carta da buttare: Sic Transit Gloria (magari era il nome di lei) Mundi.

Se il quadro del e con il carabiniere non verrà venduto, nemmeno dopo che, passati 60 giorni, i responsabili del Mercatino abbasseranno il prezzo già basso, potrà essere ritirato dal proprietario. Che potrà dargli un’altra chance, ma la vedo difficile, e provare a restituire il nome al soggetto e una funzione al dipinto. Potrebbe però essere stato lo stesso ritrattato a ritrarsi, a dismettere – insieme alla divisa in cui si è fatto immortalare (o si è autoritratto in quanto valente dilettante della tavolozza?) – il dipinto che era diventato un ricordo ossessivo di un tempo e di un ruolo che voleva dimenticare. In una esplicita, auto damnatio memoriae. E ora se ne sta, hai visto mai?, in camicia hawaiana, pinocchietti e occhiali da sole, ciabatte ai piedi e mojito in mano, a girare per le spiagge infuocate dell’estate rovente. Allora sì che il suo gesto di alienazione, del quadro e di un suo sé precedente, sarebbe davvero un atto artistico liberatorio. Un gesto da imitare e da consigliare ai tanti che dipingono, fotografano, scrivono e poetano convinti che lasceranno un segno nell’arte o nel cuore dei posteri.

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