A proposito di “Erano donne"
Essere Donna
Il nuovo libro di Gioia Costa scava nella vita, nel carattere e nel mito di cinque donne memorabili della storia: Colette, Cristina di Belgiojoso, Paolina Borghese, Caterina da Genova, Giovanna d'Arco
Un paio di settimane fa un evento ha felicemente coinvolto il pubblico dell’Arena Palma di Trevignano Romano. Non si trattava della consueta presentazione di un libro bensì dell’occasione di far coincidere, senza forzature, gli elementi letterari, storici e teatrali presenti nell’ultimo volume di Gioia Costa. La serata è stata ancor più impreziosita dagli interventi dell’attrice Betti Pedrazzi, splendidamente accompagnata dal fischio melodico di Elena Somarè e dalla chitarra del compositore svedese Mats Hedberg. Erano donne (Voce Libri) è stato rivissuto e narrato come meritava un testo complesso che aveva richiesto, da parte dell’autrice, oltre un decennio di documentazioni e di studi in cui soltanto Gioia Costa sarebbe stata in grado di cimentarsi.
Servivano infatti la conoscenza e la passione che le sono proprie, ella avendo alle spalle un’instancabile operosità di scrittrice, di traduttrice, di studiosa del teatro e di testimone attiva del legame culturale e linguistico tra Francia e Italia nel campo delle lettere, delle arti, del cinema e dello spettacolo dal vivo. Valgano in proposito due esempi: la traduzione del primo volume dell’Archivio Foucault (1996); le trasposizioni in lingua italiana di alcune drammaturgie di Valère Novarina, grande scrittore ginevrino, scomparso da qualche mese, al quale Costa dedicherà un lavoro ben concentrato su alcune sue opere fondamentali, lavoro che egli stesso commenterà a encomio della brillantezza di certi passaggi linguistici dell’autrice italiana: «Cara Gioia – scriverà Valère a proposito di Devant la Parole – sentire cosa dicono i vocaboli, ascoltare come risuonano e si rispondono, come ragionano, vederli emettere i loro significati come onde che si espandono nello spazio mentale, è quello che abbiamo fatto la settimana scorsa a Parigi, nei quattro giorni in cui abbiamo riletto insieme la tua traduzione. Abbiamo confrontato il francese e l’italiano, abbiamo trovato attimo più bello di instant e aimant più bello di calamita, e ci siamo spesso ritrovati all’incrocio di vocaboli contraddittori, misteriosi come maschere neutre…».
E dunque, non solamente i premi attestano il valore e l’engagement di un’intellettuale, del pari conta il suo saper accedere alle opere, alle altrui come alle proprie, con la medesima empatia.
Ebbene, grazie al suo Erano Donne, Gioia Costa è riuscita a entrare con passo dolce nelle vite, nei dolori, nelle ribellioni e negli amori di cinque Donne “impossibles et pourtant là” (è di Georges Bataille e io la uso spesso), di cinque Donne magnifiche la cui esperienza interiore sarebbe coincisa, in egual misura, con il vivere e con il morire.
* * *
Era una donna liberata, Colette, ancor prima di prendere confidenza con la sua scrittura. Non l’aveva delusa che il suo primo marito Henry Gauthier-Villars, per tutti Willy, avesse scambiato la Claudine della giovane moglie per una donna da siparietto. Sebbene fosse un’autorità nei settori dell’editoria e del giornalismo, il suo Willy era un mediocre scrittore, inutilmente prolifico. Tuttavia due anni dopo egli saprà cogliere la forza ribelle di Claudine e ne approfitterà per firmare, lui, le prime opere di Colette, che da par suo non la prese a male e persino resterà riconoscente all’ex marito fedifrago per averla introdotta in quel medesimo universo letterario dove sapeva d’esser venuta alla luce. La differenza stava lì: Colette non avvertiva alcun privilegio nell’accedere ai salotti intellettuali parigini, semplicemente perché nella sua personale biografia lei vi si trovava da sempre. In tal senso Gioia Costa è riuscita opportunamente a illuminare scene di vita dove nomi e cognomi celebri non venivano cullati tra letture e critiche utili alle umane emozioni. Tra poeti e scrittori, Colette riuscì a smarcarsi dalle vuote ansie del vivere mondano e fu anche per questo che i suoi incontri e le sue conoscenze presero a nutrirsi di un sentimento d’amicizia in grado di mutare, presto, in complicità. Scrivere, recitare, incarnare uno stile quasi inimitabile e poi amare contro ogni difficoltà e con infinito coraggio gli uomini, i ragazzi (che fossero virili o en travesti), le donne e i suoi animali… in lei non vi era nulla che rimandasse a un’epica della conquista, anzi si aveva l’impressione che dal suo sguardo fiorisse un attimo di abbandono, senza che mai prevalesse l’enfasi incontrollata di un’amante. Una distanza, quella di Colette, che al lettore appariva quale fulgida rappresentazione dell’amore compiuto, quando due labbra si uniscono dimenticando passato e futuro e cercando un istantaneo silenzio da ascoltare…
«È bastato un bacio, tutto è diventato d’improvviso semplice, invitante, superficiale, e di un candore un po’ grossolano. Un bacio – e il pensiero, che volava, è caduto come un nugolo di moscerini estivi alle prime pesanti gocce di temporale. Niente è più preciso di un bacio muto. Non una parola d’amore, non un mormorio di preghiera, nemmeno un nome sussurrato. Solo un bacio, dato a tradimento da dietro e ricevuto con beata malafede, interrompe una frase senza importanza, non viene rifiutato né accolto. Lo si dimentica subito dopo! Però i corpi, onesti, hanno rabbrividito, si sono piegati insieme, e lo ricorderanno al prossimo contatto».
Tra queste poche, commoventi righe si legge il vigore di un sentimento tale da nascondersi all’ombra di un luogo che dai due amanti verrà lasciato come l’avevano trovato; non ci sarà bisogno di mettervi ordine.
In questo Colette si erge a simbolo di una sensibilità femminile pienamente emancipata, laddove non è mai il bisogno a determinare le scelte e i comportamenti ma è sempre il desiderio a fungere da tracciante della propria libertà. D’altronde, al contrario del bisogno, che spesso condiziona la persona che ne è dipendente, il manifestarsi di un desiderio scioglie ogni genere di dipendenza, sociale, culturale o sessuale che sia. Da qui il dono, che Colette possiede, di svelare i nascondimenti dell’animo maschile, il che ella si concede in uno scritto ambientato sul finire dell’Ottocento e smosso da un protagonista, Cheri, che non si comprende se sia più viziato o più corrotto, più egoista o più ingrato nei confronti delle donne che lo circondano. E infine subentra una crisi che travolge tutti…
«Una notte in cui Cheri camminava così, i grandi occhi spalancati nell’ombra, risalì il viale Bugeaud, poiché durante tutto il giorno non aveva ubbidito al feticismo che lo riportava lì, di quarantott’ore in quarantott’ore. Come i maniaci che non riescono a prendere sonno se prima non hanno toccato tre volte la maniglia di una porta, egli sfiorava il cancello, posava l’indice sul bottone del campanello, chiamava sottovoce in tono faceto, e se ne andava. Ma una notte, quella notte, davanti al cancello egli sentì come una gran stretta alla gola che gli fece balzare il cuore: la lampada elettrica del cortile riluceva come una gran lama color malva al di sopra della scalinata, la porta di servizio, spalancata, illuminava il selciato e dalle persiane del primo piano filtrava la luce interna disegnando come un pettine d’oro. Cheri si volse precipitosamente e corse fino al viale del Bois, dove sedette. Pose la mano sul cuore e respirò profondamente. La notte odorava di lillà dischiusi. Gettò il cappello, aprì il soprabito, si abbandonò contro una spalliera del sedile. Allungò le gambe e le sue mani aperte caddero mollemente. Era come se un peso tremendo e nello stesso tempo soave fosse venuto ad abbattersi su di lui».
Terminata la lettura di Cheri, ho pensato che quello tra Colette e Gioia Costa era stato un incontro tra due Femmes de Lettres.
* * *
Era una donna importante, la Cristina, capace di ritagliarsi il suo tempo in quell’epoca enormemente difficile in cui pareva che i rivoluzionari e i liberatori avrebbero prevalso contro la volontà degli invasori e dei restauratori. Tutti uomini, da una parte e dall’altra, gli uni, sicuri che l’avrebbero avuta vinta la forza bruta e la realizzazione di un dominio territoriale che non tenesse in alcun conto, né la cultura né lo spirito di una nazione mai nata; gli altri, annebbiati dalla loro bellezza storica, da una presenza quasi nobile dal piglio un po’ anarchico e un po’ rivoltoso, di chi, come Giuseppe Mazzini, chiamava la carica senza voltarsi indietro e senza accorgersi che a seguirlo non era rimasto nessuno.
I suoi ritratti non sono mai facili, tanto meno se della signora in questione resta solo qualche dipinto. Tracce più o meno credibili da vagliare con cura per ridare un volto e un’anima a una protagonista del passato e farla rivivere nel presente. Tanto più se si tratta di una donna affascinante e complessa come Cristina Trivulzio di Belgiojoso, principessa patriota, regina dei salotti, intellettuale, scrittrice, giornalista, filantropa. Amica di Mazzini e di Cavour, ma anche di artisti come Heine, Liszt, Sand e de Musset. In più, donna libera e spregiudicata, sposata, separata e madre single di una bimba nata fuori matrimonio.
«Suggestioni che hanno aiutato il bresciano Giuseppe Bergomi, tra i più interessanti scultori contemporanei, a ricostruire i tratti eleganti e scandalosi di Cristina, prima donna dell’Italia ottocentesca, e ora prima donna a cui Milano dedica una statua, che da oggi si può ammirare nella raffinata cornice di piazza Belgiojoso, davanti al palazzo dove lei era entrata come giovane sposa. E dove ora torna a 150 anni dalla morte, la sua snella figura forgiata nel bronzo, sistemata su un piedistallo cubico sul cui retro campeggia una scritta, il suo testamento spirituale: «Vogliano le donne felici e onorate dei tempi a venire rivolgere il pensiero ai dolori e alle umiliazioni delle donne che le precedettero, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro apersero e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse appena sognata felicità!».
Ma oltre a quella del maestro Bergomi, un’altra opera memorabile celebra l’unicità di questa Donna dell’Ottocento, ed è null’altro che la sua vita in opera. Anche lei infatti anela alla liberazione del suolo italiano e alla sua indipendenza, ma non possiede alcuna propensione alla battaglia; ben altro è il suo punto di forza, che si distingue in virtù di una socialità fuori dell’ordinario: perché è affascinante, perché è colta, perché comprende subito il valore del suo interlocutore, perché sa andare oltre la notorietà del prossimo e anzi se la dimentica qualora stia per nascere un’amicizia autentica. Ecco chi era Cristina di Belgiojoso, colei che non si avventurava maldestramente per le trincee di guerra ma preferiva muoversi con lievità ai vertici delle lettere, delle arti e delle istituzioni francesi; a tal punto che il Marchese de La Fayette, terminati i suoi impegni parlamentari, passava spesso a farle visita in Place de la Madeleine. La grandezza di Donna Cristina fu quella di praticare la sua irridenta italianità quasi fosse, a Parigi, l’unica credibile Ambasciatrice di una nazione ancora da costruire. Alle rivoluzioni mancate ella preferì di gran lunga le relazioni riuscite, grazie alle quali ebbe l’estro di innalzare un’immagine culturale, letteraria e politica dell’italianità. La sua nobiltà d’animo, oltre che di modi, sarà ancor più avvalorata da una attività volontaria di assistenza presso ammalati e bisognosi che la vide impegnarsi a Roma con tutto il suo cuore, un cuore riservato ma generosissimo. Ad amaro, postumo non è del tutto casuale l’omonimia tra il Pio Albergo Trivulzio e Donna Cristina. Infatti, benché l’istituto fosse stato fondato quarant’anni prima della sua nascita, nel 2013 la fondazione Trivulzio decise di acquisire l’ “Archivio Cristina Trivulzio Belgiojoso”, così raccogliendo una ricca documentazione della vita, dei beni e della famiglia di quella donna straordinaria. Assai penosamente invece, il 17 febbraio del 1992, quel nome tanto importante fu macchiato dall’arresto in flagranza del presidente del Pio Albergo, all’atto di intascare una tangente di 7 milioni di lire. Erano uomini come tanti altri, che mescolavano finta politica a veri affari. Mario Chiesa oggi ha superato gli 80 e di lui non sono rimaste tracce importanti.
«Mi dissero che le sue ultime parole furono per me, e mi piace credervi. La sua fine spense la mia vita. Nulla mi interessava più. Preparare il mio testamento disponendo lasciti e ricordi per molti amici e lasciare in eredità ai nipoti Napoleone, Luigi e Charlotte, in uguali porzioni tra loro, la mia amata villa Paolina. Quando ripensavo al mormorio di ammirazione che negli anni d’oro aveva accompagnato ogni mia apparizione in pubblico, ero percorsa da un brivido, e allora ritrovavo nel ricordo degli uomini da me veramente amati il senso di tanto vagare, viaggiare, ridere, comprar piume, abiti e carrozze…».
* * *
Era una donna di tale bellezza che Canova decise di renderla immortale come una “Venere Vincitrice”. Il suo era un fascino aggressivo che pareva dominare ogni altro possibile pregio, ma anche per Paolina Bonaparte la vanità estetica funse da specchio sociale, riflettendone almeno in parte lo scaltro nascondersi dietro un’eleganza provocatoria. Perché Paolina era abilissima nel comunicare, a chiunque le si avvicinasse, la sua indole di Donna non conquistabile, che tutto decideva del proprio destino, compresa quella apparente lontananza che sembrava distanziarla dal fratello Imperatore. Nonostante l’imbarazzo di doversi rapportare alla figura universale di Napoleone, ella riuscirà ad esercitare con scaltrezza il carisma, l’anticonformismo e la consapevolezza della propria Grazia, con cui saprà condurre il Bello della sua persona con un portamento che non aveva eguali. Da ciò, cosa poteva permettersi Paolina, che a nessun’altra era concesso? L’uso della propria ironia, ad esempio, e poi una pronta intelligenza sociale, il suo naturale amore per la mondanità e il lusso, un deciso rigetto delle convenzioni sociali e infine una impulsività che poteva apparire bizzosa; infatti lo era. Ma erano capricci comprensibili che pure le costarono malevoli pettegolezzi, sempre incentrati sulle sue relazioni sentimentali. Altresì i suoi comportamenti erano considerati infinitamente più liberi rispetto a qualsiasi norma di bon-ton, né il suo rapporto con il marito Camillo Borghese contribuirà in qualche maniera a raffreddare i suoi impulsi libertini. I due erano separati nel mondo, il che rafforzò il legame tra fratello e sorella, tanto che, dopo la sua caduta, Paolina sostenne apertamente Napoleone, aiutandolo anche economicamente durante il periodo di esilio. La sua morte, il 5 maggio del 1821, fu accolta tragicamente da Paolina, che quattro anni dopo seguì il suo medesimo, prematuro destino.
Rimane un piccolo dubbio riguardo all’origine di Paolina e di Napoleone. Erano davvero francesi? Dove aveva attinto il loro animo rivoltoso? Una riflessione di Maurizio Karra può venirci in aiuto:
«Si può in un certo senso affermare che “essere corso” significhi appartenere prima di tutto a una famiglia e a un villaggio; queste due entità ne presuppongono un’altra, che le ingloba: l’isola, il corpo primitivo».
* * *
Le ultime due donne erano coraggiose e Sante, soprattutto se con questa definizione si intende il vivere al di là di ogni realtà umana. Ciò valse per Caterina da Genova come per Jeanne d’Arc. La prima, Caterina Fieschi Adorno, impegnò il suo sguardo critico verso la Chiesa del ‘400, quella delle indulgenze, ma allo stesso tempo non lesinò amicizie e attenzioni nei confronti dei protagonisti di quell’epoca, che fossero esaltati come Girolamo Savonarola, geniali come Pico della Mirandola o rivoluzionari come Martin Lutero. Qui “fu salda” anche lei, quanto meno in memoria di due Pontefici della dinastia Fieschi: l’Innocenzo IV che avrebbe scomunicato Federico II di Svevia, e l’Adriano V, giunto al Soglio in uno stato di salute così penoso che, a coloro che si congratulavano con lui rispondeva: «Di che vi rallegrate?… Non era meglio per voi lo avere un Cardinale sano, che un Papa moribondo?…» Morì dopo 39 giorni di regno.
La scontata parabola di Caterina si interruppe a seguito del matrimonio con Giuliano Antoniotto Adorno, a entrambi gli sposi imposto per ragioni di convenienza politica. Sicché non le fu difficile separarsi e di conseguenza operare quella scelta che alle ragazze di buona famiglia non era negata: aut murus aut maritus (o in convento o con il marito…).
«Non avevo altro passatempo che la pena. Fin quando, un giorno, nel 1473- avevo 26 anni- andai a trovare mia sorella Limbania in monastero, e in quella visita capii che “bisogna piantare in li cori nostri il divino amore, cioè la carità”. Da lì in poi ella si impegnò senza alcun risparmio in una esistenza devolta al suo prossimo infermo e ammalato; contrasse la peste perché non le faceva paura nulla che coincidesse con la voce di Dio. La vita religiosa di Caterina non conobbe ripensamenti, e il suo scritto più famoso, Trattato del purgatorio, rimarrà in eterno come un dettato spirituale di tale potenza da introdurre al lettore il senso di una autentica esperienza mistica. “Morte dolce, soave, bella, forte, ricca, degna… Ti trovo, morte, un sol difetto: che sei troppo avara a chi ti brama e troppo presta a chi ti fugge. Veggio star l’anima mia in questo corpo come in un Purgatorio. Tant’è che quando fui de molti ani avanti, avevo intorno a lo chore, a la parte de fuora – qui, sul petto -, bruciature gialle come lo zafferano; et sentivo in quello chore tanto focho sensibile, che me maravegiava de poter vivere; tanto quello divino focho tuta me bruxava”».
Se ne andò, Caterina, nel 1510, e il ricordo del suo passaggio non rimase vano. Prima fu designata Patrona della Repubblica di Genova, poi Santa per volontà di Clemente XII nonché Patrona degli ospedali italiani per ordine di Pio XII, nel 1943.
* * *
Per ultima e per prima, era bambina e Donna, Jeanne d’Arc, che appena dodicenne restò illuminata dalla visione dell’Arcangelo Michele, e insieme a lui degli angeli del Cielo. A ciò si aggiunsero le voci che la invitavano a compiere imprese impossibili. La esortavano ad andare in Francia, a soccorrere il re. Dopo di che lei ubbedì a San Michele, che le parlava in un dolcissimo francese. «Per cinque anni ho mantenuto il segreto. Quando è stato il momento, ho seguito il destino che loro avevano tracciato per me. Era il destino della Francia, e io avevo 17 anni: ho tagliato i miei capelli, ho rifiutato di sposarmi, e finalmente ho ottenuto di essere accompagnata da Baudricourt, capitano della piazza di Vaucoleurs, per essere condotta dal Delfino Carlo di Valois».
La storia racconterà che Giovanna d’arco sarà capace di guidare la sua battaglia con l’ardore e l’esperienza di un uomo d’arme. Lei con i suoi soldati, lei donna bambina, con i suoi uomini a seguirla, liberarono Orléans. Com’era potuto accadere? Jeanne lo sapeva bene: la storia si era rivoltata perché ella non aveva nascosto nulla ai suoi compagni di battaglia, e aveva loro riferito ogni parola rivelata dal Signore. Della sua morte da condannata, conosciamo ogni minimo particolare, noi che leggeremo questo libro al pari di tanti studenti europei, per i quali ancora oggi Jeanne continua a incarnare la fulgida bellezza di una chiamata divina che poco importa fosse reale o immaginaria. Valse per Caterina da Genova come per la pulzella di Orléans, il dono di una vocazione divina non fu altro che questo: l’essere chiamate a compiere un’impresa di tale valore da promettere a entrambe una morte che fosse quanto più simile alla vita.
«Quanti secoli sono trascorsi? Musicisti, drammaturghi, registi, poeti, pittori e scrittori. Ho incantato l’arte. La loro paura ha creato una leggenda, per la quale ho dato la vita e scelto la morte».
Così chiude uno dei libri più emozionanti che abbia mai letto. Gioia Costa è riuscita a scriverlo sulla sua stessa pelle, con la mente e con il cuore a rischio di sfinirsi e di spezzarsi di storia in storia. Quelle cinque donne, l’autrice, le ha fatte sue, non solo come segmenti di un’esperienza vissuta ma soprattutto come esistenze in qualche modo desiderate e condivise, perché da Jeanne d’Arc a Colette trascorrono secoli di abiezione, di sfruttamento, di indecoroso dominio maschile… secoli nel corso dei quali vissero alcune donne, capaci non soltanto di nascondersi e di sottrarsi a ogni forma di prevaricazione, ma anche di ribellarsi, di dominare la povera mestizia maschile a dimostrazione di un’intelligenza insuperabile… furono donne capaci di vincere, da vive e da morte, con il presente fermo al suo tempo e nel futuro della memoria e del coraggio che le avrebbe animate nei momenti più difficili. Costa si è fatta testimone di tutto questo, e vi è riuscita lungo un tragitto che pareva non terminare mai e che invece si ricomporrà in un libro indimenticabile per chiunque avrà la fortuna di leggerlo. In forma di chiarissima coerenza nei confronti di un percorso intellettuale molto importante, Costa rievoca tra le righe una profonda conoscenza della cultura francese, da cui la virtù di porsi quale formidabile mediatrice culturale fra la Francia e l’Italia. È un profilo, il suo, che appare quanto di meno accademico si possa immaginare. Tant’è, gli studi e le letture le hanno permesso di portare a termine un testo che era allo stesso tempo la somma di numerosi elementi biografici e il loro approfondimento, la narrazione di pensieri vivi, mirabilmente sospesi tra l’immaginazione e la verità delle cinque protagoniste. Tutto questo si è presentato con la forza monoloquente di una drammaturgia letteraria che sempre mutava in un atto critico e creativo.
Ed ecco che il suo Erano Donne rimanda un’immagine a cui Gioia Costa ha spesso aderito: quella di una “costruttrice di ponti”: tra due lingue madri, tra autori e pubblico, tra pensieri differenti e distanti. Anni di impegno spesi nel silenzio e nella riservatezza, nelle relazioni culturali e anche nel ricordo ancora vivo e ancora presente di una bellissima storia d’amore.
Ricordo bene una telefonata di Mario Perniola che mi annunciava sgomento la scomparsa di Maurizio Grande. Un incidente stradale. Ne avevo l’immagine di un giovane, stimatissimo studioso e Mario mi aveva spiegato che in lui coincidevano le figure dello storico del teatro e del critico militante. Inoltre egli sentiva convintamente che ogni opera teatrale fosse il frutto della abbinamento tra un testo originario, una regia, un combinarsi di personaggi e interpreti, il pubblico e infine la distanza temporale tra quella drammaturgia e la sua rappresentazione. Così posta, per Grande ogni replica s’imponeva per il suo valore irripetibile. Parimenti, susciterà interesse la sua equidistante posizione tra la tradizione e l’innovazione, il che mr lo rendeva più mcluhaniano dell’originale: da un lato “il medium è la condizione dell’esperienza”, dall’altro “se funziona, è vecchio”.
Insomma per l’ammirazione e per la simpatia che Maurizio Grande mi suscitava, quella tragedia mi colpì molto e mi venne da pensare al dolore che aveva travolto Gioia Costa, perché i due formavano ai miei occhi una coppia splendida, quasi ideale, non soltanto per l’intensità della loro relazione ma anche perché davano l’impressione di giocare alla pari, come mi era accaduto di notare se mi trovavo tra Elémire Zolla e Grazia Marchianò, o tra Jean e Marine Baudrillard. Nessuno prevaleva, nessuno sottostava. Ecco, Gioia e Maurizio rappresentavano una felice combinazione, quella di un uomo e una donna provenienti da sentieri diversi che però condividevano un’idea di teatro e di letteratura come luoghi di pensiero prima ancora che di gesti e di parole. E siccome la memoria mi riporta ai cenni impercettibili del suo volto, e per esempio al sorriso veloce e fuggevole che tradiva ogni tanto, dedico a Maurizio questo mio commento sull’ultimo libro scritto dalla Donna che egli amava moltissimo.
La fotografia accanto al titolo è di Sara Lepori.