Dal diario di un fisioterapista/4
Fantasmi
«Una volta a casa, stremato dalla fatica, l’anziano sprofonda nel divano, accavalla le gambe e compie il gesto automatico di accendere la tv. La moglie entra nella stanza e non dice nulla circa il ritardo...»
“Sai, il Venezia andrà in serie A l’anno prossimo. Te la ricordi che festa abbiamo fatto quella volta a Cesena contro il Como?” Tuo zio ti aveva regalato quella trombetta fastidiosa e tu la suonavi in continuazione”.
Proprio a quelle parole il vento gonfia le verdi cime dei pioppi cipressini, le foglie frusciano e danzano avanti e indietro come in una coreografia da stadio.
“Hanno anche eletto il nuovo sindaco, il protetto del sindaco uscente sotto inchiesta. Mah… a ‘sta gente interessa solo Mestre e si venderebbero anche ‘sto posto qua se potessero” dice alzando per un attimo lo sguardo e compiendo un gesto circolare con l’indice puntato in aria.
Una tortora placida richiama la sua attenzione con il suo verso tronfio e ripetitivo. Lui osserva gruppetti di turisti indaffarati ad armeggiare coi telefonini cercando panchine all’ombra.
“Sai, domani devo andare a fare un’altra visita dal cardiologo. Mi hanno detto che questo cavolo di Pacemaker va cambiato”.
Sì lo so che te l’ho già ripetuto altre volte, ma ‘sto giro hanno insistito nello spiegarmi che la batteria potrebbe anche fermarsi da un momento all’altro! Se non ci fosse tua madre mi andrebbe anche bene… potrei finalmente venire da te. Ma ho il terrore di lasciarla sola.”
Una lacrima scorre nel solco di vecchie rughe scolpite da anni di giornate al sole.
L’anziano dalla presenza forte e massiccia collassa in un attimo su sé stesso, piegato da una pressione insostenibile, da un peso che nessun cuore dovrebbe mai sopportare. I singhiozzi scuotono quella povera figura, statuaria ma oramai vuota, e fragile.
“…Vabé, vado a casa che tua mamma mi aspetta”, dice lui cercando di ricomporsi con un rapido gesto di disperata dignità, asciugandosi goffamente le lacrime con le grandi mani, “spero non si sia preoccupata, oggi era pieno di turisti e non ho preso il solito battello, ma quello dopo… così tornerò più tardi e lei sarà già in pensiero”.
“Ci vediamo domani amore mio”.
Così dicendo il vecchio padre si alza, tocca come ogni volta la foto del figlio, poggiando l’altra mano sopra la lapide, un po’ come una carezza sul capo, un po’ per rialzarsi e spingersi via.
Tutti i giorni, da tre anni, il vecchio trasportatore si reca all’isola di San Michele per visitare la tomba del suo unico figlio, l’unica gioia e l’unico orgoglio di un uomo parco e nobilmente umile. Tutti i giorni, tranne quelli di pioggia o con temperature proibitive, lui si trascina fino a quella lapide, porta con sé un quadernetto e uno sgabello pieghevole. Il fiato è poco, e il cuore, già crepato dal dolore, inizia a rifiutarsi di portare in giro la stazza imponente di quell’uomo.
Tutte le volte si siede, e racconta alla lapide dei fatti o dei pensieri che si è annotato il giorno precedente, spesso proprio in vaporetto mentre torna a casa, come se si rendesse conto di non avergli detto tutto quello che gli avrebbe voluto dire, e subito quindi va a scriverselo febbrilmente sul quadernetto.
La calligrafia è snella, le pagine sembrano opere d’arte, come una cronaca manoscritta in maniera fitta e ordinata da un abile monaco medievale.
Una volta a casa, stremato dalla fatica, l’anziano sprofonda nel divano, accavalla le gambe e compie il gesto automatico di accendere la tv. La moglie entra nella stanza e non dice nulla circa il ritardo, gli chiede solo: “Com’è andata?” senza neppure guardarlo negli occhi o attendere una risposta, e poi: “Tra poco la pasta è pronta”.
Mangiano in silenzio i due coniugi. Un pasto raffazzonato e di scarsa qualità.
Lei un tempo era una bella donna, occhi intensi e corpo di ninfa, nelle foto ti sorrideva con una certa grazia maliziosa. Ora il suo sguardo è vacuo, erra all’infinito in cerca di qualcosa che non riesce a trovare. Il dorso ingobbito e la testa incassata nelle spalle, troppo pesante ormai per mantenersi eretta. La bocca è socchiusa e le labbra cadenti, i capelli grigi e unti raccolti in una coda. Il tutto le conferisce una disperata aura di demenza e smarrimento.
Dopo la morte del figlio anch’essa aveva sofferto nello spirito e nelle carni. Un giorno era svenuta senza accorgersene e si era svegliata in ospedale, accanto al marito, disteso nel letto a fianco.
Erano a casa quella volta, il marito si era precipitato a soccorrerla, aveva chiamato il 118 ma, stremato dalla paura, era svenuto a sua volta poco dopo l’arrivo dei paramedici. I dottori avevano deciso di ricoverarlo per monitorare lo stato del suo pacemaker e così i due si erano risvegliati insieme in ospedale, senza che nessuno ne avesse notizia, senza nemmeno una borsa di vestiti per cambiarsi. Non avevano praticamente più parenti, se non una sorella di lei, anziana, che viveva a Treviso.
Si erano guardati negli occhi, in quella camera d’ospedale, prima con sollievo, poi tristemente quello sguardo si era riempito di amara rassegnazione. E lui le aveva detto: “Siamo ancora qui vecchia mia”.
E così, dopo questa bizzarra e malinconica avventura, i coniugi ora vivono in uno stato di rassegnata allerta, sempre sul “chi va là”, trascorrendo gran parte della giornata seduti sul divano. Sembrano seduti al terminal dell’aeroporto, aspettando un volo che continua a fare ritardo.
Lei esce due-tre volte a settimana per fare una piccola spesa e ormai si confonde con le monetine, lui ancora non si fida di andare fino al cimitero lasciandola sola.
Un giorno la loro routine viene spezzata dall’arrivo del medico fisiatra inviato dall’ospedale. Le preoccupazioni sul pacemaker non sono svanite, allo stesso tempo pare non si sappia come intervenire e quindi la situazione è in stallo. Si sta a vedere cosa succederà.
Il fisiatra è giovane e frizzante, parla molto e ascolta poco. In quattro e quattr’otto, dopo aver testato le capacità motorie del vecchio, gli comunica che di lì a qualche giorno sarebbe arrivato un fisioterapista per fargli un po’ di trattamenti.
Questi ringraziano perplessi, domandandosi in che cosa potessero consistere questi fantomatici “trattamenti”.
All’ora di pranzo suona il campanello, entra in casa il fisioterapista, con un giovane tirocinante al seguito. Questi si presenta sorridendo e introduce lo studente, poi si siede al tavolo con la coppia di anziani. Dopo aver visionato rapidamente la lettera di dimissione, lascia le carte e chiede con tono affabile un ragguaglio sullo “stato dell’arte”.
Finita la visita e usciti i giovani, la casa si assopisce, il silenzio si espande in tutte le direzioni e i coniugi rimangono lì, al tavolo, inebetiti a digerire le informazioni ricevute. L’anziano continua a sentirsi in colpa per non andare in cimitero, ne parla rassegnato alla moglie.
“Roberto non devi stare in pena per me, vai pure da nostro figlio, starò attenta a non stancarmi troppo e farò tante pause. Magari tornando dal cimitero ti fermi al supermercato e prendi un pollo arrosto, così mi basta preparare solo un po’ di verdure”.
“Eh ma se svieni in casa, chi è che se ne accorge? Bisogna fare come ha detto il dottore, ci compriamo uno di sti aggeggi salvavita da anziani, così poi sto più tranquillo se devo andare in cimitero.”
Passano i giorni, poi le settimane. Il caldo a Venezia inizia a farsi pesante. Solo i turisti si avventurano tra le calli. Si creano code chilometriche davanti alle gelaterie ed è tutto un frusciare di ventagli, di mani che asciugano il sudore e staccano le magliette dai corpi sudati.
Il caldo umido e pesante attutisce con la sua cappa persino i rumori, si sentono solo schiocchi di lattine aperte e sibili di bottiglie d’acqua frizzante sopra il vociare sommesso della folla strisciante.
Terapista.
Uscire alle 12:30 con queste temperature indossando la divisa nuova che prevede ottimi pantaloni lunghi di nylon, perfetti per l’estate a Venezia, sta iniziando a rivelarsi impegnativo.
L’unica è scovare il percorso più breve e ombreggiato per arrivare all’imbarcadero, almeno col vaporetto si può godere di un breve giro in barca asciugati dal vento della laguna.
Devo raggiungere una coppia di coniugi sigillati in casa a due passi da San Marco, e mi porto dietro un giovane tirocinante dell’università, che compatisco profondamente.
Il bello di Luglio è che finalmente la confusione delle folle turistiche lascia il passo al canto delle cicale, allo sciabordio delle imbarcazioni nei canali e alle urla dei trasportatori, fauna perenne che non va in vacanza.
Arriviamo in una bella casa, ricca e ben tenuta, molto buia però. Dopo aver presentato il mio collega, ci accomodiamo tutti al tavolo.
Mentre controllo le carte, poso lo sguardo sulla bizzarra composizione ad anfiteatro di foto incorniciate che occupa quasi mezzo tavolo. Dalle prime più piccole a quelle retrostanti più grandi, noto che il soggetto fotografato è sempre lo stesso. Qui un giovane al mare con la tuta da surf abbassata sotto l’ombelico, lì sulla cinquantina in primo piano, abbracciato ad un cagnetto; più in là in mezzo ai monti in compagnia di una bella donna, sorridente. Le foto saranno più di una dozzina e, mentre le conto con gli occhi, il marito si accorge del mio sguardo perplesso e sospira rumorosamente. Subito gli si inumidiscono gli occhi.
Senza che io chieda nulla, lui inizia a raccontarmi del figlio morto tre anni prima.
Da quel momento tutta la conversazione rimane confinata al figlio, alla sua morte, identificata come la causa di tutte le magagne che lui e la moglie avevano iniziato a patire.
Io verifico la coincidenza temporale e, per cercare di sviare il discorso e dare allo stesso tempo importanza a quanto mi stanno raccontando, spiego al tirocinante ventenne che la distinzione tra corpo e mente è solo un metodo superficiale di approcciarsi all’argomento, funzionale solo all’approssimazione statistica. Il mio intervento sortisce in parte il risultato auspicato. I coniugi si sentono ascoltati. Il marito inizia a raccontarmi che tutti i giorni andava in cimitero a “parlare” col figlio ma che adesso non se la sente più.
Io colgo la palla al balzo, e la visita successiva gli propongo di camminare fino alla fermata del vaporetto, in modo da verificare se avesse le capacità per raggiungere il cimitero. Con questo stratagemma intendo motivarlo ed effettivamente valutare la sua resistenza allo sforzo prolungato.
Camminiamo lentamente fino all’imbarcadero, facendo diverse pause all’ombra, lasciandolo sedere sul suo sgabello pieghevole, acqua fresca sempre a portata di mano.
Lui continua imperterrito a raccontare aneddoti sul figlio, il tirocinante ascolta e lo interrompe solo per esprimere genuino stupore.
Raggiungiamo la fermata del vaporetto, lui per un attimo tace e guarda distante, strizzando gli occhi e arricciando le labbra. Poi parla da solo e dice: “Ecco hai visto? Domani mattina vengo a trovarti. Prendo il battello delle 7 così mi evito la calura”.
Tornati a casa l’anziano orgoglioso simula di non essere spompato con la moglie, anzi sorride sforzandosi e la rassicura, poi trionfalmente le annuncia che l’indomani andrà a trovare il figlio, ed entrambi si commuovono. Li lascio così. Congedandomi gli ricordo il prossimo appuntamento e li saluto.
Fuori il mondo luminoso e sbrilluccicante delle vetrine ci abbaglia, abituati com’eravamo alla penombra della casa. Camminiamo in silenzio, io e il tirocinante. Ancora storditi dalla tanta disperazione.
Il ragazzo sente il bisogno di rompere il silenzio e ad un tratto esclama: “Cavolo mi dispiace tanto per quei due signori”.
Io rispondo: “Già anche a me, sono in piena sindrome da stress post traumatico, sono i sopravvissuti…”
Allora lui dice: “Che cosa si può fare in questi casi?”.
Io: “Nulla, sono refrattari alle proposte di psicoterapia o al sostegno di persone terze.”
“E quindi che si fa?”
Io non so se voglia capire cosa possa fare come fisioterapista o se la domanda fosse generica. Mi esce un laconico: “Niente di particolare, l’unica è tirare avanti”.
Il disegno accanto al titolo è di Giulia Cavallini.