Paolo Puppa
Una storia veneziana

Compagne di scuola

«Vorrebbe allora capire se per caso Andrea le ha rivelato qualcosa dell’infame episodio. Questo non lo crede proprio. Rischierebbe il figlio del tabacchino di non entrare più nella grande famiglia del Maestro vetraio per lo sfizio di essere sincero...»

Sta immobile in fondamenta. Lo fa da qualche minuto e si appoggia al muro. Ne sente il freddo umido. Domenica di primo pomeriggio, l’inverno in arrivo. Guarda il cimitero di fronte, col suo verde che vorrebbe essere rassicurante. Al solito, quando prova angoscia, pensa che alla fine verrà bruciata e si consola. E dunque tutto si ridimensiona. Anche l’umiliante scoperta di essere l’unica della classe, oltre a Veronica, uccisa dalla leucemia, tra le dieci ragazze (i maschietti brufolosi e puzzolenti erano esclusi), a non essere invitata al matrimonio di Mariangela e Andrea. L’ha scoperto poco prima in pizzeria, nell’annuale cena in cui Deborah da sempre si impegnava, ogni novembre, a convocare il gruppo della IIIa del Niccolo’ Tommaseo, Istituto magistrale, per controllare come “andava tra di loro”. Successi e svolte, malattie e nuovi lavori, figli e sconfitte. Sono trascorsi in fondo solo sei anni dalla maturità. Ma si sono giurate eterna amicizia e guai a mancare all’appuntamento. Mariangela non c’era l’ultima volta, ossia un’ora fa, ed era comprensibile la ragione di quella assenza. Come poteva, la ricca figlia del proprietario di vari negozi di vetro dell’isola, guardarla negli occhi, se aveva deciso di ignorarla nel giorno delle sue nozze? Un vaporetto sta attraccando intanto, nell’approdo vicino: Sciamano a terra allegri gli eterni turisti in cerca di souvenir. Fanno rumore. Lei li guarda sgomenta. Sono in gran parte anziani, orientali obesi e sorridenti, mescolati a un gruppo altezzoso di francesi. Lei sa il motivo dello sgarbo crudele. Deborah, stavano ordinando le pizze, gliel’ha chiesto brusca: “Ma cosa è successo tra di voi?”. E lei aveva alzato le spalle, accennando alla follia della ragazza, estrosa e lunatica. Ma le altre la osservavano perplesse. Vorrebbe allora capire se per caso Andrea le ha rivelato qualcosa dell’infame episodio. Questo non lo crede proprio. Rischierebbe il figlio del tabacchino di non entrare più nella grande famiglia del Maestro vetraio per lo sfizio di essere sincero. Ma avrà forse presentato la storia in modo da farla passare come chi ci ha provato. E invece no, invece no, si morde le labbra per non gridare. Invece no. Lui, lui ha fatto tutto. Due anni prima, alla festa organizzata da Mariangela al Redentore, a Sant’Erasmo, tra il fragore dei fuochi di artificio e il fresco delizioso delle angurie. La caccia al tesoro, con i bigliettini depistanti, sai che fantasia. E lei si era ritrovata in un boschetto, con le siepi alte di rododendri, al fianco di Andrea, in maglietta rossa e i muscoli sagomati in palestra che parevano minacciarla. Era stato il sorteggio a riunirli. Lui era già fidanzato con la padrona di casa, con l’animatrice dell’evento, con la proprietaria della Sampierota che trasportava il gruppo nell’altra isola, con la leader di fatto del nucleo di amiche. Eppure, ad un tratto, dopo uno strano silenzio che li aveva sorpresi in un attonito e tremante sguardo reciproco, Andrea le era saltato addosso e aveva cercato con violenza la sua bocca. Lei, vergine in tutto fino ad allora, educata dalla madre suora mancata a casa e Chiesa, aveva provato a resistere muovendo braccia e gambe per sgusciar fuori dal viluppo di carni insolito. Era stato però il suo corpo a tradirla, in quanto dopo i primi istant di rabbia e di imbarazzo, lei si era sentita muovere dentro un empito sconosciuto, e aveva corrisposto alla stretta. Sì, la lingua di Andrea la penetrava tutta fino in gola, quasi a toglierle il respiro. E nella saliva di lui assaporava un misto di tabacco, di vino, di anguria che l’ammaliava. In più, il grembo di lui si stava ingrossando visibilmente al punto che lui con gesto inaudito trafficava per estrarlo dai pantaloni. Un grido vicino, era la Cati sopraggiunta alle loro spalle all’improvviso, aveva spento quei fuochi. Lui si era ricomposto con sveltezza, sollevandosi di scatto e lei era rimasta a terra sfinita nello sforzo, sporca di polvere, esausta dal piacere appena provato e interrotto, pallida per essersi comportata in modo tanto ignobile agli occhi dei suoi. Il padre Beppe, pensionato delle ferrovie, inchiodato sul divano col telecomando, e la madre Anna, col cuore malandato, in passato tessitrice di corredi per il convento vicino. Sua mamma le riapre ogni tanto rimorsi insostenibili, da quando era entrata in camera da letto senza bussare e lei stava gemendo mentre si toccava pensando a quel bel tomo e alle sue guance mal rasate che l’avevano punta dappertutto in mezzo ai rododendri. Perché lei si era a lungo toccata, scoprendo una tardiva sessualità, prima di fatto dormiente, con tutto quel frequentare monache e preti.  In quell’occasione aveva urlato alla madre di andar via, perché lei a ventidue anni non era padrona neppure nella sua stanza, e che era una donna ormai e cosa si voleva da lei, che fosse una suora? Aveva visto Anna scappar via, rossa per il grande spavento, quello di scoprire la sua “bambina” trasformata in una figlia assatanata e aggressiva. E magari poteva arrivare l’infarto, tanto temuto in famiglia. Questo non poteva perdonarlo alla coppia malefica, che le aveva rovinato la vita. E non dimenticava pure l’orrore di quel pomeriggio, quando in precedenza era stata con Mariangela in Campo San Stefano a bere un aperitivo, ed erano rientrate assieme a Murano dove abitavano entrambe. Tutte e due figlie uniche. Al tramonto, c’era stato uno scambio di confidenze, lei a spiegare le emozioni al suo primo anno di insegnante di sostegno in una scuola di Mestre con bambini dislettici e down, e l’altra, la ricca, la viziata, a confessarle il suo grande amore per Andrea e allo stesso tempo l’ansia perché erano celebri le doti di sciupafemmine che scatenavano la sua naturale gelosia. Alle profferte di affetto “Dovremmo vederci più spesso, io e te”, lei aveva esultato abbracciandola commossa: “Sarebbe un sogno per me”. E poi, al contrario, non era seguito un comportamento coerente in Mariangela, abituata a promettere e a non mantenere la propria parola. La mancata sorella ignorava ora che lei si era recata in questura a Piazzale Roma, pochi giorni dopo l’incidente con la madre. Si era seduta ansante nella saletta, col suo numero che indicava il turno, in mano il libro Via dalla pazza folla del suo amato Hardy. Già. Lei leggeva gli scrittori vittoriani, non Chi sempre in mano alla compagna. Avrebbe voluto per la verità gustarlo nell’originale, ma non si poteva esigere da lei anche questo, conoscere l’inglese fino a leggerlo direttamente. Lei si era laureata in lettere a Padova, nei tempi giusti, (Mariangela mutava facoltà ogni anno) con 110 senza lode per l’invidia della sua relatrice, che non sopportava la sua bellezza. Sì, lei era bella, coi capelli biondi, il volto regolare, il nasino all’in su, la figura snella anche se non alta come avrebbe desiderato. Colpa del padre, fermo a un metro e sessanta, difetto legato all’origine siciliana. L’altra, al confronto, è più slanciata, più elegante (si permette le boutiques del centro), un petto ingombrante, ma il volto grosso, che annuncia indurimento seguendo la deriva degli anni. La sua casetta, a piano terra, con l’orto apparteneva alla famiglia materna, e lei occupava la stanza piccola, che dava proprio sull’orto e le arrivava il profumo della mentina se teneva aperti i vetri.  Era rimasta seduta in questura, ripassando il discorso che avrebbe fatto, con la denuncia dettagliata per lo stupro sfiorato. Poi, quando era giunto il momento di alzarsi e di far scorrere le porte a vetri, era fuggita via imprecando contro la sua atavica timidezza. Adesso bisogna decidersi di andare a casa, stanca com’è di restare come un palo a fissare il cimitero. Ma ha deciso cosa farà il giorno delle nozze. Chiederà a scuola un giorno di permesso e si recherà anche lei al Cipriani, ospite inattesa e non invitata. E davanti al tavolo dei due festeggiati racconterà con fiero cinismo e per filo e per segno la storia di Sant’Erasmo, nella versione giusta. E poi sarà quello che sarà. Avrebbe anche voglia di andar oltre, cioè presentarsi con una rivoltella e fare una strage, oppure lanciare sulla bella faccia mal rasata di Andrea l’acido più corrosivo che gli rovinerà per sempre i lineamenti. Ripiega ben presto nella prima soluzione, che non implica anni di carcere e infarto garantito ad Anna, ma solo uno scandalo, un bello scandalo, riposante per i suoi nervi. Passato il ponticello, scorge in fondo la porta della sua abitazione. Cosa farà nel pomeriggio? Si chiuderà nella stanzetta, col televisore piccolo, o con Hardy? Tremende le sue domeniche, specie da quando si laicizzata, rifiutandosi di seguire la madre a Messa. Ha ventiquattro anni e non ha un ragazzo, non ha un’amica. Solo colleghe e colleghi a scuola, ma brutti e penosi, costoro. Un’aria di fallimento generale che la coinvolge. Apre la porta di casa, e subito dalla cucina le giunge la voce incerta di Anna:  “C’erano tutte?”. Lei corre in camera sussurrando “No, mancava Mariangela”, e si getta col cappotto sul letto. Fa freddo, non accendono ancora nel piccolo condominio. Niente sprechi, per carità. La testa volta alla parete, i piedi con le scarpe sul letto in una posa sciatta, capisce ad un tratto che non ci saranno scenate, che lei non oserà mostrarsi al Cipriani. Chiaro, lascerà quel lussuoso banchetto di nozze svolgersi nella menzogna e nell’ignominia. Che si sposassero pure, perché certo, oh ne è ben sicura, Mariangela ingrossata negli anni sarà cornificata come Dio comanda. E chissà che un giorno lei non possa incontrarsi con il filibustiere a completare i preliminari interrotti, in qualche alberghetto di Marghera. Chissà perché Marghera? Sì, sarà a Marghera. E vede il groviglio dei loro due corpi e riprova struggimento, tremori e tenerezze. E lei gli dirà che lo disprezza, ma dopo, solo dopo. Nel frattempo, si alza, si toglie scarpe e cappotto, si spoglia, infilandosi la camicia da notte azzurra. E chiude a chiave la porta. Non si sa mai.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

Facebooktwitterlinkedin