Diario di una spettatrice
Apocalisse Odissea
Il kolossal di Christopher Nolan è un film da non perdere. Porta lo spettatore nella carnalità del mito e fa riflettere sul senso di apocalisse che accompagna il Cavallo di Troia. Come la bomba di Oppenheimer
È l’evento cinematografico del 2026 che osa sfidare il mito con un budget di 250 milioni di dollari e un cast stellare. È nelle sale il nuovo film sceneggiato, diretto e co-prodotto da Christopher Nolan, The Odyssey ed è facile prevedere che per un pezzo non si parlerà d’altro e non si scriverà d’altro che della rilettura che fa dell’Odissea e che nella notte degli Oscar sarà lui il protagonista assoluto.
Mi è piaciuto? Sì, mi è piaciuto tanto che so già che lo rivedrò nonostante sia lungo quasi tre ore e nonostante non esista a Bologna uno schermo che renda giustizia a questo primo lungometraggio girato interamente con le cineprese Imax a pellicola 70 mm di nuova generazione, quella tecnica che è oltre il Cinemascope, oltre VistaVision, insomma oltre tutto (del resto pare che di schermi così ce ne siano solo 41 in tutto il mondo).
Senza girarci intorno dirò in estrema sintesi perché è imperdibile il kolossal con Matt Damon (Ulisse), Anne Hathaway (Penelope), Tom Holland (Telemaco), Robert Pattinson (Antinoo), Lupita Nyong’o (Elena), Zendaya (Atena), Samantha Morton (Circe), Charlize Theron (Calipso) e dulcis in fundo il regista Benny Safdie nell’imponente armatura di Agamennone che compare anche nella locandina del film.
La prima ragione è la capacità straordinaria del regista di gestire i ritmi della sceneggiatura mantenendo altissima la tensione e la partecipazione dello spettatore per 172 minuti, senza tuttavia dargli mai l’impressione di assistere al classico kolossal hollywoodiano ricco di effettacci speciali quanto povero di sostanza. Per quasi tre ore sono rimasta agganciata a quella storia che conosciamo tutti a memoria, ma che mi veniva raccontata come fosse nuova con inquadrature, fotografia e colonna sonora come mai era avvenuto prima. Non ho mai guardato l’orologio, mai una volta.
La seconda ragione la riassumerei in una parola: The Odyssey è un film fisico, di più, è un film carnale che trascina a forza lo spettatore all’interno di ogni scena, siamo tutti ai remi di quella nave travolta dall’ira di Poseidone, schiaffeggiati dalle onde e dalla tempesta insieme ai disperati che moriranno per seguire quell’uomo che sfida gli elementi e gli dei. Ogni scena ha una fisicità impressionante che rende tutto maledettamente reale, a cominciare dalla violenza che esplode dalla pancia del mitico Cavallo e distrugge Troia, chi guarda rivive la rabbia dei greci trattenuta per dieci anni e che tutto travolge, uomini e dei, guerrieri e innocenti, ed è facile vedere rappresentate dal regista con crudo realismo le nostre carneficine quotidiane. E fisica fino al raccapriccio è la magnifica sequenza in cui Circe trasforma i compagni di Ulisse in maiali mentre maledice gli appetiti insaziabili dei maschi in nome di un femminismo ante litteram. La pietà del sangue domina la ricostruzione da brivido della discesa all’Ade per incontrare le anime dei morti e la verità che solo loro conoscono, certamente una delle scene più intense del film.
La terza ragione per non perdere The Odyssey sta in una equazione che a un certo punto mi è venuta in mente: Ulisse sta al Cavallo di Troia come Oppenheimer sta alla bomba atomica. La connessione è ovvia. Non è ovvio il collegamento tra i due film di Nolan. Entrambi i protagonisti sono uomini di “multiforme ingegno” e in quanto geni si ritengono al di sopra delle regole che valgono per tutti: per Ulisse è la violazione della legge di Zeus che rende sacro l’ospite, per Oppenheimer è progettare la bomba che rende possibile cancellare la specie umana. È l’apocalisse al centro di entrambi i film: la fine dell’età del bronzo nella storia di tremila anni fa, la fine del pianeta e dell’umanità oggi. Il gigantesco cavallo che l’ignaro Sinone presenta come un dono ad Atena è per Troia la bomba che distrugge Hiroshima. Dietro quel simbolo c’è una flotta, c’è un esercito, c’è una strategia, ma c’è l’astuzia di un solo uomo che ne porta la responsabilità e il peso schiacciante: Ulisse, come Oppenheimer, è tormentato dalla consapevolezza di ciò che ha creato e che viola per sempre le leggi della convivenza umana, la legge di Zeus. Credo ci sia anche questa equazione nella rilettura di Nolan.
Abbiamo bisogno di storie, oggi come tremila anni fa, e le storie se ne fottono della correttezza filologica e del rispetto della tradizione. Elena “dalle bianche braccia” può essere nera, Ulisse può essere interpretato da un attore inglese che ha il naso all’insù e non certo il profilo greco, i Lestrigoni, ovvero i giganti antropofagi, possono indossare armature medievali. Ma sempre e comunque ci lasceremo incantare, soprattutto se a raccontarcela è Christopher Nolan, dalla storia che tremila anni fa gli aedi iniziavano così: “L’uomo ricco d’astuzie raccontami, o Musa, che a lungo errò dopo ch’ebbe distrutto la rocca sacra di Troia, di molti uomini le città vide e conobbe la mente, molti dolori patì in cuore sul mare…”.
Il cinema si arrende sempre alla poesia. Ma talvolta succede che la poesia si arrenda al cinema.