Marco Vitale
“Stiamo raccogliendo le briciole”

Chiamare i nomi

È «l’assillo del ricordo» che muove il poeta Marco Molinari nel nuovo libro in cui «il cristallo limpido dei versi» si scioglie in una dimensione narrativa. Persone, memorie, frammenti di vita da salvare, il microcosmo della casa di riposo in cui l’autore ha prestato assistenza agli anziani

Tra le figure appartate di poeta, fedele al suo dettato e al suo mandato, Marco Molinari sorprende chi lo segue da tempo – e tra i lettori suoi più attenti è appena il caso di citare Milo De Angelis – con un libro in cui il cristallo limpido e scheggiato dei versi sembra sciogliersi in una dimensione francamente narrativa, in cui prevale l’assillo del ricordare e soprattutto di salvare (Stiamo raccogliendo le briciole, MC, Milano 2026, 125 pagine, 16 euro). Il poeta ha lavorato per tutta la vita nell’assistenza degli anziani, ha diretto una casa di riposo e nel momento del distacco dall’esperienza lavorativa i tanti ricoverati che negli anni vi ha conosciuto sembrano venirgli incontro, ciascuno con il proprio corredo di verità, di sogno, di malinconia, di perdita. È un libro corale quello che Marco Molinari ha intessuto, rivolgendosi alle numerose persone che convoca talora con un confidente tu, talora con il professionale lei, ma a volte sono le stesse figure evocate a prendere la parola, squadernandoci per frammenti e allarme il tema del vissuto.

La casa di riposo è un microcosmo su cui aleggia il pensiero della fine, una fine il più delle volte accompagnata da una solitudine senza rimedio. Un senso di desolazione si affaccia dietro a ogni sguardo, a ogni parola biascicata, a ogni silenzio e il poeta di fronte a quelle vite che se ne andranno e pensa non saranno ricordate, a quei «nomi / che ora sono incisi su lastre di marmo / che nessuno cerca, né nomina» si interroga sul significato delle tante esistenze anonime nel grande fiume della vita, delle tante «vite di uomini [e di donne] non illustri» e civilmente si assume il compito di serbarne il ricordo, fosse solo per una parola, uno sguardo, un gesto di commiato. Sembra di riascoltare Ungaretti In memoria di Moammed Sceab, con quel suo memorabile «E forse io solo / so ancora / che visse».

Ma nel farsi carico del ricordo è la vita stessa a parlare, a riflettere comunque la propria luce e malgrado tutto a non arrendersi. Nella casa di riposo c’è perfino posto per l’amore e al netto delle facili ironie per «l’amore da vecchi» ci si chiede «che altro, se non amarsi… / finire così l’avventura che ci è capitata». I numeri della tombola, poi, rimandano a date ed eventi, e al di là della povera posta – una saponetta, un profumo, un astuccio – parlano, prendono corpo: «C’era la data del matrimonio / e la nascita del bambino, / e il giorno che è successo / e mi ha cambiato la vita, / il numero di casa, / l’ultima che ho abitato, / i chilometri che mi separavano / dal suo volto sorridente, / e i soldi che mi devono, / il conto che ho saldato. / Alla fine c’è sempre qualcuno / che urla: 90, la paura!». Più acuta sembra farsi allora la sensibilità di chi percorre, di chi può ancora percorrere, i lunghi corridoi in penombra della casa di riposo, sapendo «che finché si percorrono / i corridoi c’è ancora speranza, / la vita che rimane è un nastro / che si srotola e si potrà programmare / un altro viaggio, domani». In altre parole le “briciole” di cui ci dice il titolo.

Se la casa di riposo si presenta indubbiamente come il centro del libro, occorre tuttavia segnalare come esso muova per ulteriori articolazioni, orientando lo sguardo sul versante dell’attualità – la sezione “Res publica” – e riconsiderando il tema del ricordo nell’ultima importante sezione dove in una personale Spoon River l’autore ci parla di amici e poeti – poeti amici – scomparsi, e cioè di tratti fondamentali del proprio umano percorso. Tra queste presenze anche quella di un grande albero, detto la Pioppa, a segnare solitario, in mezzo alla campagna mantovana così cara al poeta, «il limite, un confine, / la direzione da prendere». La Pioppa però è stata abbattuta e vale forse anche per lei, come per i poeti e gli amici scomparsi, la domanda che si leva dalla casa di riposo e affratella in questo libro di profondissima pietas:

Allora diteci finalmente
cosa troveremo là dove siamo
diretti, adesso non vediamo
coste, solo una nebbia leggera
che non ci fa capire se sarà
terra, mare, una montagna
che si alza dall’acqua.
Soprattutto vorremmo sapere
se là qualcuno ci chiamerà
per nome, ci riconoscerà,
saprà chi siamo, cosa abbiamo,
fatto in questa vita, quali errori,
quali cose giuste. È così,
troveremo là chi
ci chiamerà per nome?

Nell’immagine vicino al titolo, “Il viandante” di Lorenzo Viani

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