In memoria di un "eroe" popolare
Storia di CiroCiretta
Ritratto di CiroCiretta, storico femmeniello e intellettuale che per decenni si è battuto per i diritti degli ultimi e del loro ruolo nella cultura partenopea
Ciro Cascina, in arte CiroCiretta, si è spento pochi giorni fa a Torre Annunziata. Storico Femmeniello e intellettuale. Era una figura tra le più amate nelle feste popolari e nella Napoli che amava la tammurriata. Ma è stato soprattutto, dagli anni Settanta e fino alla fine, un attivista che per decenni, con il suo corpo, la sua arte e il suo pensiero, ha saputo entrare nel cuore e nella mente di molti. Aveva una capacità leggendaria di comprendere le vite degli altri e di dargli al volo consigli considerati, da chi li riceveva, fondamentali e indimenticabili. Usava il corpo per ballare, la testa per mettere insieme persone diversissime, dalle signore dei vicoli al popolo delle tammurriate, del grande cinema e teatro, intellettuali, politici, ragazzi del movimento dei “beni comuni napoletani”.
Frequentava le feste che esistono dalla notte dei tempi, ma anche le nuove ritualità come la Madonna delle Rose, a Napoli, il rito creato dagli artisti di strada. Si sentiva a suo agio nelle processioni, come in un club di musica techno. Metteva insieme persone che forse senza di lui non si sarebbero frequentate, per divisioni ideologiche o per antipatie personali. Per lui, chi faceva la “vita” nel vicolo e il grande intellettuale erano entrambe persone interessantissime e veri amici. Questo è il grande insegnamento che ci lascia. Rompere le barriere, ricordare che siamo tutti umani e scegliere le persone, non per quello che rappresentano, ma per quel che sono. Lui sapeva leggerle dentro.
Per ricordarlo, uscirà su RaiPlay, domani, il documentario di Andrea Fortis, con il montaggio di Francesco Loffredo. Il regista ha creato uno splendido affresco del pensiero di CiroCiretta, del suo mondo e di quello dei femmenielli napoletani.
Il documentario ha vinto numerosi premi, tra cui: “Première nazionale a Visioni dal Mondo, Festival Internazionale del Documentario, Milano”, il premio “Rai Cinema” e il premio “MYmovies”; première internazionale al Bahamas International Film Festival, Nassau, dove ha anche vinto il premio “Miglior Documentario”; Selezione Ufficiale al Millennium Docs Against Gravity, Varsavia, e al “Discovering Campania”, Festival Internazionale del Cinema di Salerno; oltre al premio “Miglior Storia” e al premio “Miglior Regista Documentari” all’Ayodhya Film Festival, India.
Questo articolo nasce da numerose interviste che ho fatto a CiroCiretta e Marcello Colasurdo negli anni e dalle tante serate e vacanze passate insieme, innanzitutto da amici.
CiroCiretta ha sempre pensato che non sia la persona, ma la geografia a essere davvero centrale nella figura del “’O Femmenell”. È Napoli, con le sue tante anime, che la rende differente. Persone che non si sentono né uomo né donna, ma entrambi, in modo dualistico, si possono trovare in tante culture, amava ripetere, “ma è la nostra terra che rende un femmeniello quello che è”. Non è l’essere umano il protagonista, sosteneva, “l’uomo è solamente un essere appena ricoperto di pelle. È la terra, la cultura, la storia che fanno del femmeniello qualcosa di napoletano”. Spesso si tende a mettere l’essere umano al centro, ma è il luogo, in questo caso, a essere centrale e a far sì che l’essere ne assorba l’energia.
CiroCiretta aveva da sempre la convinzione che il femmeniello fosse profondamente legato al concetto del doppio e alle classi popolari. Pensava che gli strati più poveri della società fossero portati dalla vita a essere doppi pur di vivere, quasi più rilassati, perché non hanno nulla da perdere. Sono abituati, raccontava, a non scandalizzarsi per le complessità della vita. Ricordava come i guappi del Rione Sanità fossero spesso “spietati, ma anche raffinati e saggi pensatori che potevano sostenere discussioni profonde con gli intellettuali più famosi”. Il popolo campano non si scandalizza nel vedere una prostituta che cura l’edicola votiva con la Madonna dell’Arco accanto al “basso” in cui esercita.
Era convinto che negli ambienti popolari si debba per forza darsi una mano l’un l’altro. Il cibo che c’è in casa viene sempre condiviso.
Vi sono tentativi di alleanza, sosteneva, anche con il mondo dell’aldilà, per esempio con le “anime pezzentelle”, quelle delle persone sepolte in fosse comuni durante i secoli. A Napoli ci si prende cura dei loro teschi e, in cambio delle preghiere che si fanno per loro, si chiedono delle grazie. Una vera alleanza tra il popolo sulla terra e quello dell’oltretomba.
La figura del femmeniello, nel suo pensiero, è mascolina e femminile e, quando è ben miscelata, non si sa davvero distinguere una dall’altra. Non vi è alcuna ansia di doversi definire.
CiroCiretta fondò l’Associazione delle “Femmeniell” Antiche Napoletane (A.F.A.N.), con Luigi Pernice Di Cristo e Fortunato Richiamo, detta Zia Titti, di Torre Annunziata, e Gennaro Cimmino, direttore artistico e fondatore di Körper, il Centro Nazionale di Produzione della Danza, a Napoli. Se CiroCiretta era la protagonista che tutti notavano subito, dietro, nascosto, c’era il suo amico e partner di mille battaglie culturali, Luigi Pernice Di Cristo. CiroCiretta si è sempre fidato ciecamente di Gino, per gli amici “Ginetta”. Sono stati per decenni amici inseparabili. I racconti dei loro viaggi in Marocco, Europa dell’Est, Messico o in giro per il Sud Italia erano indimenticabili e spassosissimi. Ma Ginetta non è solamente la persona più vicina a CiroCiretta, era anche il suo alter ego nelle battaglie intellettuali e di attivismo. Per questo fondarono l’A.F.A.N.
L’A.F.A.N., raccontava CiroCiretta, “vuole restituire un album fotografico a un gruppo culturale che lo ha perduto. Soprattutto negli anni del fascismo, ma anche dopo, si è fatto di tutto per far scomparire la figura dei femmenielli. Oggi sono di nuovo integrati nella società, ma mancano le foto del passato. I femmenielli di oggi sentono l’assenza di queste immagini che nel passato furono distrutte. Noi vogliamo restituirle. Ecco perché ci rivolgiamo alle famiglie per chiedere loro di darci le foto, le lettere e i documenti dei loro parenti femmenielli, per archiviarli. Noi siamo come delle zie o delle mamme che vogliono restituire queste foto alla collettività”. Ecco perché, negli anni, raccontava, “abbiamo privilegiato la forma degli incontri faccia a faccia, invece di quelli virtuali. Abbiamo creato degli incontri in cui il teatro o il circo diventavano come un cortile in cui incontrare le persone della comunità”. Molti dei loro amici artisti e femmenielli hanno partecipato a questi spettacoli che si tenevano nelle piazze popolari, prestando la loro arte. Erano spettacoli di tammorre, tombole, teatro e molto altro. Si trattava di teatro popolare, che vive di quella stessa teatralità che il popolo ha nei cortili. La stessa arte del carnevale, che per convenzione alleggerisce le regole sociali come uno sfiatatoio. Un momento per alleggerire l’aria che permette di capovolgere tutto. I nostri incontri, raccontava, avevano una loro ritualità di cortile.
Uno dei loro amici era il grande cantore di tammurriata Marcello Colasurdo. Marcello era il celebrante informale, per il popolo dei femmenielli, durante la celebre festa della Candelora presso il Santuario della Madonna di Montevergine.
Colasurdo, nei tanti incontri che avevamo, grazie alla sua amicizia con CiroCiretta, amava parlare del suo legame con i culti antichi. Viveva in un piccolissimo appartamento pieno di oggetti, nelle palazzine popolari di Pomigliano. Lasciava sempre un po’ di pane sopra la cucina, per nutrire gli spiriti. Era amatissimo dai vicini, che si occupavano spesso di lui durante la sua malattia.
Ricordava il legame tra la Madonna e le Mater Matutae, che definiva madonne dell’epoca romana. “Hanno tanti figli tra le braccia – ricordava – per rappresentare la fertilità. Raffigurano la madre terra fertile che partorisce”. I femmenielli, diceva, “sono molto legati al mondo di Cibele e delle Mater Matutae, perché come la natura è sia maschile che femminile, lo siamo anche noi. Come il sole e la luna. È la madre terra che ci ha creato e concimato così”. In fondo, sosteneva, “i sacerdoti di Cibele si autoeviravano probabilmente proprio per ricordare questo concetto”.
Oggi, laddove vi erano culti legati a Cibele o alle Mater Matutae, vi sono spesso santuari legati alla Madonna. Luoghi in cui avvengono processioni, in cui si suonano le tammorre e in cui vanno in processione i femmenielli. La terra, amava dire, “è generatrice. I contadini non hanno la consapevolezza degli antropologi, semplicemente perpetuano questi riti antichissimi”. Ancora oggi, ai funerali, alcuni anziani mettono una monetina nella bara e dicono: “Se non dai la monetina, quello nun te fa passare”. Non sanno, diceva, che parlano di Caronte. Nei funerali cantavano per far festa, sosteneva, “perché la persona tornava da dove era venuta. Era un mondo circolare”.
Era convinto che le tammorre recassero ancora molte tracce del culto di Cibele. Per rappresentare la creazione, diceva, “spesso nei canti si toccano le parti intime, come se si spargesse il seme. Si indicano i genitali maschili e anche femminili”. Anche il vero Pulcinella, sosteneva, “quello della tradizione, è diverso da quello goldoniano. Rappresenta il seminatore che fertilizza Cibele per far rinascere la vita. Noi ancora lo rappresentiamo con questo significato nel carnevale”. Anche quando facciamo il matrimonio della “Zezza”, il matrimonio dei femmenielli, aggiungeva, “vi è traccia di Cibele. L’anziano è il vecchio anno che non vuole andare via. La Zezza, che è la natura, è la moglie e rappresenta la madre terra che è ruffiana. Lo caccia perché deve arrivare il nuovo marito, la primavera. Lei deve vedere tutti e quattro i mariti che rappresentano le stagioni”.