Barbro Guaccero
Testo a fronte/27

Pioggia di primavera

«Perché ormai nessuno viene più a trovarmi. E li capisco. Non è piacevole dover conversare con qualcuno che non ti sente. E poi, quasi tutti i miei amici sono morti. Chi mai verrebbe? A dire il vero, non me ne viene in mente nemmeno uno ancora in vita. Sono rimasta sola...»

Con questo racconto inedito di Barbro Guaccero prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.


Non è che il vetro sia sporco – anche se forse lo è – ma quando sono seduta qui, con la brezza leggera che entra dal davanzale e il profumo della pioggia che sale, non riesco a vedere i ciottoli della strada che brillano, né le tegole bagnate che scintillano al sole, né la gente che si affretta fuori quando cadono le ultime gocce.

Cataratta, ha detto il dottore. Va operata, ha detto. Oggi è una sciocchezza, ha detto anche questo. È questione di un quarto d’ora. Lo fanno tutti.

Ma nessuno mi taglierà gli occhi per infilarmi dentro plastica o silicone, o qualsiasi altra cosa usino. Che non veda più la vita della strada non importa. Preferisco sedermi qui, sentire l’aria primaverile e ricordare. Dentro di me ho molto di più da vedere, storie molto più interessanti di qualsiasi scena che possa vedere dalla finestra. Il mio specchio interiore riflette una vita intera di segreti e dolore, tradimenti brucianti, lutti, successi, gelosie e innamoramenti. Tutta la mia vita è lì, a portata di mano, pronta a essere rivissuta.

È uno dei vantaggi della vecchiaia. I ricordi si moltiplicano e i più antichi tornano a galla, sempre più nitidi. Adesso riesco a ricordare il grembiule di mia nonna, e persino la frusta che usava per montare l’impasto della torta.

Non mi annoio mai.

Se lo immaginassero, quei ragazzetti che vengono qui a fare le pulizie (o almeno ci provano) e pensano che la mia vita sia finita. Pensano che mi farebbe piacere “poterla finire”, che sarebbe l’unica cosa misericordiosa per una come me, così vecchia, così piena di rughe, con un’artrosi dell’anca così avanzata da dover usare il deambulatore anche in casa. Mi dicono che si può operare, ma mi rifiuto di farmi mettere pezzi di ricambio. Voglio morire nel mio corpo. Non con giunture di plastica o di metallo. Come potrebbero decomporsi?

Pensano che stia diventando demente solo perché non sento bene, anche con l’apparecchio. Pensano che non capisca più cosa dicono. Quei ragazzetti – a volte sono anche maschietti – con quei pigiamini rosa (perché le badanti devono indossare pigiami, adesso?) pensano che io non voglia più vivere.

Ma si sbagliano. È solo da vecchi che si capisce quale dono straordinario sia la vita. L’unicità assoluta della propria esistenza. Ogni secondo diventa prezioso, pieno di significato. Lo so, sembra che io stia solo qui a sorseggiare il mio caffè – e in effetti lo faccio – ma dietro i miei occhi appannati e i capelli sottili c’è un’intera vita, anzi molte vite, reali e immaginarie. Non c’è limite a quello che si può inventare alla mia età, e tutto è permesso: le cose più tristi, le più sciocche, le più belle, le più divertenti e persino il sesso. Ci penso anche a quello. Nessuno potrebbe scoprirlo, chiusa com’è la mia bolla protettiva di cataratta e sordità. Come potrebbero? A meno che non cominci a parlarne ad alta voce.

E forse un giorno lo farò. Giusto per sentire una voce familiare.

Perché ormai nessuno viene più a trovarmi. E li capisco. Non è piacevole dover conversare con qualcuno che non ti sente. E poi, quasi tutti i miei amici sono morti. Chi mai verrebbe? A dire il vero, non me ne viene in mente nemmeno uno ancora in vita. Sono rimasta sola. Per fortuna mi faccio buona compagnia – sono più divertente di molti che conosco.

Ah, ma guarda, quel nuovo ragazzo, Mohammad, un giovane somalo, ha fatto il caffè e l’ha versato nel termos e ha preparato un vassoio con tazza e piattino e qualche biscotto d’avena. Questo significa che sta per andarsene. Bene. Così posso rimanere sola con i miei ricordi. Sono tutto ciò che mi è rimasto, i ricordi e una scatola di cioccolatini che ho nascosto nella ribaltina, amari e fondenti, perfetti col caffè.

Appena lui se ne sarà andato, prima ancora di bere il caffè, farò qualcosa che mi è stato detto di non fare: apro la porta d’ingresso, metto bene le chiavi in tasca e prendo l’ascensore fino al piano terra. Se conto i pulsanti, so che è il secondo dal basso o il quarto dall’alto. So come si apre la porta del palazzo: c’è un bottone grande, a sinistra della porta. Appoggiata al mio deambulatore, esco sul marciapiede, ma solo pochi passi, per non finire in mezzo alla strada. Poi resto ferma, immobile, e sento la brezza fresca sulla pelle, i raggi del sole d’aprile sulle palpebre chiuse e l’odore della pioggia appena caduta.

Resto così, in piedi, a lungo – finché non sento qualcuno entrare nel portone. Allora devo sbrigarmi a seguirlo. Non riesco ad aprire il portone da fuori, perché non vedo i tasti per inserire il codice. Una volta per entrare bastava abbassare la maniglia, ma ormai tutto è diventato complicato. Anche se nessuno deve sapere che lo trovo complicato. Altrimenti penseranno che sono demente. E non lo sono. È solo la cataratta – solo quella – a rendere tutto complicato.

A volte devo aspettare tanto tempo prima che qualcuno apra. Ma non importa.

Non c’è più nessuno che mi aspetti.

Nessuno.

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