Il festival della Cineteca di Bologna
Passione cinema
Guida alle meraviglie della rassegna “Cinema Ritrovato” che, mostrando i film restaurati dai Lumiere a oggi, racconta i segreti di un mondo fatto di immagini
Il Cinema Ritrovato inventato dalla Cineteca di Bologna è l’unico festival al mondo che celebra le pellicole restaurate di tutti i tempi, dai fratelli Lumière a oggi. Quest’anno ha compiuto quarant’anni e l’edizione XL che si è appena conclusa è stata davvero extra-large con numeri da capogiro: oltre 500 film restaurati e proiettati in 8 sale durante 9 giorni, una programmazione strabordante all’ultimo respiro. Questo l’hanno scritto tutti.
Per me il Cinema Ritrovato è il festival che celebra la meraviglia della scoperta. Chi lo frequenta entra in uno stato permanente di attonito stupore. E poiché l’unica cosa che conta è la propria esperienza, elenco qui le scoperte che personalmente ho fatto dal 20 al 28 giugno 2026. Questo è il mio festival.
1. Ho scoperto di poter cambiare idea su Alice Rohrwacher che non mi ha mai convinta perché non capisco cosa sia il suo realismo magico e perché chiami sempre sua sorella Alba nei suoi film anche quando è palesemente fuori parte (vedi La Chimera). Ma al festival parla delle scelte della sua vita in difesa di una terra, una cultura, una umanità che sono anche le mie e bastano le parole che dice e come le dice per farmi cambiare idea sul suo conto. E adesso non vedo l’ora di vedere il suo prossimo film girato a Stromboli.
2. Prenoto un film per caso, si intitola L’âge d’or, e scopro che ha inaugurato in maggio la sezione Cannes Classics e al festival arriva in anteprima grazie al direttore della Cineteca di Bologna Gian Luca Farinelli, che nella mia testa chiamo Jean-Luc come Godard. L’âge d’or (stesso titolo del film di Luis Buñuel del 1930) è un’idea covata per dieci anni dal regista Bérenger Thouin ed è il suo primo lungometraggio: racconta la vita di Jeanne, una donna del popolo, che attraversa il ‘900. La straordinarietà sta nel fatto che le riprese fatte a Torino si mescolano perfettamente ai filmati d’epoca provenienti da diversi archivi e il risultato è talmente sorprendente che lo spettatore non distingue il passato dal presente, tutto fluisce nello stesso tempo. È il cinema, bellezza!
3. Rivedo Bellissima di Luchino Visconti e scopro che sto guardando un nuovo film grazie a Caterina D’Amico che lo presenta. Scopro che per Wes Anderson è una commedia divertente mentre per lei, che è la figlia della sceneggiatrice di Visconti, è una tragedia sulle illusioni del cinema.
4. Scopro che Senso – sempre Visconti, il festival gli ha dedicato una retrospettiva a 120 anni dalla nascita e a 50 dalla morte perché di Visconti si parla poco mentre di Fellini moltissimo – è un film sul senso di colpa. E che a fare senso sono anche le scene della grande Storia che incrocia la piccola storia dell’amore proibito tra la patriota italiana e l’ufficiale austriaco: i campi di battaglia – per la prima volta a colori, per la prima volta con i costumi di un giovanissimo Piero Tosi – sono un caos senza senso oggi come allora, col tricolore sabaudo e i ragazzi che morivano tra i vigneti del bianco di Custoza.
5. La scoperta più incredibile: prenoto l’unico film muto del grande regista giapponese Daisuke Ito e mi trovo catapultata in un teatro di Osaka con un attore che dà voce a tutti i personaggi in sincro col labiale e la musica dal vivo che sottolinea le scene. Uno spettacolo unico che sta facendo il giro del mondo e io non ne sapevo niente. Due scoperte collaterali.
La prima: l’eroe del film è un ladro gentiluomo soprannominato da Ito “il ratto”, Hitchcock chiamò invece Cary Grant “il gatto” nel celeberrimo Caccia al ladro. Questione di punti di vista.
La seconda: nella magnifica squadra che lavora nel tempio della Cineteca, il cinema Modernissimo, c’è Nadia Ragusa che dopo il film mi dice: ho riconosciuto l’accento di Osaka. Alla Cineteca di Bologna lavorano ragazze che riconoscono l’accento di Osaka. E c’è ancora chi le chiama “maschere”.
6. Scopro che nella sceneggiatura di Rocco e i suoi fratelli c’è Vasco Pratolini che aveva scritto il soggetto con Visconti, ma c’è anche L’idiota di Dostoevskij nel personaggio di Rocco-Alain Delon. E scopro che negli anni ‘50 e ‘60 i grandi registi italiani facevano sempre doppiare gli interpreti (e in quel film c’era un cast di incredibili esordienti!) da grandi attori di teatro come Achille Millo, Riccardo Cucciolla, Valentina Fortunato.
7. Quando Billy Wilder e Raymond Chandler (che non si sopportavano) si incontrarono nel 1943 per scrivere la sceneggiatura di Double indemnity (ovvero “La fiamma del peccato”), capolavoro noir spesso citato da Woody Allen, buttarono giù frasi così:
“In questo stato c’è un limite di velocità di 45 miglia” dice Barbra Stanwyck a Fred MacMurray che ci sta provando di brutto. “E io a quanto andavo?” replica lui. “Almeno a 90 miglia”. Capolavoro.
8. Scopro che La caduta degli dei non solo inaugurò un filone cinematografico – Il portiere di notte, Salon Kitty – ma il mix espressionismo più decadentismo influenzò le collezioni degli stilisti riportando nella moda i tagli sbiechi degli anni ‘30.
9. Scopro il primo film americano antimilitarista: What price glory, un muto del 1926 di Raoul Walsh con Dolores del Rio appena restaurato, tra gli altri, dal MoMA di New York. Non è romantico, mostra la carneficina chiamata Grande Guerra con crudezza, con le esplosioni che fiammeggiano a colori sulla pellicola in b/n. Il capitano Flagg si chiede che razza di mondo sia questo che ogni trent’anni ha bisogno di rifondarsi nel macello d’una generazione. Continuiamo a chiedercelo ancora dopo un secolo. Con commento musicale al pianoforte suonato dal compositore e direttore d’orchestra Antonio Coppola. Commovente.
10. Scopro che Wim Wenders e David Lynch portano la camicia abbottonata fino al collo, come dimostrano due interviste realizzate da due critici francesi: L’Image Originelle – Wim Wenders di Pierre Henry Gibert e Diapo Lynch di Nicolas Saada. I registi dicono cose molto simili su temi diversissimi e in tempi e contesti lontani. Come a dire che il cinema ha infinite facce ma parla in fondo la stessa lingua. E scopro anche che è bello dormire al cinema, lo dice nell’intervista Wenders e lo fa quando un film gli piace, confermando che la sala cinematografica è come essere a casa, chiudi gli occhi, li apri e vedi che la storia che conosci continua e ti puoi rilassare.
11. Incontrare Kleber Mendonça Filho fa venire voglia di imparare il portoghese in versione brasiliana. Il suo primo corto si intitola Critico perché lui cominciò da critico cinematografico, la critica è stata la sua scuola di cinema. Così scopro che i registi ricordano solo le stroncature (devo scriverne di più).
12. Rivedere per l’ennesima volta Morte a Venezia e scoprire che in fondo non avevano tutti i torti alla Warner Bros. quando lo definirono un film osceno e noioso (più noioso che osceno) e decisero di non distribuirlo. Ma piacque alla regina Elisabetta e così diventò il cult che tutti conosciamo.
13. Scopro il primo film di Wim Wenders Summer in the city con Wim Wenders seduto davanti a me. Lo girò nel gennaio 1970 tra Monaco e Berlino, doveva fare un corto per superare l’esame della scuola di cinema, fece un film in b/n di oltre due ore che è pieno di errori. Ma c’è già il suo sguardo e c’è Cassavetes. Non c’è invece il montaggio, il sonoro talvolta sparisce, non c’è una storia, Wenders come tutti i tedeschi nati nel 1945 non può credere nella storia, crede solo nelle immagini e nella musica rock e blues che ama (urge rivedere Perfect days). Mi appisolo nelle scene mute, del resto ha detto che lo fa anche lui, è bellissimo, è come essere sul divano di casa insieme a Wenders.
14. Piccola scoperta nell’interminabile Ludwig di Visconti (4 ore): a interpretare la principessa Sophie, sorella di Sissi (ancora Romy Schneider) destinata a sposare il cugino re della Baviera (Helmut Berger) è l’attrice Sonia Petrovna che in quello stesso 1972 è anche la protagonista de La prima notte di quiete di Zurlini. Un’incredibile doppietta. La bellissima sposerà il compositore Laurent Petitgirard, autore delle musiche della serie tv Maigret con Bruno Cremer (che aveva a suo tempo interpretato il prete nel film Lo straniero di Visconti). Incroci cinematografici.
15. Scopro che Joseph Losey firmò per la prima volta col suo nome un film di 30 minuti, A man on the beach, uno dei più bei restauri del festival. Era il 1955, prima non poteva perché era entrato nella black list di Hollywood. Frase chiave: la violenza è una strana emozione che non ha bisogno di un compagno per riprodursi. Contemporaneo.
16. La mia ultima scoperta si chiama Arnaud Desplechin, regista nato nel 1960 a Roubaix di cui non sapevo niente e niente avevo visto. Lo scopro grazie a un film coup de coeur del 2000, Esther Kahn, restaurato dalla Cineteca e ambientato in una Londra plumbea di fine 800. È la storia di una ragazzina ebrea che scopre la vocazione per il teatro e ne è travolta. Mi richiama subito alla mente Sentimental value anche se le due pellicole sono totalmente diverse. Desplechin mi conferma che Joachim Trier conosce il suo film e che lui, vedendo il film vincitore dell’Oscar, ha pensato: ma è Esther Kahn! Conclusione: le vie del cinema sono infinite. E quando si incrociano e magari è già passato un quarto di secolo, a noi umani non resta che scoprirle e lasciarci perdutamente incantare.