Giovanna Di Marco
A proposito de “L’Arena ri Spagnola”

Memorie e “parlatini”

Il nuovo libro di Nino De Vita è una summa della sua produzione poetica. Un universo nel quale passato e presente si uniscono nel segno di una sonorità unica. E così Cutusìo diventa il mondo

Se nascesse il parco letterario “Nino De Vita”, dovrebbe essere lo stesso Nino a fare da cicerone. Ci pensavo leggendo il suo nuovo libro, L’Arena ri Spagnola (Le Lettere, 506 pagine, 19 Euro) con la prefazione di Luigi Tassoni, che ripropone gran parte della produzione poetica dello scrittore marsalese in modo monumentale, lasciando spazio anche a degli inediti. Voglio ritornare a Nino, immaginandolo che si barcamena come narratore dei suoi luoghi: la contrada Cutusìo dove il poeta vive da sempre, Marsala, lo Stagnone, le Saline e le pale di quei mulini che fanno da cornice a un paesaggio mitico di colori e lontananze, malinconie. Dovrebbe essere Nino De Vita a guidare i turisti ansiosi di conoscere la scenografia alla genesi della sua poetica. Dovrebbe essere Nino stesso a leggere le sue poesie, solo lui può leggerle, perché in lui coincide quell’inflessione nel pronunciare, in dialetto, parole antiche, perdute o, se non perdute, destinate a essere risucchiate dal tempo; lui possiede l’intensità metrica, il timbro che è diventato materia ma che era nato soffio d’ispirazione.

I curiosi che assisterebbero a questa gita culturale con il poeta come guida, scoprirebbero subito però quanto la sua poesia non si possa recintare con una targa o un itinerario prestabilito, perché i suoi non sono componimenti lirici astratti: sono racconti. Veri e propri racconti in versi, fatti di persone, di carne, di destini. Chi legge Nino De Vita – e, a maggior ragione, chi ha la fortuna di conoscerlo – sa che la sua pagina stampata custodisce una musica inconfondibile. Leggendo i suoi racconti in versi, si sentono i passi, il respiro, ma soprattutto si sentono le pause. Quei silenzi pesanti, quel modo unico di troncare il flusso che è la firma assoluta della sua voce. Sì, solo lui potrebbe leggere e gli astanti ascoltare.

Ogni poesia di questo libro è uno squarcio di vita. E, a popolare questi squarci, sono quasi sempre i personaggi marginali, le figure che abitano i bordi dell’esistenza: il poeta isolato, il pazzo del paese, l’eremita, il licantropo che porta addosso il peso di una condanna ferina. Creature fragili e inquietanti che si muovono nell’ombra di un mondo che viaggia troppo veloce per accorgersi di loro. Spesso, dentro questi dialoghi e monologhi, si instaura un meccanismo sottile, una specie di sofisma: un ragionamento apparentemente logico, quasi un’argomentazione filosofica assurda o paradossale che questi personaggi usano per spiegare il proprio dolore o la propria stranezza. È un tentativo di dare un ordine al caos, una parvenza di senso a ciò che un senso non ce l’ha.

​Ma la forza più profonda, e più struggente di questi racconti sta nel fatto che la logica del sofisma crolla sempre davanti alla realtà. La narrazione si interrompe a volte bruscamente, finisce in sospeso, si inceppa su una pausa e lascia la storia a metà, consegnata all’immaginazione di chi resta ad ascoltare. Questo finale aperto, questo non detto che pulsa nel silenzio, non è un artificio stilistico. È una resa fedele della realtà. Forse la vita stessa è fatta proprio così: non di trame compiute, non di romanzi con un inizio e una fine rassicuranti, ma di frammenti. Di bagliori improvvisi che illuminano la sventura di un pazzo o l’ombra di un lupo mannaro, per poi lasciarci di nuovo al buio, a interrogarci su cosa accadrà dopo.

Nell’impalcatura di questo ricco libro, troviamo una sezione inedita che si intitola Parlatini (Chiacchierate).

Un componimento, dal titolo È storia chi canusciu (È storia che conosco) riguarda un dialogo tra il poeta e il padre. Il figlio, che è stato al mare a San Teodoro, di cui fa una descrizione precisa del pesce pescato – che fa invidia ai pittori di genere specializzati in nature morte raffiguranti i pesci – invita il padre ad andare al mare lì con lui; il padre del poeta, partendo dai suoi ricordi giovanili a San Teodoro, innesca l’insistente indagine del figlio su fatti antichi, nonostante li conosca bene, quasi fossero leggende; eppure, il figlio poeta interroga il padre su cose che già conosce: vuole rievocare il racconto, la sacralità del momento della narrazione, che è sempre la stessa, ma è sempre diversa, vuole rievocare il passato per scriverne. Il padre ne è geloso, dei ricordi, pensa che il figlio possa (volutamente) travisarli nella scrittura: “’U viri soccu fai/ ‘u viri soccu rici./ Fazzi chi mitti a scrìviri/ ri sti cosi, su’ veru,/ ‘un sunnu veru. Tu,/ eu ti canusciu, scrivi,/ e ‘i cosi ch’un su’ veru/ addiventanu veru,/ ammeci chiddi chi/ su’ veru i’ scanci pi/ mmintati” (Non sia mai ti metti a scrivere di queste cose, sono vere, non sono vere. Tu, io ti conosco, scrivi, e le cose che non sono vere diventano vere, invece quelle che sono vere le dai come inventate).

​Ecco queste Parlatini, questi colloqui di gozzaniana memoria ci riportano a un mondo autentico che vuole essere trattenuto, a dispetto di ogni esibizionismo di storie sbandierate per catturare attenzione. De Vita sceglie la via del sussurro e del frammento. Accetta la scommessa più difficile: quella di un percorso letterario che non edulcora la realtà, ma la restituisce nella sua natura più nuda, frantumata e marginale.

Anche il componimento che dà il titolo all’intera opera, sebbene non del tutto inedito, L’Arena ri Spagnola, segue questa china. A dire il vero, questo titolo, non conoscendo il luogo che viene evocato, mi aveva erroneamente suggerito un’ambientazione spagnoleggiante, in qualche modo esotica; invece, il riferimento è a un’arena marsalese, dove il poeta, da giovane, arrivava in bicicletta. “’U muturi ’un partia,/ partia, ’un gghia, facia/ trapanari, santiari. /Sbitàvanu ’i cannili, scafugnàvanu/ c’un filu e cci ciuciàvanu. /Pi picca voti ’u cìnima juncia/ nna finitoria: ’u muru annivuriava, /comu luci arristava /chidda ra luna e ’i stiddi”. (Partiva e si fermava, faceva sudare, imprecare. Smontavano le candele, scavavano con un filo e vi soffiavano. Poche volte il film arrivava alla fine: il muro si oscurava, come luce restava quella della luna e le stelle). La scena è quella dei cinema del secolo scorso, un universo di comunità, che tanto ricorda Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore. Un mondo che non c’è più, dove la gente del paese si riversava per svagarsi e incontrarsi. Emergono le abitudini collaudate, le stramberie (come il cieco da un occhio che voleva pagare mezzo biglietto perché vedeva a metà). Ma si conclude malinconicamente con una scena rubata, non al cinema, ma lungo la strada, di cui il poeta è stato, suo malgrado, testimone: una donna che tentava di trattenere un uomo che ormai la rifiutava. Un momento drammatico da cinema, senza essere al cinema, un frammento di vita vera trasposto in poesia.

​La scelta di Nino De Vita è radicale, ma ci lascia speranzosi. Nel dirci che la vita è sospesa, che i racconti non si chiudono e che le persone passano lasciando solo una scia, non ci sta abbandonando al vuoto. Ci sta dicendo che la verità va cercata proprio in quei bagliori, nelle pause della sua voce che si fanno spazio per accogliere la nostra stessa vita, così imperfetta, così incompiuta, ma ancora disperatamente viva.

E, rileggendo con attenzione i testi, a ogni pausa, a ogni verso denso di parole lussureggianti di dialetto, ho capito quanto mi sia sbagliata con le mie affermazioni all’inizio di questo scritto. Nino De Vita non ha bisogno di spiegare i suoi luoghi agli utenti di un ipotetico turismo culturale del futuro. Questi versi scritti che compongono una raccolta, e poi un’altra, e poi un’altra ancora e che sono diventati un libro, possiedono a tal punto la paternità e la voce del loro autore che basta leggerli sulla carta per ascoltarli come li leggerebbe lui. A ogni latitudine, il dialetto di Cutusìo verrebbe ascoltato, arroccato alla sua isola (Cutusìo è poi isola nell’isola), eppure universale.


Accanto al titolo, lo Stagnone di Marsala.

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