Arturo Belluardo
A proposito di “Tichico, Cochiti”

Il gioco del rovescio

Il nuovo romanzo di Mariana Branca insegue una storia che si ribalta continuamente tra inizio e fine. Un esperimento riuscito che riesce sempre a coinvolgere il lettore

Dopo lo splendido esordio di Non nella Enne non nella A ma nella Esse, con cui è arrivata finalista al Premio Calvino, Mariana Branca si conferma, con il suo nuovo lavoro, Tichico, Cochiti (ed. Wojtek, 150 pagine, 17 Euro), una delle voci più originali, raffinate e anomale della narrativa contemporanea circostante.

Circostante, come la “luce circostante”, l’energia trascendente che ci avvolge in uno splendore non comprensibile con la razionalità, ma, che una volta penetrata dentro di noi, va a espandere la nostra luce interiore, portandola a raggiungere apici inaspettati di gioia e piacere.

Questo è quello che ci accade quando assorbiamo per osmosi il linguaggio prezioso di Mariana Branca, la sua declinazione quasi ossessiva di elenchi, dove ogni nome è un cesello, un’evocazione degli spiriti della Terra, una lapide a futura memoria di una Natura violentata e dissolta nei detersivi e nei laminatoi di fabbrica: ogni nome di pianta, uccello, pesce che la scrittrice irpina ci propone, è un’offerta sacra, un rituale di rimpianto e di ricomposizione.

Come nel suo precedente lavoro, una finta biografia del compositore elettronico Nicolas Jaar, anche qui Branca non fa ricorso a una struttura narrativa tradizionale, ma si muove all’indietro, partendo (forse?) dalla fine della storia di Tichico e ricostruendola secondo uno schema di triplette narrative. Schema che può ricordare il Triduo Pasquale (Passione, Silenzio e Risurrezione), un sillogismo aristotelico, con una sintesi che sfocia però nell’irrazionale. O ancora una partitura, dove al canto si contrappunta il controcanto, per concludersi con un’improvvisazione che ricorda più Cecil Taylor che Charlie Parker.

Ogni capitolo si apre con la sezione Avanti, e, a seguire, con il nome di un luogo, spesso catena montuosa, e con il suo tracciato, un afasico elettrocardiogramma: siamo qui nel racconto esteriore della scorza, della corazza impenetrabile dove la luce non può entrare e in cui Tichico sopravvive e galleggia, residuo o rudere, masticato e sputato (da una parte il miele, dall’altra la cera) dalla brutalità di cemento e catene della contemporaneità si prosegue con la sezione Indietro, con l’anagramma sillabato del luogo stesso (Berna diventa Naber), il capovolgimento del tracciato e la rivelazione dell’intimo: è la dimensione di Cochiti, in cui la luce interiore si è ritratta in uno spazio di protezione, dove dal profondo emergono dolore e consolazione, tenerezza perduta e fatta rivivere con le parole creatrici. Infine, ogni capitolo si conclude con la sezione Indietro e avanti, ed è il momento più gustoso e folle, dove Branca fa dialogare Tichico con scrittori (Henry Miller, Volponi, Landolfi, E.T.A. Hoffmann, Burroughs), filosofi (Schopenauer, Sant’Agostino), personaggi di film e persino con nidiate di pesci e uccelli e con Bettino Craxi.

La chiave del libro è enunciata all’inizio, con le parole di Gospodinov quando racconta della tribù andina degli Aymara: “Quando parlano di qualcosa che deve avvenire, indicano dietro di sé. Quando parlano al passato, indicano col braccio davanti a loro. Perché il passato è già davanti ai loro occhi, è avvenuto, eccolo, davanti a noi. Il futuro è dietro di noi, alle nostre spalle, invisibile e inatteso”.

E questo è Tichico, alla fine/inizio del libro “un signore di ottant’anni che sale e scende a piedi tutti i giorni dal santuario di San Cristo oro, protettore di camminatori, viandanti e pellegrini. (…) Lo hanno sentito più volte parlare da solo, dire “tu hai fatto questo, tu hai visto quello”, come se conversasse con la sua coscienza. Dicono che lo hanno sentito nominare grandi personaggi, chiacchierarci, rivolgersi a loro come se li conoscesse. Si dice di lui che sia tornato a piedi dalla Svizzera, montagna montagna. Si dice che adesso salga e scenda tutti i giorni dal santuario a novecentonove metri, sempre seguendo i tornanti, senza mai prendere scorciatoie. Si dice che salga camminando in avanti e che scenda camminando al contrario. Dicono che è perché deve vedere, guardare passo per passo tutto quello che si è lasciato dietro.”

E non si può non pensare all’Angelus Novus di Benjamin, spinto in avanti dalle ali gonfiate dal vento del progresso spietato, implacabile e alienante, ma con il volto ostinatamente rivolto all’indietro, alle rovine del passato, con disegnata la pietas della memoria.

È questa l’idea del progresso che emerge dalle parole di Branca, una bestia feroce i cui molari triturano senza scampo le clavicole e le tibie dei più deboli: qualcuno come Tichico sopravvive, ma dalle sue ossa è stato succhiato via il midollo.

I racconti che Branca fa di catene di montaggio, di mattanze di pesci, di banchetti imbanditi e appena consumati, con resti lasciati a imputridire, fanno di “Tichico, Cochiti” un romanzo fortemente politico, un luogo di alienazione di stretta genealogia fordista. Sì, proprio quell’Henry Ford che per produrre la prima vettura “economica”, la Ford Modello T, inventò la catena di montaggio basandosi sui sistemi automatizzati di macellazione del mattatoio dei suini.

Sangue di maiali, sangue di uomini.

Uomini che si bruciano l’anima per un futuro asfittico, per combattere la fame.

La fame vera, quella che ti fa ammazzare.

E qui Mariana Branca ci regala le sue pagine più intense.

“Avevi fame, hai avuto quella fame da quando tuo padre non è più tornato; avevi una fame che era un incendio, un rogo di tronchi freschi cosparsi di idrocarburi, uno sbuffo di fiamma da un pozzo di petrolio. Era una fame che sgretolava la terra al tuo passaggio, che polverizzava i talli delle alghe quando nuotavi strusciando sul fondale del fiume.

Quella fame ti ha arso la lingua: hai smesso di parlare, di raccontare come ti bruciasse il petto e il pianto, come quel fuoco facesse male. Hai confuso il tuo male con quello delle cose intorno, tu bruciavi d’abbandono, il gelo bruciava intere distese di cavoli e di verze, la peronospora bruciava le patate i pomo dori i tuoi Cirano a polpa grossa, la brucellosi bruciava il sesso delle capre e si dovettero ammazzare. Tu, hai dovuto ammazzarle, Tichico, sparargli un colpo in testa, una a una, lasciando a te e a tua madre nessuna carne da mangiare: la fame ti sbranava le arterie nella pancia.

Una mattina che non era ancora l’alba, avevi dodici anni, sei andato nella stalla, lo hai guardato, l’ultimo capretto, aveva un mese appena ma nessuna capra che lo potesse allattare. Avevi fame, quella fame.

Lo hai accarezzato, gli hai sorriso, gli hai stretto una corda attorno al collo. Hai stretto la corda fino a farti bruciare le mani, a indolenzirti la mascella, a stritolarti i denti nella bocca; lo hai strangolato fino a estirpargli di corpo ogni molecola d’aria.

Avevi fame mentre lo distendevi di lato, gli recidevi la vena nel collo, avevi fame mentre lo vedevi dissanguare, mentre il sangue ti imbrattava le ginocchia, macchiava il pavimento della stalla, faceva rosso ogni filo di fieno, rossa ogni pallina di sterco, merda e sangue e fieno e il dolore colato dalla sua piccola tenera aorta. Avevi fame mentre guardavi il suo corpo sgonfiarsi, ridursi a pura materia. Avevi fame mentre lo scuoiavi, lo amputavi del suo vello, lo lasciavi escisso, ablato; avevi fame mentre gli incidevi la carne dal culo al collo, premendo appena la punta del coltello sulla sua polpa di poppante, aprendolo come una fessura nella terra. Uno sbuffo della sua nostalgia del latte materno ti è evaporato sulla faccia mentre con le mani gli cavavi i reni la milza il fegato i polmoni via dal ventre. Avevi fame e ti tremavano le gambe, le sue interiora ti ballonzolavano addosso, pucciavi i piedi nella pozza del suo sangue. Avevi fame e non hai pianto perché la tua fame era un incendio.”

Questa è letteratura.

Punto e basta.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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