Diario di una spettatrice
La verità di Spielberg
Steven Spielberg torna a parlarci di extraterrestri per suggerirci che non siamo soli e dovremmo smetterla di sentirci al centro dell'universo. E poi dovremmo guardare gli "altri" con più disponibilità...
È possibile proporre oggi un film che racconta ancora una volta la vecchia storia dell’esistenza di entità non umane, non terrestri, come fu Incontri ravvicinati del terzo tipo che uscì nel 1977? Come può venire in mente di evocare cinquant’anni dopo ciò che videro allora Roy, Jillian e il piccolo Brad e Claude Lacombe che era François Truffaut e che aveva capito tutto? Certo oggi non è più il tempo della favola di ET L’extraterrestre. Steven Spielberg l’ha ripetuto tante volte che non siamo soli nell’universo, ne è convinto fin da bambino. E adesso, alla vigilia dei suoi ottant’anni, con Disclosure Day, cioè il giorno della rivelazione, torna nelle sale per ricordarcelo e per costringerci a riflettere andando oltre la visione di ciò che, raccontato a parole, non potremmo mai credere, ciò che è stato nascosto e che se rivelato potrebbe (forse, chissà) fermare l’umanità a un passo dall’autodistruzione.
La verità è nascosta nell’archivio impenetrabile dell’agenzia Wardex Corporation al soldo del governo americano e che i due protagonisti – ancora un lui e una lei come cinquant’anni fa, ma ora ci sono Josh O’Connor ed Emily Blunt – riusciranno finalmente a violare e a far conoscere al mondo. E le forze oscure che vorrebbero impedirglielo dovranno arrendersi perché Daniel Kellner e Margaret Fairchild conoscono i codici matematici dell’universo e ne parlano le lingue, perché loro due sono i bambini – sempre ritorna nei film di Spielberg lo sguardo dei bambini – che l’incontro ravvicinato con gli extraterrestri lo ebbero davvero.
Prima di addentrarmi nella trama, anticipo qual è secondo me il cuore del messaggio contenuto in questo film imperdibile, soggetto e regia di Spielberg, la sceneggiatura firmata da David Koepp che lavora col regista dai tempi di Jurassic Park.
In sostanza Spielberg ci chiede di arrenderci a una verità – l’esistenza di altri mondi, di altre civiltà, di altri esseri senzienti non umani – che produce due effetti cruciali per i nostri destini: ridimensiona l’arroganza di chi si ritiene l’unico protagonista del creato e quindi autorizzato dal suo dio a deciderne le sorti; e ci ricorda che l’empatia, riconoscere che l’altro sei tu, è l’unica risposta per evitare la nostra estinzione, persino quando l’altro si presenta in una forma incomprensibile, aliena. Questa non è una religione, lo dirà esplicitamente in diversi momenti del film, è invece un atto di fede nell’unico umano possibile.
Ha ragione Aldo Spiniello che su “Sentieri Selvaggi” scrive che “c’è un che di profondamente sacro in Disclosure Day. Del resto, il vocabolario adottato da Spielberg e dallo sceneggiatore David Koepp costeggia continuamente la terminologia delle rivelazioni. Ma non è un “sacro” da intendere in senso confessionale. È un discorso sulla fede come atto di fiducia.”
Un atto di fiducia che riguarda anche il cinema con cui Spielberg continua a raccontarci una storia che forse potrà salvarci dall’abisso, come cinquant’anni fa ci raccontò quei primi incontri ravvicinati.
La sceneggiatura è costruita intrecciando due piani narrativi che hanno al centro i due protagonisti del film: Margaret Fairchild (Emily Blunt in una interpretazione che le varrà certamente la nomination agli Oscar), estrosa conduttrice delle notizie meteo nella tv locale di Kansas City, e Daniel Kellner (Josh O’Connor) nei panni stropicciati di un matematico geniale nonché esperto di sicurezza informatica, assunto dalla misteriosa Wardex per proteggere i file segretissimi che documentano ottant’anni di contatti con entità aliene. Ma dopo la visione di certi interrogatori raccapriccianti, Daniel decide che questa verità non può restare nascosta, prende i file e scappa, protetto dalla rete di ex dipendenti ribelli della Wardex che vuole divulgarli. Il film inizia con lui e la fidanzata ed ex-novizia Jane in fuga dagli inseguitori della Wardex capitanati da Noah Scanlon (Colin Firth), sullo sfondo l’eco delle notizie che fanno presagire l’imminente conflitto mondiale.
Nel frattempo Margaret scopre di essere capace di parlare lingue sconosciute a sua insaputa e nel corso di un notiziario emette suoni incomprensibili che diventano virali e attirano l’attenzione di Scalon. Anche Margaret entra nel mirino della Wardex. Ma in ogni situazione di pericolo a salvarla sarà la sua straordinaria capacità di penetrare nella mente di chi ha di fronte, di conoscerne il nome, il passato, i pensieri, le emozioni. E questo suo dono salverà anche Daniel e Jane.
Come non riconoscere nel corso della pellicola quelle scene che caratterizzano tanti film di Spielberg, a cominciare dalla saga di Indiana Jones? Una per tutte la fuga rocambolesca di Daniel e Margaret su un’auto speronata dagli inseguitori e spinta sui binari di un treno in corsa e il salvataggio in extremis della donna un attimo prima che venga travolta da un altro convoglio. Anche l’entrata in scena degli animali (un gigantesco cervo, una volpe, un uccello cardinale), in realtà alieni che assumono queste forme per non spaventare gli umani, è una concessione del regista alla magia delle favole a lui care. E la capacità di Margaret di penetrare nella mente dell’altro e di condizionarla evoca il maestro jedi Obi Wan Kenobi stabilendo un legame anche con la saga di Star Wars.
Alla fine Margaret e Daniel ricordano: nel 1996 furono entrambi rapiti dagli alieni che donarono a lei la capacità di leggere nella mente e parlare lingue di altri pianeti e a lui la possibilità di comprenderle. Non resta che l’ultimo passo: far conoscere la verità a tutto il mondo nel giorno della rivelazione. Lo studio televisivo di Kansas City da cui trasmette Margaret diventa il centro di un network mondiale che né la Wardex né gli agenti federali potranno bloccare. Miliardi di persone si fermano per guardare attonite le immagini secretate da decenni. Entra in studio, protetto da un involucro che avvolge la sua carrozzina, il vecchio alieno che li incontrò bambini. Dice qualcosa a Daniel e Daniel lo sussurra a Margaret. Lei sorride e guardando dritta in macchina dice al mondo: “Listen. Ascoltate”.