Mimmo Stolfi
A proposito di “Synesthesia”

I suoni a colori

In un’epoca in cui molta improvvisazione oscilla tra cerebralismo e gestualità fine a sé stessa, Ivo Perelman mostra una qualità sempre più rara: la capacità di emozionare senza rinunciare alla complessità

A forza di registrare dischi, Ivo Perelman avrebbe potuto facilmente diventare prigioniero della propria prolificità. Da oltre trent’anni il sassofonista brasiliano pubblica album con una frequenza quasi vertiginosa, costruendo una discografia che supera abbondantemente il centinaio di titoli. Eppure, ogni volta che lo si ascolta, si ha la sensazione che la musica stia accadendo per la prima volta. È questo il paradosso di Perelman: un artista capace di fare dell’improvvisazione radicale una forma di continua rinascita. Nato a San Paolo nel 1961, trasferitosi negli Stati Uniti dopo una breve esperienza al Berklee College of Music, ha costruito negli anni un linguaggio immediatamente riconoscibile, fondato su un lirismo acceso, su una fisicità quasi vocale del suono e su una ricerca incessante delle possibilità espressive del sax tenore.

Synesthesia nasce all’interno di una delle relazioni artistiche più fertili dell’intero jazz contemporaneo: quella con il pianista Matthew Shipp e il contrabbassista William Parker, compagni di viaggio fin dagli anni Novanta e protagonisti di una lunga serie di registrazioni che hanno contribuito a ridefinire il lessico dell’improvvisazione moderna. A loro si aggiunge Bobby Kapp, batterista dalla lunga esperienza, figura meno presente nella storia del trio ma perfettamente integrata in questo universo sonoro. Il quartetto aveva già mostrato la propria forza in lavori recenti come Ineffable Joy e Heptagon; qui raggiunge una maturità ulteriore, una concentrazione quasi cameristica.

Il titolo dell’album non è un vezzo poetico. Perelman ha spesso raccontato di percepire i suoni come colori, di vivere la musica attraverso associazioni sensoriali che intrecciano timbro, luce e materia. Synesthesia diventa allora una dichiarazione di poetica prima ancora che un titolo: cinque improvvisazioni che sembrano nascere da una tavolozza condivisa, dove ogni gesto sonoro genera una sfumatura, una texture, una variazione cromatica. I quattro musicisti possiedono mezzi tecnici e immaginativi tali da poter incendiare ogni minuto della registrazione. Scelgono invece un’altra strada. Ascoltano. Attendere, reagire e suggerire diventa più importante che affermarsi. Il risultato è una musica che respira.

In brani come One e Five, questa qualità emerge con particolare evidenza. Nel primo, il dialogo procede quasi per avvicinamenti successivi. Parker costruisce una pulsazione elastica, mai davvero metronomica, più simile a un battito organico che a una scansione ritmica. Shipp dissemina accordi frammentati e cellule melodiche che appaiono e scompaiono come riflessi sulla superficie dell’acqua. Perelman entra con frasi spezzate, a volte appena accennate, altre volte attraversate da improvvisi slanci che ricordano il miglior Wayne Shorter filtrato attraverso la libertà espressiva del free jazz. La batteria di Kapp commenta e suggerisce, colorando ogni pulsazione. In Two la tensione cresce. Il quartetto sembra muoversi all’interno di una struttura invisibile. Nessuno conduce davvero eppure nessuno si perde. È una caratteristica tipica delle migliori formazioni di improvvisazione radicale: la forma emerge dall’interazione stessa. Qui il pianoforte di Shipp svolge un ruolo fondamentale, costruendo traiettorie che orientano il discorso senza irrigidirlo. Le sue figure circolari producono un effetto quasi gravitazionale, attirando e respingendo il sassofono in un continuo gioco di forze.

Five rappresenta probabilmente il punto culminante del percorso. La temperatura emotiva sale sensibilmente. Perelman porta il tenore verso registri più acuti e abrasivi, ma senza mai cedere alla pura aggressione sonora. Anche nei momenti più intensi permane un senso di necessità espressiva. Ogni grido, ogni frattura timbrica sembra nascere da una logica interna, da una storia che la musica sta raccontando nel momento stesso in cui viene inventata.

Ciò che rende Synesthesia un album particolarmente riuscito è l’equilibrio tra memoria e rischio. Da una parte si avverte il peso positivo di una lunga frequentazione reciproca. Questi musicisti conoscono i riflessi, le inclinazioni e persino le esitazioni degli altri. Dall’altra permane una disponibilità totale all’ignoto. Nessuna struttura precostituita, nessun percorso obbligato. La composizione coincide con l’atto dell’esecuzione. È qui che il disco supera la dimensione puramente jazzistica e assume un carattere quasi filosofico. La sinestesia evocata dal titolo non riguarda soltanto il rapporto tra suono e colore. Riguarda il modo in cui quattro individualità diventano un unico organismo percettivo. Le idee passano da uno strumento all’altro come impulsi nervosi. Un frammento melodico del sax può trasformarsi in una figura pianistica, diventare un’ombra nel contrabbasso e riemergere nei piatti della batteria sotto forma di pura vibrazione.

In un’epoca in cui molta improvvisazione contemporanea sembra oscillare tra cerebralismo e gestualità fine a sé stessa, Synesthesia possiede una qualità sempre più rara: la capacità di emozionare senza rinunciare alla complessità. È musica che pensa e sente nello stesso momento. Musica che non descrive un paesaggio, ma lo genera davanti all’ascoltatore.

Perelman continua così a dimostrare che il free jazz, quando incontra musicisti capaci di ascoltarsi davvero, non è una lingua del passato né una nicchia per specialisti. È una forma ancora vitale di conoscenza, un modo di esplorare l’incertezza e trasformarla in esperienza condivisa. In Synesthesia ogni gesto sembra nascere da una sorgente comune eppure conserva la propria irriducibile individualità. Come accade ai colori quando si incontrano nella luce.


Accanto al titolo, Ivo Perelman, da Wikipedia, licenza Creative Commons.

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