A proposito di “Meglio così”
Il mondo di Amélie
Il romanzo numero 34 di Amélie Nothomb è una storia lieve di madri e di figlie in cui si sente il profumo del mondo intero. Come nello stile dell'autrice
Un libro l’anno. Da quando ha esordito nel 1992, Amélie Nothomb ha pubblicato un romanzo ogni dodici mesi, arrivando ora alla bellezza di 34 volumi pubblicati. È bella la storia di come Amélie Nothomb ha stabilito un rapporto saldo e continuativo con la sua casa editrice di sempre, Éditions Albin Michel con sede a Parigi, a cui consegna un libro l’anno, che esce in agosto, fin dal primo, Igiene dell’assassino: ritratto di un misantropo che vive … ritratto, ritirato, in volontario isolamento, perché ha orrore del genere umano – forse perché conosce solo scrittori, come lui. In fondo non ha torto.
Altrettanto solido e continuativo è il rapporto editoriale che la scrittrice belga, in realtà cosmopolita – come tra poco vedremo – ha stabilito con Daniela Di Sora, a capo di Voland Edizioni, editore esclusivo in Italia di Nothomb fin dalla versione tradotta della sua primissima uscita. È un prodigio che non capita a molti scrittori che Amélie (nata Fabienne Claire) Nothomb sia riuscita a farsi accogliere in modo continuativo senza grandi mediazioni da una macchina editoriale che ai suoi inizi era ancora piena di promesse, via via scemate con l’avvento di un terziario sempre più ingombrante, nato per facilitare i rapporti degli scrittori con gli editori e soprattutto col pubblico, e ora in sempre crescente azione interventista e diaframmatica.
Questo trentaquattresimo romanzo, Tant mieux – Meglio così nella versione Voland (traduzione di Federica Di Lella, 132 pagine, 17 Euro), ha un ritratto malandrino dell’autrice in copertina, che riassume egregiamente alcuni strati della relazione tra autrice e pubblico sul terreno comune dell’ultimo romanzo.
Non solo come indicazione del fatto che l’autrice è narratrice popolare a livello planetario, ma anche dello spirito più squisito del libro. La storia è collocata in Belgio a cavallo tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta del Novecento e si svolge tra Bruxelles, Gand e Bruges: il Belgio e Bruxelles sono luoghi di provenienza della famiglia dell’autrice (padre ambasciatore, madre fiamminga) ma personalmente la dolce e aspra Amélie vi è approdata solo all’età di 17 anni. Prima di allora ha girato il mondo dietro agli incarichi di suo padre, e tutto il mondo in effetti si riversa nei suoi romanzi. Non come sfondi variopinti, fondali di scena, ma come culture che l’autrice ha sondato e conosciuto in prima persona, interagendo vivacemente con esse, lungo l’intero arco della sua infanzia e giovinezza, e poi di nuovo e spesso da adulta.
È un dato che si assapora leggendola.
Per esempio il Giappone, dove la Nothomb è cresciuta, ritorna in almeno quattro suoi romanzi, il più stupefacente dei quali è certamente Stupore e tremori (1999, Stupeur et tremblements), diventato anche un film di Alain Corneau nel 2003. Un luogo, l’ufficio dove la protagonista, francese tornata a Tokyo, sperimenta sulla propria pelle la logica nel lavoro della società giapponese, che riassume un’intera civiltà e dove Amélie si sente étrange et etrangére, sorprendentemente non riconosciuta e dopotutto completamente fuori posto, al punto che ottusamente la sua capo-ufficio lentamente la declassa sempre più, usando la macchina fotocopiatrice come pretestuoso patibolo professionale, e poi relegandola alla sorveglianza e pulizia dei bagni. Un rapporto di forza dai contorni kafkiani in cui si sfiora l’assurdo e paurosamente i rapporti umani diventano bracci di ferro tra automi senza anima, cieche macchine da lavoro, efferate – un tema questo che spesso si presenta nelle storie, ma più ancora nelle dinamiche interne alle storie che Amélie Nothomb con tenacia ci presenta, a cui ci inchioda.
Ad esempio, questo ultimo romanzo, Tant Mieux – Meglio Così, romanzo del 2026. Anzi, in versione originale, del 2025. Abbiamo incontrato l’autrice e Daniela Di Sora (Voland Edizioni) lo scorso 5 marzo nella golosa sede (Palazzo del Freddo – Fassi) della scuola di scrittura Genius retta da Paolo Restuccia: l’intera giornata era zeppa di incontri con l’autrice, ospite subito dopo a Fahrenheit, Rai RadioTre, e poi in libreria. Un bagno di folla in cui ha potuto rifulgere la vivacità apparentemente bambinesca, facile, della scrittrice, la quale invece soavemente d’umiltà vestuta è discesa di Belgio in terra a miracol mostrare: quale miracolo? Il miracolo della narrazione sfrenata, piana e galoppante a un tempo, attraverso una storia che ha la sua telecamera scelta nella piccola Adrienne che seguiamo dall’età di quattro anni fino al matrimonio con Armèl e fino alla maternità. La vediamo, bambina piccolissima, consegnata alla dolce (di sale) Nonnina di Gand, madre di sua madre, nobildonna rovinosamente decaduta, che ama i gatti più delle figlie: è proprio nell’estate terribile in cui Adrienne è ospite della Nonnina di Gand che la piccola fa due scoperte o meglio escogita due trucchi: una frase fatta che diventa un mantra e ha la forza di farle trovare del buono anche nel molto cattivo (Tant mieux!, Meglio così!, e tutto prende una piega migliore), e poi la doppiezza: presentare una facciata imperturbabile a chi ci tortura o a chi sappiamo essere crudele ma da cui non vogliamo farci scoprire (sapere non è di per sé una cosa buona in assoluto, ancor più si deve, per proteggersi, evitare di far sapere che si sa).
Il vero punto è che Adrienne scopre una maternità diversa da quella di sua madre, la aspra Astrid, che odia tutte le donne poiché esige di detenere il primato della bellezza e della centralità, e non si cura delle figlie. Adrienne sarà la madre supplente o la vera madre della indesiderata terzogenita Charlotte, e questo apprendistato, oltre a darle modo di esprimere la propria natura – caritatevole, soave, riservata –, le permetterà di essere una madre amata (non senza i conflitti generazionali, che sono inevitabili).
Adrienne è una bambina, poi una ragazza, poi una giovane donna che ama la vita, ed è curiosa di tutto e di ogni cosa – e soprattutto è una pacificatrice. Il che non fa di lei una buonista ottusa, non smussa necessariamente le sue umanissime asprezze, ma fa di lei qualcuno che sa mediare e armonizzare, che fa di mediazione e armonia i propri scopi di vita.
Adrienne conosce il mondo, conosce la vera natura delle persone, non è ingenua. Però è un’ottimista. Ed è una costruttrice di pace. Adrienne è un fuoco in una storia che ha la forma di un trapezio. Che si svela tra pagina 100 e pagina 101.
A pagina 100 cade la fine della storia. A pagina 101 comincia l’articolato finale – dopo che il romanzo ha avuto il suo colpo di manovella, cioè il suo mirabile incipit, in una formidabile battuta, – Sveglia!
Esatto. Bisogna stare svegli. Adrienne è stata sveglia tutta la vita.
A pagina 101, colpo di scena.
Scopriamo chi ha guardato e proiettato la storia – il secondo fuoco del trapezio. E come ha elaborato il bandolo, permettete che lo definisca: vero, di tutta la matassa. È la conferma, molte pagine dopo, di ciò che già ci era stato svelato pagine prima: la lucidità, restare lucidi, e trovare il bandolo del vero nelle parole: Adrienne ha il culto delle parole. Riceviamo anche un colpo di coda finale, che qui non svelo – come dopotutto non ho svelato nulla o quasi, mi pare, della famigerata trama. Scopriamo in che modo l’autrice abbia raffreddato una materia caldissima, direi torrida, e sia riuscita a domare il dolore, non accantonandolo ma attraversandolo, guardandolo in faccia, trovandone e ricostruendone un’anamnesi spietata senza alibi.
Proverei anche a suggerire di guardare qui alla questione dei gatti un po’ alla maniera di Michail Bulgakov nel suo romanzo-monstre Il maestro e Margherita. Lì Behemot, qui Pneu – enorme gatto grigio, in questo caso, che alloggia come un pascià sul letto della infernale Nonnina di Gand, e alla prima disattenzione della nipote-ospite si dilegua, liberato, lui per primo, da una indesiderata gabbia di lusso ma lercia; però anche Bishop, il gatto della cara amica del cuore, e compagna di banco, Margareth, che, pure lui, prende il largo, però per finire stavolta alla ghigliottina.
Un romanzo gustoso, dopotutto, che accarezza l’assurdo, e abita soprattutto la favola nordica, con puntate in un genere noir che scaturisce principalmente dalle nere lingue del sospetto e del pedinamento, del paradosso, e del grand guignol, classico sì ma qui in versione contemporanea, tra grottesco e macabro, tra lussurioso e raccapricciante.
Il fiocchetto che chiude la confezione in coda al lungo finale è imperdibile.
Il disegno accanto al titolo è di Giulia Cavallini.