Sergio Buttiglieri
Al Maggio Musicale fiorentino

Händel, l’italiano

Debutta "Giulio Cesare in Egitto" di Händel con la regia di Davide Livermore e la direzione di Gianluca Capuano: ce lo racconta il direttore musicale

Abbiamo incontrato Carlo Fuortes, sovrintendente del Maggio Musicale di Firenze e Gianluca Capuano Direttore Musicale di Giulio Cesare in Egitto di Händel che sarà in scena a Firenze, con la regia di Davide Livermore, per la prima volta dal 14 al 25 giugno prossimi.

Abbiamo chiesto al sovrintendente Fuortes di questo nuovo importante capitolo nell’88’ Maggio Musicale che lui ha voluto inserire in cartellone.

È veramente un piacere fare questo Giulio Cesare in Egitto che nella storia di Firenze addirittura non è mai stato fatto, cosa abbastanza incredibile se si considera appunto che almeno dal Novecento è uno dei titoli barocchi più noti e più eseguiti. E questo però dice qualcosa, dice non solo di Firenze, ma del teatro d’opera italiano in generale e il suo rapporto col barocco, perché non è un rapporto felicissimo quello che l’Italia e i teatri d’opera hanno col barocco. Sta migliorando per fortuna stiamo cercando di migliorarlo, ma non è una cosa banale da fare innanzi tutto per una serie di motivi, perché appunto da sovrintendente ogni volta che si immagina, e io cerco di farlo in ogni stagione, di inserire un titolo barocco, ho diversi problemi da affrontare: innanzitutto quelli ovviamente della prassi musicale del barocco. Attualmente le orchestre nostre sono orchestre che fanno repertorio fondamentalmente romantico e novecentesco e non sono abituate ad avere appunto quel tipo di prassi musicale.  E quindi è molto importante avere un direttore che invece riesca con un’orchestra di un teatro d’opera a avere un risultato artistico di eccellenza che non è una captatio benevolentiae, ma tra i pochi veramente in grado di fare questo in Italia c’è Gianluca Capuano che ringrazio per il lavoro che ha fatto.

Il suo rapporto con il direttore musicale Gianluca Capuano è consolidato da anni mi pare.

Sì, avevo lavorato con lui anche molto a Roma e lui veramente riesce a far suonare l’orchestra del livello del Maggio, però un’orchestra che non ha questo repertorio come consuetudine, con dei risultati veramente molto apprezzabili.

Anche perché normalmente ci sono le esecuzioni fatte con orchestre specialistiche. E ovviamente prendere un’orchestra per un teatro d’opera che ha un’orchestra stabile, è uno dei problemi principali.

Abbiamo poi chiesto al direttore musicale Gianluca Capuano quale sia il rapporto con l’opera di Händel in Italia.

Purtroppo abbiamo dimenticato negli ultimi decenni questo legame stretto tra Händel e l’Italia. Soprattutto il giovane Händel si è abbeverato della cultura italiana, non solo della cultura musicale, ma anche della cultura artistica, pittorica, architettonica, e per lui il viaggio in Italia, che poi è un una cosa che diventerà un topos nel primo romanticismo, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, però era per i musicisti una cosa che succedeva di frequente, proprio perché c’era la coscienza che l’esperienza particolare musicale sviluppata in Italia era la prima al mondo. I più grandi compositori venivano dall’Italia e influenzavano tutti i compositori del resto d’Europa. Il giovane Händel dopo la primissima esperienza al teatro di Amburgo, dove nasce la prima opera in lingua tedesca in Germania, intraprende questo viaggio in Italia e scopre un mondo di cui sapeva solo per interposta persona. Perché tutti i suoi contatti con i nobili dell’epoca l’avevano aiutato a conoscere la musica italiana, perché spesso i nobili all’estero si portavano, non solo i musicisti dall’Italia, ma anche delle partiture, gli spartiti, quindi era un mezzo di diffusione della musica italiana in tutta Europa. Rimane sempre il desiderio nei giovani compositori più dotati di fare un’esperienza diretta e quindi il giovane Händel viene in Italia e passa da Firenze, questo lo sappiamo con sicurezza, dove scrive la sua quinta opera, se ricordo bene il Rodrigo proprio per Firenze. Anzi, questo è un lancio per magari una futura idea di riproporre un Rodrigo nel luogo dove è stato concepito e immaginato.  Poi va a Roma, sappiamo le famose vicende: l’incontro con Corelli, l’incontro con i grandi musicisti romani. A Roma lui scrive il Trionfo del Tempo e del Disingannola Resurrezione. Poi il suo viaggio prosegue per poi piegare su Venezia, dove scrive Agrippina e questo è il lancio internazionale della carriera di Händel come grande scrittore di melodrammi e lui si vuole imporre in questa veste in tutta Europa e la strategia ha molto successo, tanto che desta subito l’attenzione della nobiltà londinese, del re in persona che poi, a un certo punto, lo chiameranno e da qui parte la grande carriera inglese di Händel.

Che, lei mi conferma, a questo punto Händel diventa a tutti gli effetti il compositore della casa regnante, pur essendo straniero.

Sì, questa vicenda la dice anche lunga su come i confini all’epoca erano molto labili, almeno per la cultura. Cioè la cultura aveva una diffusione vertiginosa e continua, c’erano scambi continui tra le varie nazioni e scambi di esperienza, soprattutto l’uso della lingua italiana che nell’opera rimane la lingua favorita, a parte alcune eccezioni come l’opera francese, chiaramente l’opera tedesca in quegli anni, ma in Inghilterra, per esempio, non c’era un vero e proprio teatro nazionale in lingua inglese. E la facevamo da padroni noi, anche le compagnie di canto erano essenzialmente chiamate dall’Italia. Perché l’Italia generava i futuri interpreti del melodramma e questo aggiungo è una tradizione che viene almeno da un secolo prima, quindi dalla nascita del melodramma a Venezia essenzialmente. L’esperienza di Monteverdi e di CavalliIl melodramma in Italia rimane la forma di espressione musicale più importante, più centrale, proprio per la storia della musica in generale. Händel compone Giulio Cesare per la stagione del 1724 al Kings Theater a Londra, dove era il compositore principale. E lo porta in in scena con grandissimo successo e, aggiungo, con grandissimi cantanti

Ci racconta come avete allestito questa opera di Händel?

Per questo Giulio Cesare con la regia di Davide Livermore ci siamo attenuti alla prima edizione che è stata ricostruita, di cui c’è anche il manoscritto per fortuna.  Poi c’è stata l’esigenza di tagliare un po’ l’opera. Che nessuno si scandalizzi perché era assolutamente in linea con la prassi dell’epoca. Vi faccio un esempio: Händel stesso quando riprende le sue opere a volte taglia intere scene. O le ricuce, le rimodella, addirittura arriva non solo a trasporre le aree, ma a tagliare le aree stesse a volte Händel stesso ci dice che nella ripresa un anno dopo in un’area viene eseguita solo la parte A tagliando il B e il da capo. Cosa di cui oggi provoca grande scandalo tra gli uditori. Ebbene, signori, è una prassi pienamente fedele alla prassi dell’epoca. E allora ci siamo posti anche la questione di cosa fosse meglio per le voci che avevamo a disposizione e io ho fatto un po’ un collage tra la prima versione e la seconda, cioè quella del 1724 e quella del 1725. Per esempio, per Cornelia, non so se lei è contenta, ma ho tagliato la prima grande area di Cornelia. e invece ho inserito un’aria che per me è un gioiello e di una bellezza incredibile e che invece fu con l’oboe concertante, tra l’altro, che fu scritta per la l’edizione del 1725. e un altro esempio:ho sostituito un’aria di Sesto della prima edizione con un’aria del 1725 Che come vi dicevo, era destinata a un tenore, ma io l’ho riadattata per una voce di controtenore. Ecco, è solo un esempio per dirvi come bisogna sempre investigare a fondo. Non esiste un concetto di opera unitaria monolitica, come siamo abituati a pensare, che è un concetto dell’Ottocento, è un concetto che nasce nelle università tedesche nel tardo ottocento. Non c’è mai stata l’idea di un capolavoro da riprodurre in musica è una cosa che adesso oggi viene pensata come data, ma non è mai stato così nella storia e quindi pensiamo più a un’opera di artigianato in continuo farsi, a un’opera aperta oserei dire. Cioè che non soffre davanti a manipolazioni o interventi anche pesanti a volte.

Il suo rapporto con Davide Livermore?

Con Livermore abbiamo una frequentazione ormai pluriennale e ci intendiamo molto. Lui è un musicista, cosa che non è sempre detta per i registi. Quindi è molto sensibile alle ragioni della musica, non solo conosce perfettamente musicalmente le opere che rappresenta, ma ha questa sensibilità proprio da musicista, da cantante, anzi una piccola parentesi, adesso abbiamo appena eseguito Ulisse di Monteverdi a Salisburgo e gli ho chiesto di cantare un ruolo. Lui ha cantato un personaggio sguaiato, ma ha fatto divinamente proprio lo sguaiato, come deve essere. E lui ci si è buttato a pesce ed era contentissimo. E poi stiamo facendo insieme una nuova grande avventura che è quella del Ring di Wagner a Montecarlo sempre con gli strumenti originali dell’epoca di Wagner. E quindi l’intesa diciamo è molto stretta, e lui è sempre aperto ai miei suggerimenti. E io mi ispiro molto a quello che vedo nel far musica nell’imbastire, l’opera da un punto di vista musicale.


Le fotografie dello spettacolo, fornite dal Maggio Musicale, sono di Michele Monasta.

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