Una stagione di grande cultura
Aspettando Borges
Una giornata speciale a Volterra, aspettando Borges sotto la Porta all'Arco, tra memorie letterarie e suggestioni artistiche (nel segno di Rosso Fiorentino)
Nel gennaio dell’anno prima, il 1985, quello della gran neve che aveva trasformato Volterra, e tutti i paesi che funicolavano verso il Senese, in immobili cabinovie, sospese nel vuoto di un paesaggio quasi dolomitico, in città, proprio nel mese di gennaio, avevano premiato Borges. A prenderlo, a Roma, era andato, mi pare di ricordare, Franco Porretti, che lo aveva incautamente chiamato Maestro, con la M, appunto maestosa, e il cui maiuscolo si intuiva dall’indugio nel sostare, un poco, prima della “e” aperta che diventava così quasi esplosiva. Tanto che il geniale e beffardo argentino gli aveva risposto con una battuta ricca di implicazioni: “Non mi chiami maestro, sono solo un vecchio impostore involontario”. E, comunque, va detto che io, quella mattina, ero convinto che avrei potuto incontrarlo, Borges, dando per scontato che sarebbe voluto tornare, 15 mesi dopo, nella nostra città se non altro per sentire il suo respiro ormai primaverile.
Ovviamente non sapevo niente delle sue condizioni di salute e che sarebbe morto proprio il 24 giugno di quell’anno. Fatto sta che io avevo in testa Borges quando arrivai alla Porta all’Arco. Mi resi conto che stava per diluviare e che non avevo possibilità diverse dal rimanere sotto la volta ad aspettare che la furia pluvia terminasse. Sapevo che non sarebbe durato in eterno, sapevo che il torrente d’acqua, più marittimo che montano, visto il fragile aprile ma aprile, avrebbe avuto l’autonomia di una decina di minuti. Vicino a me, dove il calcare arenarico rende quasi morbido l’angolo che prelude, di fronte, l’erta e, a sinistra, l’argento lucente che accoglie lo sguardo indirizzandolo verso le vecchie mura medievali che portano ai Fornelli, c’erano due persone che sembravano indecise sul da fare. Entrambi alti, quasi quanto me, giudicai, eleganti anche se un po’ démodé per via del trench color nocciola e un Borsalino in tono. Potevano avere l’età di mio padre, una gagliarda sessantina.
Quando il più vicino si voltò dalla mia parte, ebbi l’impressione di averlo visto in altre occasioni. Poi, mi ricordai che era il pisano Jack Giordani, pediatra, regista e autore di testi teatrali, fondatore del Chiosco dei goliardi spensierati, nonché esegeta insigne di testi classici, e poeta non banale, amato, anzi adorato da tutto il gruppo di intellettuali che, negli anni Cinquanta, frequentavano la Friggitoria fiorentina, in Corso Italia, da loro battezzata Salotto Ricciotti dal nome del suo proprietario. Il nome degli abituali del locale, come ricorda in un suo scritto il professor Alfredo Stussi (ma ne parla anche Cesare Cases) erano Sebastiano Timpanaro, Luigi Blasucci, Jack Giordani, appunto, Ugo Gimmelli, Cesare Cases, Giuseppe Pacella, Erseo Polacco e Carlo Ripa di Meana, al tempo responsabile della libreria Feltrinelli, credo la prima in Italia, che si trovava quasi alla “foce” del placido Corso Italia, in prossimità di piazza Vittorio.
Come nel locale si mangiasse resta un mistero anche perché, quando sono arrivato io a Pisa, la Friggitoria stava per chiudere avendo finito il suo tempo. A dirla tutta, la sua fama come luogo di consuetudini gastronomiche, di confronti culturali e di dialettica politica, arrivò alla mia generazione molti anni dopo, diciamo quando ero già laureato e calcavo, mio malgrado, il palcoscenico della Facoltà.
A me personalmente la sua storia mi fu raccontata proprio dal professor Luigi Blasucci, detto Gino, una sera che, in casa di Piero Floriani, più tardi sindaco di Pisa, ci trovammo a parlare del Cinquantasei, anno dell’Ungheria, invasa, umiliata, nelle sue legittime aspirazioni di rinnovamento, dall’Armata rossa. Fatto, questo, che, come sappiamo, determinò scelte drammatiche da parte di molti intellettuali comunisti, confronti durissimi, crisi di coscienza e la consapevolezza della necessità, nel dramma, di ripartire, con altre logiche e profondi ripensamenti critici, travagli profondi, per rinnovare il Partito e lo scenario ideale della Sinistra. È da qui che nacque il ricordo in Gino delle diverse reazioni del gruppo di giovani intellettuali che frequentavano ogni giorno il Ricciotti di Corso Italia.
Tornando al Jack, incoraggiato anche dal sorriso che mi aveva rivolto e che implicava il riconoscimento, andai a salutarlo. Naturalmente, mi presentò al suo amico, un critico d’arte, alla sua maniera, goliardicamente, chiamandomi, in omaggio a una antica canzone, “questo signorinello pallido” anche se non eravamo in un portone e io pallido non sono davvero visto che gli arabi di Sartène mi salutavano in arabo… Poco minuti dopo, la tempesta era passata e ci incamminammo verso il centro. Ne risultò una piacevole passeggiata. Ricordo con gioia il volteggio, il nostro brillante zigzagare per le strade che circondano Volterra indugiando in particolare nei punti dove il mare appariva davvero vicino, dove, come nella piazzetta dei Fornelli, pareva di toccarlo.
Arrivati nei pressi di palazzo Vigilanti, la vecchia sede del liceo, Jack mi parlò anche di una gita d’altri tempi quando lui e altri “soci” del sodalizio, credo ci fosse Cases fra questi e, se non sbaglio, il Timpanaro, salirono sul nostro colle, non il Tabor di leopardiana memoria, quindi, ma il monte nostro, il Nibbio, per trovare Gino che, al tempo, insegnava al Carducci. Jack rievocò, con una teatralità attoriale, basata sulla gestualità e sulla fonazione articolata, tanto per ottenere la necessaria creatività anagnosica, l’arrivo della comitiva pisana alla vecchia Stazione con la locomotiva tabagica che, nel tratto della cremagliera, diventava lentissima tanto che qualche pendolare scendeva per fare incetta di verdura di stagione per poi risalire due tornanti dopo.
Fra i tanti momenti di quel giorno, raccontato dal funambolico Giordani, uno è rimasto davvero nella parte nostalgica della mia memoria, quella delle occasioni perdute: la lezione che, a più voci, fu fatta sulla Deposizione del Rosso. Avrei voluto sentire (Cases? Jack? Di certo non Timpanaro se qualche visitatore spurio si fosse aggregato a loro, vista la sua ritrosia a parlare davanti agli sconosciuti) l’oratore improvvisato discutere sulla divisione orizzontale della tavola con i riferimenti alla concitazione dionisiaca della parte alta e al dolore come paralisi, immobilità di carattere apollineo, della parte bassa. I richiami alla fonte masacciana, nel gesto e nella posizione di abbandono all’inconsolabile disperazione di Giovanni, e alla luce vibrante, al guizzo di fiamma d’amore, della Maddalena. Quante volte del resto ho cercato le orme, le tracce della vita intellettuale, della narrazione emozionata, sentimentale, estemporanea, perché si sa che la creatività è mercurio, è jazz, è pura invenzione della verità, nei luoghi dove si è commentato, si è fatto lezione, si sono spiegate le opere che ci leggevano dentro e ci suggerivano poesia. Molti di questi luoghi ci sono, a Volterra, come in ogni luogo di storia e di passione, come in ogni realtà dove gli uomini hanno liberato la loro intelligenza da ogni condizionamento e si sono fatti attraversare ed educare dalla bellezza.
Al momento dei saluti, li accompagnai, Jack e il suo compagno, fino alla loro auto posteggiata vicino a Porta a Selci, un piccolo arco che raccorda la maestosità della Fortezza alle mura che guardano verso l’ara votiva, il luogo sacro che ricorda tutti i nostri ragazzi uccisi nei conflitti degli ultimi due secoli. Dopo l’efferatezza cinica e aggressiva del mio antimilitarismo adolescenziale, ho sempre avvertito la solennità di quel posto. Ho sempre saputo dentro di me che i giovani morti della nostra comunità lì c’erano davvero. Stavano, in spirito, dentro la nostra anima che li avvertiva con forza. La loro identità era di certo presente in quel viale di cipressi e di silenzi. Lì certamente avvertivano, attraverso la nostra pietà e il nostro lutto, l’impossibilità di essere dimenticati. Non potevano non sentire che sarebbero vissuti per sempre nel ricordo della nostra comunità.
“Qui
Vivono per sempre
Gli occhi che furono chiusi alla luce
Perché tutti
Li avessero aperti
Per sempre
Alla luce”.
Come scrive Ungaretti.
Accanto al titolo, “Deposizione” di Rosso Fiorentino, conservata alla Pinacoteca di Volterra.