Carlo Alberto Bucci
Alle Terme di Diocleziano di Roma

Ovidio e la conceria

L'artista cinese Wu Jian'an porta a Roma una installazione composta da 360 pelli di cuoio che cercano un dialogo tra Oriente e Occidente

Minatia Polla sembra attonita, imbambolata nella sua diafana pelle di marmo, davanti allo sberleffo di quelle maschere cinesi in cuoio che, neanche fossero il mascherone della Bocca della Verità, sembrano sganasciarsi in faccia a lei. Ma Wu Jian’an non è venuto certo a irridere l’arte classica dal momento in cui ha proposto e ottenuto di allestire la mostra Metamorphoses alle Terme di Diocleziano del Museo nazionale romano. Anzi, l’intento dell’ingegnoso, generoso e facoltoso artista di Pechino è proprio quello di dimostrare che un filo corre lungo la via della seta tra Oriente e Occidente. E che la poesia di Ovidio sulle trasformazioni si incrocia e sovrappone al concetto di mutazione del taoismo.

Del resto, i rapporti del Dragone con l’antica Roma precedono gli ambasciatori di Adriano giunti in Cina nel 166 dopo Cristo. Figuriamoci oggi che l’impero economico ha come capitale Pechino e che Roma è agognata meta di svago e vacanze, ma anche di business e impresa, per i sudditi del lontano Oriente. È quindi un’occasione da non perdere, per le implicazioni innanzitutto estetiche, quella offerta dalla Notte dei musei di sabato 23 maggio quando anche le terme/museo di Roma, costruite sotto Diocleziano e riadattate da Michelangelo, resteranno aperte fino a tardi, quando c’è in programma, tra l’altro, il finissage dell’imponente esposizione delle opere di Wu Jian’an che, iniziata il 25 marzo, in ritardo per una serie di vicissitudini nel viaggio delle opere, avrebbe meritato, visto lo sforzo allestitivo e la qualità della proposta, una programmazione più lunga (la chiusura prevista per il 17 maggio, è stata prorogata fino a raggiungere i due mesi di durata).

Masks, del 2017-2018, ma riformulata per l’occasione, è una imponente installazione composta da 360 pelli di cuoio incise – pare – da Wu Jian’an stesso (con l’aiuto di collaboratori, verrebbe da pensare). E, appese come fossero in una conceria/catena di montaggio, queste figure hanno spesso i tagli che ci riportano, come dichiara il titolo dell’opera, alle maschere teatrali. Il carro che inizia nell’Aula X delle Terme, e la cui “coda” si trova nell’ambiente successivo, ha la “testa” proprio davanti al sacello dove, al centro, si trova la testolina della cosiddetta Minatia Polla, incantevole busto muliebre del 40 dopo Cristo. Anche guardandosi intorno, tra sarcofagi classici e affreschi di sepolcreti trasportati sotto le volte dioclezianee, lo spettatore potrà rimanere colpito dalla differenza abissale che, nonostante le intenzioni e le premesse, corre tra l’arte romana che fu e quella cinese odierna di un artista come Wu Jian’an che, comunque, come pochi sa dialogare con la tradizione, trasformandola e rigenerandola.

Un’opera quale Vital Essence N.1 del 2019, esposta nella medesima Aula X di Masks, ha come soggetto una figura umana, a braccia e gambe divaricate. Inciso nel cuoio, questo corpo è figlio del concetto filosofico del Qi, “la forza vitale invisibile che connette l’essere umano con il mondo naturale”. Ecco perché le membra di questa sorta di Uomo vitruviano creato da Wu Jian’an sono irrorate da linee che lo connettono con l’ambiente esterno, vegetale e animale. Il coltello dell’artista di Pechino, però, a differenza dello scalpello e del trapano serviti all’anonimo scultore del bassorilievo presente sul sarcofago romano presente lì accanto, non scava la materia per tirare fuori il volume, la massa, il corpo della figura. Bensì incide e ritaglia il cuoio per esaltare la linea pura, scarnificata, in mezzo alle migliaia di tratti intorno. E ciò è vero sia per questa sia per le altre opere realizzate con e su pelle di animali – l’artista e il curatore sottolineano che i tamburi nell’antico Oriente erano sì strumenti musicali “ma anche mezzi rituali di collegamento tra cielo, terra e umanità” – sia pure per gli straordinari lavori su carta.

Dipinta a mano, tagliata col laser, incerata con cera d’api, quindi cucita con filo di cotone e montata su seta, la carta è il risultato più sorprendente del lavoro di Wu Jian’an. La troviamo in due serie di “dipinti”: Xíng Tiān (2021–2022) e The Eternal Cycle – Running Through the Seasons (2024–2025). Nei sette quadri dedicati a Xíng Tiān, eroe mitico del pantheon cinese, il corpo centrale del protagonista si perde e confonde nelle migliaia di figurine, strappate dalla millenaria tradizione iconografica o ritagliate dall’immaginario contemporaneo, che lo compongono. E solo i colori, uno per ogni opera, differenziano la trama di questo folle intrico di folle vocianti e deliranti, talmente caotico e vitale da fare invidia alle affollate composizioni di Bosch, Bruegel o Escher. I quattro pezzi di The Eternal Cycle sono invece più vari e contemplano il movimento, quasi memori del dinamismo futurista di un Balla ma, innanzitutto, dei cortei bacchici o delle imprese belliche presenti su metope e colonne della scultura greca e romana. Al di là del riferimento anche cromatico al cambio delle stagioni, pure in questo caso si resta incantanti dal brulichio di colori, segni, silhouette: immagini disegnate e spillate come fossero farfalle nella collezione di un entomologo o quali le figure ritagliate nei collages del nostro Pietro Ruffo.

Scrive Croppi nel catalogo della mostra (ancora in corso di pubblicazione), che Wu Jian’an “non si pone in opposizione all’arte occidentale e tantomeno la imita; il suo lavoro si colloca in un punto interessante, usa e scava il linguaggio profondamente cinese per entrare in un sistema artistico globale”. Il curatore sottolinea inoltre che l’artista, “non subisce il fascino del concettualismo europeo, del ready-made, della Pop Art, ma muove dalla tradizione popolare cinese, dialogando semmai con il Barocco europeo, la pittura fiamminga, il Surrealismo” (condivisibile la parte finale della tesi, ma l’assimilazione del linguaggio suggestionato dai media e di matrice pop appare evidente). Nel testo Metamorfosi e Metamorphoses  la direttrice del Museo nazionale romana, ossia la padrona di casa, Federica Rinaldi, aggiunge: “Il confronto tra Wu Jian’an e Ovidio mostra come il tema della metamorfosi attraversi epoche e culture diverse. Sia nella poesia latina sia nell’arte contemporanea, la trasformazione diventa un modo per riflettere sul mutamento costante del mondo e sull’identità dell’essere umano”.

Il 30enne artista di Pechino, che nel 2017 ha rappresentato il suo Paese alla Biennale di Venezia, ha realizzato alle Terme una mostra che – curata come s’è detto da Croppi, già presidente, tra l’altro, della Quadriennale di Roma, e ora dell’Accademia di belle arti di via Ripetta – ha l’ambizione, la dimensione e il passo di una proposta da rassegna d’arte contemporanea internazionale. Fortemente voluta dall’artista stesso che, star della scena mondiale, si è sobbarcato praticamente l’intera, ingentissima spesa (un budget da 5, se non sei zeri, che ha sollevato interamente le esangui casse pubbliche da ogni tipo di esborso), pur di realizzare la sua Metamorphoses.

L’arte che trasforma (questo il sottotitolo della retrospettiva/mostra site specific) ha il suo punto focale nell’installazione The Heaven of Nine Levels, opera del 2008–2009 riadattata per l’Aula XI delle Terme di Diocleziano. Immagine colossale che sfiora i sei metri di altezza – e che è anche espressione di una mania di gigantismo (ma in questo caso giustificato dall’esigenza di non farsi schiacciare dalle dimensioni grandiose dell’architettura ospitante) – questa figura polimorfa, frutto delle metamorfosi continue dovute alla catena alimentare che regola l’ecosistema, è traforata dentro e lungo i contorni della pelle animale che le dà forma. E vive grazie alla luce artificiale che la trafora per gettare, come nel teatro delle ombre, un’impronta, una sindone, sul pavimento. Dove però, purtroppo, l’ombra oscura e rende di difficile lettura (complice il semibuio della sala), il bel mosaico d’età neroniana che, trasportato nelle terme quando furono trasformate in museo, racconta una delle fatiche di Ercole (l’eroe mitico ricoperto, peraltro, dalla pelle di un leone). Invece, sul muro divisorio tra l’Aula XI e la XI bis (dove la mostra si conclude con la saga, in forma di sequenza warholiana, di Xíng Tiān), il corpo essenziale e permeabile alla luce del cuoio di Wu Jian’an trova un suo felicissimo accostamento al mosaico bianco e nero di III secolo d.C. che, lì appeso, narra, per sintetiche e antiplastiche linee, la virgiliana vicenda di Troilo caduto dal carro. In questo confronto inatteso, davvero Oriente e Occidente, passato e presente, si specchiano e si rispettano.

Plastico, nel senso di volumetrico, Wu Jian’an lo è diventato grazie al rapporto con lo Studio Berengo: la Fondazione omonima, che ha contribuito a finanziare la mostra, si occupa di diffondere nel mondo l’uso del vetro soffiato veneziano ed è arrivata fino in Cina dove nel 2025 ha aperto i battenti a Shanghai. Ed ecco allora che negli Invisible Faces troviamo teste vitree plasmate dal soffio vitale ma disegnate secondo la logica metamorfica cara all’artista di Pechino. Che, in un caso, colloca una figura esile e graziosa, quasi sorella di Minatia Polla, dentro un testone dalle protomi irregolari e clownesche. In una sola scultura, le bella e la bestia.


Le immagini della mostra sono state fornite dall’Ufficio Stampa della mostra medesima.

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