A proposito de "Le interruzioni"
Fratelli mancanti
Simone Lisi ha costruito un romanzo sui quattro "fratelli" che non ha avuto per via dell'interruzione di gravidanza scelta dalla madre. Una storia tra privato e politico
Vi è mai capitato di leggere un libro – e passare in continuazione dal “mi piace” al “non mi piace” e ancora al “mi piace”? Se volete fare questa esperienza potete comprare Le interruzioni. Romanzo provvisorio su mia madre di Simone Lisi (Effequ, 172 pagine, 17 euro). Un romanzo, meta-romanzo, memoir, autocoscienza, riflessione generazionale. Se poi siete donne che nei lontani anni Settanta avete lottato – prima per istituirla – poi difenderla e confermare – la legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza, l’esercizio “mi piace/non mi piace” sarà più interessante.
Vi chiederete cosa è arrivato ad un quarantenne come Lisi di tutto quel fervore, quel dolore; e anche di quella paura. Perché Simone Lisi, che si dichiara quarantenne, si prende la briga di superare le ignoranze della sua generazione, con amore e rispetto per quella scioccante confessione della madre: tu, Simone, se io non avessi abortito quattro volte, non saresti il mio primo (e unico) figlio, ma il quinto. Eppure non rinuncia a prendere ironicamente le distanze da quei tempi – il che crea anche, in certi momenti, la distanza fra noi e lui nella lettura.
E tuttavia – il tentativo è onesto, vivacizzato dai dialoghi che il protagonista intesse con la compagna Carla e con l’amica del cuore Serpotta. Due donne giovani, di questi tempi; che tuttavia hanno raccolto, in qualche modo, l’eredità degli anni Settanta. Così quando Simone divaga, le due giovani donne lo riportano alla realtà degli aborti clandestini – e gli tirano le orecchie se si occupa troppo dell’opera che sta scrivendo. Tipo questa reprimenda di Serpotta: «Senti cuore, ma te un’idea sull’aborto te la sei fatta? […] ma tu hai capito come funzionava l’aborto in Italia? E come funziona oggi?»
Mi perdoni Simone Lisi, il punto dove il romanzo mi ha attratto di meno, sono le sue tirate sulla pubblicazione dei suoi libri – ho anche percepito l’ironia, sì, di un giovane scrittore rispetto al mondo oramai commercializzato dell’editoria; ma ci ho colto qualche goccia di narcisismo… è chiaro, qui parla la femminista che ha sputato sangue per quella legge. E tuttavia: come non apprezzare che Simone, insieme alla madre, ficchi le scarpe e affronti quelle gite non piacevoli sulle tracce dei fratelli mai nati? O sorelle. Io l’ho apprezzato. Le interruzioni. Romanzo provvisorio su mia madre alterna nei capitoli la voce della madre e dell’autore, della compagna Carla, di Serpotta. E gli scarni dialoghi con lo psicanalista, più spesso assente che presente – impegnato con la sua barca. E c’è il racconto dei viaggi esplorativi di madre e figlio – sulle tracce dei quattro aborti. A partire da Firenze, piazzale Michelangelo: «Nel 1975, o forse nel 1976, nel mese di novembre, a Firenze, una donna è immobile a Piazzale Michelangelo sotto una statua del David, copia dell’originale. […] Sotto il braccio ha una copia dell’Espresso. […] Quel giornale è un simbolo.» E poi Londra, San Casciano Val di Pesa. Insieme alle interruzioni, il protagonista Valerio si trova a indagare su tanti aspetti sconosciuti della vita di sua madre.
Mi piace – penso mentre lo leggo – che un uomo quarantenne si faccia carico di indagare su quell’epoca. Mi piace il suo distacco affettuoso e ironico, non lo trovo – come si potrebbe – politicamente scorretto – che anzi rivela quanta strada si sia fatta da allora. Mi piace come viene fuori questa madre (e il rapporto mai ingessato fra loro, a volte scanzonato), il dialogo che si intesse a distanza fra le pagine in cui parla Valerio (nome del protagonista): «Siamo rimasti in silenzio e abbiamo continuato a camminare finché non abbiamo visto una specie di osteria […]. È stato allora, guardandola, col suo sorriso, che una parte di me ha come realizzato per un millesimo di secondo il dolore enorme di mia madre, ed è stato inaccettabile e ho dovuto di nuovo tornare a respirare in superficie e lasciar perdere quei pensieri»; e quelle in cui parla la madre Paula: «Però Valerio ha ragione. Quando è successo, penso aggrappata alla schiena di mio figlio, che sono diventata vecchia? Come è stato possibile? In quale momento? Ma il presente, come sempre, fa sì che io lasci andare quel pensiero. […] Intorno a noi scorre la campagna toscana riarsa e prosciugata e io per un attimo mi osservo come dall’esterno e là, su quel motorino, mi sento al contempo tristissima e felice». Lasciar andare i pensieri, si. Senza dimenticare e ricordando che (nota dell’autore): «la legge sull’aborto sia stata una conquista importantissima, frutto del sacrificio e della lotta di molti uomini e soprattutto di molte donne che hanno pagato con il carcere e con la vita. La lotta non è finita, e ognuno faccia la sua parte».
La fotografia accanto al titolo è di Sara Lepori.