A proposito di "A Parigi con gli impressionisti"
Parigi da dipingere
Luigi La Rosa racconta i luoghi (e il mito) di Parigi come l'hanno ritratta e amata i grandi maestri dell'impressionismo
È in libreria da meno di un mese, è uscito esattamente venerdì 17 aprile, ed è una piccola stazione del cuore per molti, e per tutti i lettori a venire, questa guida di Parigi, senza tempo ma ben radicata nei luoghi, nelle stazioni, dell’Impressionismo, movimento pittorico di fine Ottocento.
Con una battuta pubblicitaria potremmo riassumere il libro in questione esclamando con l’autore, “Parigi, che impressione!”: con Luigi La Rosa attraversiamo Parigi rincorrendo le tracce, sassolini di Pollicino, disseminate per tutta la cosiddetta Ville Lumière in un’epoca in cui il suo prestigio, risorto dalle ceneri della rovinosa guerra franco-prussiana, si avvia a diventare indiscusso, come altrettanto certa si fa la capacità di Parigi di dare una patria, uno straccio di accoglienza, anche se in modo ruvido e affettuoso, sempre sommario e franco di cerimonie eppure salvifico, agli espatriati, a tutti i transfughi dal resto del mondo.
Il libro, A Parigi con gli impressionisti. Una città, il romanzo dei suoi artisti (Giulio Perrone editore, 134 pagine, 16 Euro), è il volume n. 94 della fortunata collana Passaggi di Dogana ideata da Mariacarmela Leto. Ne abbiamo già scritto in passato. Sono vere e proprie guide di città in cui chi scrive tallona un(‘)abitante di nome e importanza nella propria città, operazione da cui emerge un ritratto della città medesima tematico e poetico, a volte magico spesso visionario ma sempre fedele in cui la città di turno è investigata nel suo carattere autentico e nella sua vitalità storica. La città è una persona.
In questo libro, l’intreccio che si srotola consiste nell’incontro del suo autore con i luoghi e i pittori della Parigi tardo ottocentesca: Parigi, città delle rivoluzioni per antonomasia, possiamo dire, dopo il fallito esperimento del 1789, ripropone, all’appuntamento del secolo, condizioni e circostanze per un’altra rivoluzione. In apparenza solo una rivoluzione artistica, del segno pittorico, del colore e dei volumi, dei temi e dello sguardo – ebbene, questo libro, giustamente, in modi arditi, sottolinea una rivoluzione profonda, ben sotto la superficie, e con audacia critica (mormorerebbe Oscar Wilde, a questo punto): in effetti, la rivoluzione del punto di vista. Una ribellione sorridente al perbenismo ottocentesco, un’espressione emotiva franca, senza veli e senza ipocrisie, difficile da reggere: la caduta di ogni maschera, la sconfessione della borghesia dell’anima, che appunto costò cara proprio a Oscar Wilde, quando, dopo la condanna e la prigione, proprio a Parigi venne in totale anonimato a nascondersi, trovandovi l’unico rifugio possibile, l’unica oasi di libertà da invisibile nell’altrimenti moralistico (e asserragliato) Occidente.
La rivoluzione degli Impressionisti ha parlato a Luigi La Rosa mentre stava scrivendo il suo primo romanzo, non a caso centrato su Gustave Caillebotte, ricco e spregiudicato ideatore della “scuola” impressionista, il quale ebbe vita breve – tanto che l’autore lo definisce L’Uomo Senza Inverno, poiché il pittore (e canottiere e giovane appassionato e mondano) non invecchierà. Proprio qui sta il colpo da maestro dello scrittore: ancorché protagonista del romanzo e personaggio centrale di ogni azione in esso raccontato, Caillebotte è anche uomo dello schermo. Il dettaglio della vita breve del pittore è particolare che lo tocca da vicino, che lo punge sul vivo, poiché, come Caillebotte, il padre amatissimo dell’autore ha lasciato questa terra nel pieno della propria estate, e non è invecchiato.
Il vero intreccio di quel romanzo e di questa apparente guida per turisti culturali sta nel continuo rimando tra l’evoluzione della “scuola” impressionista, i suoi incagli e i suoi progressi, e le vicende personali dell’autore che dopotutto in essi si specchia – l’autore, dunque, e con lui “il turista”, non è un ozioso flâneur ma è un novello lit-farer (mi concedo un piccolo neologismo, via), un viaggiatore letterario in questo caso prestato all’arte, mirabile nel racconto delle vite, oltre che delle tele, dei pittori impressionisti – capace di girare il film delle loro avventure di perfetti descrittori della vita a Parigi, oltre le apparenze, nella decadente e occidua finestra temporale di fine secolo XIX; capace di montare suggestioni e immagini nella giusta sequenza per evocare un mondo e fartici camminare come fa il montatore nel cinema, vero alter ego del regista, dall’interno, nella costruzione del film.
Ovunque emerge la joie de vivre, una pazza euforia, una sfrenatezza che oscuramente si ribella in anticipo ad ogni fine prevista o inattesa (qui potremmo rifarci al recente discorso, arguto e ozioso, di Massimo Cacciari su fine come termine, e fine come scopo, proposito, e sulla comoda confusione tra i due, ma ci allontaneremmo troppo), con un senso della profezia che per esempio è ben indicato nel puntinismo emotivo, contagiosissimo, del sempre tribolato Vincent Van Gogh.
Questo è solo un esempio del ricchissimo itinerario tra tele e pittori che il libro mette in fila, mentre con sensibilità squisita registra ogni alterazione di temperatura, ogni cambio d’umore, le impennate emotive indicatrici della stoffa esistenziale di questi artisti, pronti a scontare sulla propria pelle una rivoluzione strisciante, che in loro si incarna, e l’aperta rivalsa di una età di cui proprio loro sono le cartine di tornasole più fedeli.
Il fatto significativo è il processo di mimesi dell’autore, la nostra guida!, con tutti loro.
Tale mimesi si può individuare in due aspetti stilistici del dettato: l’uso di–, quasi l’abbandono a–, un favolistico imperfetto narrativo in non pochi passaggi del racconto; e il frequente indulgere in un uso sognate dell’elisione, un modo dello stile che regge fino all’ultima pagina in cui troviamo: E poi v’era la musica. Suoni antichi, dopotutto: l’autore, con invidiabile autoironia, mette le mani avanti, e, molto presto nel libro, ammette che da sempre gli è stato dato dell’uomo novecentesco. Anzi a un certo punto Luigi La Rosa si chiede se gli sarebbe piaciuto vivere nella Parigi di fine XIX secolo. Sarebbe stato uno di loro, uno degli Impressionisti, o della folla di persone che vivevano attorno a loro, o un poeta nella stessa temperie creativa? Di certo, Luigi La Rosa, come i Romantici ci hanno suggerito, si è fatto loro contemporaneo con encomiabile sforzo di immedesimazione che è la filiale più autentica nell’esercizio agile dell’immaginazione. E degl’Impressionisti, Luigi La Rosa prende la virtù magistrale: dire la verità, dire tutto senza cosmesi, senza belletto, senza mai rinunciare all’eleganza.
Dopotutto nei libri che Luigi La Rosa ha scritto finora, dunque anche in questo, un’idea plastica, una figura geometrica, si fanno strada, e un asintoto ritorna.
Luigi La Rosa costruisce sempre due strade narrative: due rette parallele che, per miracolo, nella sua prosa s’incrociano e si incastrano, si intrecciano e si influenzano. Tra realtà e invenzione. Tra la sua passione e la sua persona. Tra i suoi miti e il suo cuore – il quale è anche sguardo e si fa racconto. Tra il presente reale e il desiderio inappagabile di dare realtà al passato rendendolo di nuovo presente (si affaccia Jacques Lacan, dunque).
Si è detto che questo libro in origine ha lo scopo di essere una guida. Dunque contiene indicazioni.
Chi lo legga, per esempio, può scoprire Chatou, luogo non distante da Parigi, dove trova la sua ambientazione ideale, e fedele al vero, uno dei quadri più noti e belli dell’Impressionismo: la Colazione dei canottieri di Pierre-Auguste Renoir, quadro del 1857, in cui forse Gustave Caillebotte è un modello per uno dei molti astanti al desco presso la proverbiale Maison Fournaise a cui poi si unisce anche lo scrittore, amico e sodale di questi protagonisti della scena mondana francese, Guy de Maupassant – dunque anche lui è lì per un istante, anche Luigi La Rosa condivide questo ristoro, spensierato e a suo modo sfrenato, della domenica.
Accanto al titolo, un particolare di “Ballo del Moulin del la Galette” di Pierre Auguste Renoir, 1876.
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