Roberto Cavallini
Alla Casa del Municipio Roma IV Ipazia d’Alessandria

Titani contemporanei

Una installazione di forte impatto visivo di Monica Pirone invita a riflettere sulla pervasività delle lotte di potere in tutti gli aspetti della nostra quotidianità

L’edificio che accoglie la Titanomachia di Monica Pirone, a Roma, è un manufatto architettonico del 1940, costruito per ordine del segretario del Partito Nazionale Fascista Farinacci; negli anni fu abbandonato e in tempi non remoti divenne anche sede del centro sociale “La Torre”; dopo numerosi interventi di restauro, a cura della Sovrintendenza di Roma Capitale, il luogo, che è stato dedicato alla filosofa, scienziata ed astronoma dell’antichità Ipazia di Alessandria, ospita dal 13 al 25 Maggio, nelle sue ampie sale, tra i portici dall’atmosfera vagamente metafisica, l’istallazione dell’artista Monica Pirone. L’opera, tra l’altro, fa parte di IPER Festival delle Periferie, Super Lieux – Super Luoghi.

La Titanomachia in questione è un’istallazione complessa dal forte impatto visivo che ne è pregio e limite al tempo stesso. La sorpresa, al primo sguardo, potrebbe accontentare il fruitore che tra bianchi e neri, tra l’ordine e il disordine potrebbe trarre piena soddisfazione estetica, fermarsi lì, privandosi di ciò che l’opera nasconde al suo interno: ovvero un percorso, anzi una serie di percorsi, una rete di rimandi, la cui ricerca e la cui individuazione ne costituiscono il senso complessivo.

Ma andiamo per ordine, partiamo dal titolo: Titanomachia. Nella lotta dei Titani, contro Zeus e gli déi olimpici per la conquista del cosmo, si collocano sia la figura di Crono che divora i propri figli nel timore di essere detronizzato, che la figura di Rea la quale opponendo alla logica del potere quella della cura, salva Zeus attraverso un gesto d’inganno e di sostituzione. In questa tensione tra distruzione e generazione, tra violenza e protezione, si iscrive il nucleo concettuale della mostra. La tavola, elemento centrale dell’istallazione, si configura come spazio ambivalente: luogo di condivisione e negoziazione, ma anche teatro di sopraffazione, sacrificio e perdita. Tutto ciò viene posto da Pirone in relazione all’epoca presente segnata da conflitti, da violenza e dai tentativi per la ridefinizione dell’equilibrio umano, sociale e politico.

«La Titanomachia, nelle parole stesse dell’artista, diventa allora metafora contemporanea della lotta per il controllo, dell’ossessione del dominio e del delirio di onnipotenza che attraversa il nostro presente. Un conflitto che rischia di compromettere non solo il futuro delle nuove generazioni, ma quello stesso del Pianeta. Di fronte a questo scenario, sentiamo la necessità di utilizzare il linguaggio dell’arte come spazio di riflessione e responsabilità collettiva. A noi spetta il compito di continuare a costruire possibilità di dialogo, incontro e pace, opponendo alla violenza la forza della cultura, della memoria e dell’immaginazione condivisa».

Alla domanda se il titolo avesse rappresentato il punto di partenza del processo creativo o se esso fosse venuto configurandosi durante i sei mesi della complessa gestazione e realizzazione del progetto, Pirone afferma: «Ogni mio progetto nasce da unidea precisa, da un nucleo concettuale attorno al quale sviluppo una riflessione più ampia, cercando la chiave espressiva capace di tradurre il pensiero in immagine, materia e linguaggio artistico. È un metodo di lavoro che accompagna da sempre la mia ricerca: allinterno di una rete tematica, di un concept ben definito, prendono forma le intuizioni che successivamente diventano opere. Nel corso del processo creativo accade spesso che il progetto si espanda, arricchendosi di nuove suggestioni, connessioni e possibilità interpretative. Tuttavia, la fase di elaborazione concettuale precede sempre quella realizzativa: dedico molto tempo alla costruzione dellidea, alla ricerca della tecnica e del linguaggio più adatti a dare forma concreta al lavoro. Per me ogni opera nasce quindi da una lunga sedimentazione del pensiero, in cui contenuto, estetica e scelta dei materiali devono trovare un equilibrio coerente e necessario».

Se al centro della narrazione si pone Crono che divora i suoi figli e le due tavole imbandite una con i colori e le sfumature del bianco e l’altra nera con tutte le sue possibili declinazioni cromatiche cosa rappresentano? «Le due tavole rappresentano ciò che siamo oggi — e forse ciò che siamo sempre stati — sospesi tra evoluzione e involuzione del genere umano, dentro quei continui corsi e ricorsi storici che attraversano la nostra esistenza collettiva. Sono due immagini speculari e opposte, attraversate dalla tensione costante tra bene e male, pur senza voler definire né luno né laltro come categorie assolute. Entrambe raccontano la complessità dellessere umano, le sue contraddizioni, le sue fragilità, la sua continua oscillazione tra costruzione e distruzione. Nella tavola scura emerge, ai miei occhi, lincomprensibilità della violenza, della crudeltà e della disumanizzazione: un luogo simbolico, quasi distopico, incapace di accogliere il dialogo, che lascia dietro di sé cenere, dolore e veleno. Ma anche nella tavola bianca si manifesta una difficoltà: quella di costruire realmente uno spazio di ascolto, conciliazione, ragionevolezza ed empatia. La possibilità del dialogo appare fragile, complessa, continuamente minacciata. Lopera si muove proprio dentro questa ambiguità, interrogando il concetto stesso di bene e male senza offrirne una lettura semplificata. Nulla può essere dato per definitivo o scontato: le fragilità umane si rivelano attraverso fili sottilissimi e intricati che attraversano entrambe le tavole, mettendo in relazione luce e oscurità, speranza e conflitto, coscienza e perdita».

L’istallazione non si esaurisce nella giustapposizione/contrapposizione delle due tavole. Esse dialogano con altre opere collocate nell’ampia sala, alcune delle quali facevano parte dell’archivio quasi a voler riproporre un dialogo tra il presente e una sorta di sedimentazione esistenziale, mentre altre sculture, pop-up, etc. sono state realizzate per l’occasione.

«Ad eccezione di un paio di opere appartenenti a serie precedenti (La Bacheca Bianca, del 2023, esposta al Grand Egyptian Museum e al Il Cairo nel 2024, e l’opera Pop-Up Morbido del 2025, presentata nello stesso contesto insieme a circa 119 opere rappresentative della presenza italiana) tutti gli altri lavori sono stati concepiti come opere site-specific, create appositamente per dialogare con l’installazione e con lo spazio espositivo. Alcune opere sono letteralmente disseminate sulle tavole, integrate nella struttura installativa fino a diventarne parte organica, in una continuità visiva e concettuale che rafforza l’intera narrazione della mostra. Questa serie riprende e trasforma alcuni linguaggi che appartengono da tempo alla mia ricerca artistica. Torna infatti la forma del pop up, che negli ultimi cinque anni è diventata uno degli elementi centrali del mio lavoro, ma che in questa esposizione evolve attraverso nuove sperimentazioni materiche e compositive. Le opere si arricchiscono di materiali differenti: foglia oro e argento, sete, chiffon, rami, carte velina, carte fotografiche e superfici combuste. La combustione della carta, già ampiamente utilizzata nella serie dei “Neri”, assume qui un valore ancora più simbolico, evocando fragilità, distruzione e trasformazione. Ritorna inoltre il tema della “Bacheca”, con Le stanze della mia vita in una nuova versione nera, più cupa e radicale. Un lavoro che restituisce una visione intensa e inquieta del presente, attraversata da paure collettive, tensioni globali e senso di smarrimento. Come scrive Giorgio de Finis nel suo testo curatoriale, queste opere rimandano a una vera e propria “macelleria planetaria”: un’immagine potente che sintetizza la brutalità del nostro tempo e la percezione di un mondo segnato da conflitti, violenza e disumanizzazione».


Le fotografie sono di Roberto Cavallini.

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