Giuliano Compagno
Su “Guida tascabile ai miracoli imperfetti”

Frammenti di memoria

Lorenzo Gioielli si nasconde dietro ai particolari della sua vita. E così la bella autobiografia di un attore - celebre anche se defilato - diventa quella di tutti

Se un’autobiografia fosse la ricostruzione dell’esistenza di chi la racconta, il lettore si limiterebbe ad attestare la falsificazione di un’opera che finirebbe seppellita in un comodino. Invece, nel caso di Lorenzo Gioielli e della sua Guida tascabile ai miracoli imperfetti (Ed. Kalós,352 pagine, 19 Euro), mi è toccato in sorte di leggere un romanzo che, senza alcun ripensamento, riusciva a separare il narrato dal narrante. Ho pensato che tale distacco rappresentasse la chiave di volta di un’autobiografia sofferta e autentica al termine della quale l’autore si sarebbe reso conto di aver colto il senso della sua stessa vita.

Questa originale impresa mi ha riportato alla memoria un romanzo di Romain Gary, La vie deviant soi, grazie al quale lo scrittore aveva affrontato un’esperienza di sdoppiamento. In realtà egli si chiamava Roman Kacew, di famiglia ebraico-lituana, ed era entrato clandestinamente in Francia dove aveva studiato giurisprudenza prima di aderire all’appello di Charles De Gaulle e di condurre 25 missioni aeree che gli sarebbero valse medaglie, onorificenze e la cittadinanza francese. Ma dopo il suicidio, avvenuto nel 1980, si venne a sapere che Gary aveva pubblicato quattro romanzi con il nome falso di Émile Ajar, e uno dei quattro, La vie devant soi, aveva addirittura vinto il Goncourt, ritirato dall’amico e complice Paul Pavlovitch, che per anni aveva recitato il ruolo di Ajar. Ora, poco importa che Gary il Goncourt lo avesse già vinto nel 1956 (e che il Prix non fosse replicabile), quelle che sorprendono sono la segreta separazione delle due identità e, per l’autore, l’affermarsi di una prodigiosa duplicità letteraria.

Sebbene Lorenzo Gioielli abbia mantenuto nome e cognome, a un lettore attento non sarà sfuggita la sua intenzione di narrarsi disperdendo in ogni possibile direzione la sua esperienza vissuta. Perché lo ha fatto? Eppure il curriculum gli avrebbe consentito di autoincensarsi con il garbo che gli appartiene: dall’acclamata messinscena di Paura d’amare del drammaturgo americano Terrence McNally all’inappuntabile regia di uno sfolgorante Jannacci e dintorni con Simone Colombari e Max Paiella, si susseguono 15 lavori teatrali; da Demoni di Lamberto Bava a La vita da grandi di Greta Scarano, si contano 23 prove d’attore, di cui una decina dirette da Sorrentino, Giordana, Moretti, Bellocchio, Virzì e Placido; a tutto questo si aggiungano le sue partecipazioni alle più importanti serie televisive italiane degli ultimi anni. Insomma, parecchio ci sarebbe stato da scrivere su sé stesso, anche senza vanterie esplicite, magari con quella tipica finzione di chi prova a tirarsela senza darlo a vedere… Nonostante l’italico flusso intellettuale e artistico ormai esondi di falsi modesti se non quando di vanesii da ricovero, Gioielli non appartiene a quella numerosa famiglia e grazie al suo naturale discernimento ha preferito raccontarsi con stile.

E tra l’altro non aveva bisogno di presentazioni, come usano le persone serie con cui dialoghiamo senza che il loro parlare ci pesi, e ci sentiamo liberi di ascoltare un aneddoto, di cogliere un soffio di altrui memoria, di ringraziare per il dono di un libro che promettiamo di leggere con interesse. E lo facciamo davvero, perché non intendiamo tradire la parola con chi ci ha appena donato pagine tanto difese, custodite, vere.

Insomma, da un mercato editoriale che lancia volumetti in cui trionfa l’ansia narcisistica di donare la propria come un’esistenza esemplare (esempio di inconsistenza), Gioielli si è smarcato con naturale abilità e ha preso a seguire un sentiero meno battuto, diretto verso un’autobiografia priva di un protagonista scontato.

Al suo posto prendono voce quelle storie che in teoria sembravano fragili ma in pratica erano assai potenti, come quella di Raffaele Sanna, che leggeva Leopardi e non studiava mai e prende Sufficiente agli esami di terza media. Tempo dopo Lorenzo lo incontra, per lui sono gli anni del liceo, invece per Raffaele sono le ore di lavoro per i vigili del fuoco o presso un ristorante. Trascorre qualche mese e il suo compagno di scuola realizza un vecchio desiderio, di comprare una Kawasaki 750 usata. Come da protocollo, Raffaele si concede il primo giro, poi affida la guida al Roscio e lui monta dietro. Lungo la curva di Viale Foschi la moto si inchioda improvvisamente e Raffaele, che scriveva benissimo, si schianta contro il muro di cinta del San Camillo. E muore. Lorenzo gli rende omaggio al funerale ma non è il solo congedo che l’amico meriti, e così tornerà nella sua vecchia scuola per leggere il tema d’esame di Raffaele. Lo troverà, archiviato e datato, con un bel 9 in rosso. Egli aveva deciso di raccontare di suo padre, del faticoso lavoro di camionista e del suo incidente mortale. E la frase di chiusura, non proprio da ragazzino: “Che ci facciamo, tutti, qui?”

La medesima questione accompagnerà Gioielli attraverso parecchi momenti della vita, a rivelare non già un personale disagio bensì l’incertezza che i tempi e i luoghi di ogni esperienza vissuta coincidessero con la sua indole e con le sue attese più sincere.

“Che ci faccio io qui?”. Che ci faccio a dare il mio addio a un amico tanto caro?; e a fare a botte con Eros, coatto e pugile più grande e più grosso, e chiuderla in parità contro ogni pronostico e con le congratulazioni der Riccio, che non temeva nessuno?; e a non reagire alle provocazioni di Peppe, uno del Trullo che girava con una catena e quella sera mi disse bene perché da un bar adiacente era uscito il temutissimo Carletto Rodìo…?

Che ci facevi lì, Lorenzo? Improbabile che volessi fintamente esiliarti dal Portuense, ti bastava emanciparti da un destino segnato, circoscrivere un tuo spazio da dove concederti una scelta e infine confidare nel sostegno dei tuoi genitori, che di te si fidavano. Sarebbe valso ogni gesto, tranne il rinnegare le tue origini, quel mondo piccolo borghese che ti inorgogliva e che i tuoi genitori impersonavano con fierezza. Già, loro due: Salvatore, faticava assai, la sua sveglia trillava alle due del mattino, destinazione mercati generali; Angelina era una donna di cultura che amava pensare con un libro tra le mani. In una buia notte, travolta dalle metastasi, ella viene a mancare e Lorenzo sente con tutto il cuore che una madre non muore mai. Lo scrive tra le righe di una pagina, la 193, che mi commuove per come testimonia la filiale memoria per una madre che ancora gli vive accanto.

“Era sopravvissuta a mio padre per sei anni. Salvatore, la notte prima di morire, le aveva parlato a lungo di come l’avesse amata, di quanto le era grato, ma Angelina non ricordava le parole esatte. Era in dormiveglia, stanca per l’inesausto accudimento che aveva praticato in tanti mesi di malattia di suo marito…  E ricordo bene di quando ero piccolo e mi mettevo tra le sue braccia, aspirando il suo odore, avvolto in quel corpo sformato dalle grandi quantità di dolciumi che mangiava, e mi sentivo meglio. «Vuoi venire un po’ in braccio?». Dovevo ancora accompagnare mia figlia a scuola. Mi guardava annuendo, poi sorrideva alzando le spalle, come aveva fatto quando mio padre si scusò per non averle consentito di frequentare l’università. Significava che andava bene così. Che tanto, ormai…”

Scegliendo di frequentare la “Bottega” fiorentina di Vittorio Gassman, Lorenzo Gioielli aveva rinunciato a una brillante carriera in polizia. Era stata Angelina a supportarlo in quella scelta tanto difficile, benché il figlio non credesse più di tanto alle sirene del cinematografo e del teatro. Eppure quell’esperienza si rivela emozionante, soprattutto quando il mattatore decide di portare il suo allievo con sé sul palcoscenico de “La Pergola”, poi a Parigi e infine al “Princesse Grace” di Montecarlo con L’uomo dal fiore in bocca. Di quel maestro impossibile resta una memoria serena, benché il suo magistero si sarebbe concluso con una promessa tradita che l’allievo comprese e perdonò.

Quel piccolo fatto non aveva molta importanza poiché di più era contata l’esperienza estetica di quel percorso, senza tacere di alcuni incontri indimenticabili, come avvenne con Marcello Mastroianni. Era il 1995, quella sera Gioielli avrebbe recitato in Colpo di sole, per la regia di Ennio Coltorti, al teatro Goldoni di Venezia accanto a Valeria Valeri. Mastroianni era venuto a salutare la sua carissima amica. Era malato, camminava con molto affanno, eppure si mostrava ancora in tutta la sua calorosa gentilezza, che dedicò al fascino di Claudia, la moglie di Lorenzo. Poco gli importava che sul suo volto non albergasse più quel celebre sorriso accennato da attore bellissimo che, dieci anni prima, stava lavorando insieme a Jack Lemmon in Maccheroni di Ettore Scola.

“Io sono stato fortunato, o abile, o incosciente: l’ho compreso subito che Claudia mi avrebbe cambiato per sempre e, allo stesso tempo, non mi avrebbe mutato affatto. Che sedurla sarebbe stato facile ma conquistarla impossibile. La sua felicità, a tutt’oggi, è l’unico avvenimento che mi rasserena.”

Garcìa Márquez aveva argutamente puntualizzato che la vita è quella che si ricorda per raccontarla. Forse non è soltanto così, forse sono i luoghi dei nostri pensieri a narrare per noi, e con essi le frasi che ascoltiamo e non se ne vanno più via. Forse ci ricordiamo degli attimi amorosi, quando una voce di donna prendeva il posto dell’intero mondo. E di sicuro non siamo mai stati noi a scrivere la nostra vita ma coloro che ci hanno vissuto e ci hanno regalato una penna sebbene non sapessimo da dove incominciare, e ci sono tornati in mente un bacio, una bella dormita, piangere a dirotto, urlare di felicità, spegnere la luce, bere un goccio di vino, aspettare chissà cosa ed esserci ancora, la mattina dopo.


La fotografia accanto al titolo è di Giuseppe Grattacaso.

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