Dal diario di un fisioterapista/2
La signora e il terapista
Una signora e un signore "stanchi": continuano le storie di problematiche fisiche che si risolvono nel rapporto tra paziente e terapista
Un raggio di sole filtra silenzioso dai balconi accostati e illumina le fotografie di famiglia sopra il comodino. Osservo il pulviscolo e la polvere sulle cornici. Nelle foto i visi felici di vacanze passate. Le pose festose dei miei figli ancora piccoli stridono con il silenzio di questa casa vuota e abbandonata. Mio marito passa le giornate in osteria con gli amici o a pescare da solo in riva. Rincasa la sera, con la faccia scura trascinando borse della spesa piene di cibo precotto. Ormai neanche mi chiede più come sto. Dopo la caduta sembrava quasi dolce e apprensivo nei miei confronti, ma passati ormai 20 giorni dal mio rientro dall’ospedale sembra essersi dimenticato di me. Si vede che, passato lo spavento iniziale, si è già abituato a consumare pasti frugali. Il disordine sembra ormai aver preso possesso della casa. Questi pensieri si sommano al dolore che provo alla caviglia, gonfia e pulsante. Sono scivolata sull’ultimo scalino del ponte sotto casa cercando di tirarmi dietro un carretto troppo carico di spese. Maledetta per me la leggerezza che mi ha relegato in questo stato di impotenza. L’ortopedico mi ha ripetuto più volte di non caricare assolutamente il peso sul piede rotto, mi ricordo bene il suo viso apprensivo e nervoso, gli occhi spalancati per farsi ascoltare meglio. Non ce la faccio a zampettare con due stampelle, ho paura di cadere e mi fanno male le mani da quanto stringo le grucce. Di usare il deambulatore come gli anziani non se ne parla. “Ma signora! Alla sua età è davvero indicato!” Io non sono vecchia, non voglio essere compatita. Credevo con ingenua arroganza di riprendermi in un baleno.
Ora che nessuno mi visita e che sono qui da sola non ho più riferimenti. Proprio io che sono sempre stata disponibile con tutti, sono stata abbandonata. Provo un profondo rancore verso me stessa per la mia inutilità, e verso mio marito che ignora i miei bisogni. L’altro giorno gli ho chiesto se poteva cambiare le lenzuola ma mi ha risposto, senza neanche guardarmi, di chiamare una donna di servizio come fanno le mie amiche. Mi sono sentita offesa e inerme, non è mai mancato nulla in casa nostra, certo grazie al suo lavoro, ma soprattutto grazie alla mia dedizione all’ordine e alla pulizia. L’altro giorno poi, si è spazientito perché non trovava un giubbotto che non usava da anni. Se l’è presa con me perché ho sempre riordinato e sistemato io anche i suoi vestiti. Invece di essere riconoscente per tutti gli anni di lavoro ora mi incolpa come se la sua negligenza dipendesse da me. Capisco la sua frustrazione ma sono io quella stesa a letto con la gamba rotta. Dopo 46 anni di matrimonio pare si sia dimenticato che il mio impegno garantiva una casa pulita e accogliente. Mi ha sempre dato fastidio questa supponenza, ma prima la accettavo perché mi andava bene pulire e sistemare in continuazione. Solo così mi sentivo realizzata. D’altronde mia mamma mi ha addestrata per anni a prendermi cura dei fratelli minori, poi della nonna malata, infine dell’appartamento, delle spese e dell’accudimento dei figli. Ora sono diventata una vecchia scopa logora da gettare.
La cucina è sudicia, il bagno è sporco e pieno di calcare, la polvere balla sopra ogni mobile e perfino l’aria è diventata stagnante e puzzolente. Non oso neanche entrare nella camera di mio figlio, occupata da mio marito. Una volta dormivamo insieme ma poi, dopo essermi lamentata del suo russare, lui ha pensato bene di lasciarmi la nostra camera per spostarsi nella stanza accanto. Sento ancora il suo russare attutito dalla parete che ci separa, conto i secondi delle sue apnee. Le notti insonni si ripetono, nessuno apre i balconi e alle volte quando il dolore mi risveglia non riesco più a capire se è notte o giorno. Forse sto impazzendo. Mi ritrovo a piangere senza motivo, con il cuore che mi si stringe come se volesse sparire. I pannoloni mi prudono e mi disgustano, non pensavo che perdere la propria intimità fosse così umiliante. I miei figli vivono fuori Venezia, il più piccolo viene a trovarci nel weekend per qualche ora. Il grande mi ha chiamato si e no tre volte da quando sono tornata a casa con una placca avvitata nel malleolo frantumato. Ma non esistono placche o viti che tengano insieme il mio cuore crepato e raggrinzito. Mi sento una stupida per aver accettato questa vita, che ora mi sembra un tetro film muto in bianco e nero. Dov’è finita la gioia, i miei capelli ricci e le gambe lunghe? Dove sono volate le dolci parole sussurrate all’orecchio, le notti di coccole nel talamo nuziale, le risate dei bambini e la musica nelle serate di festa con gli amici? Non so neanche più se siano mai esistite. Tutto è sbiadito come il torpore al risveglio da un sogno lontano, che sfugge alla memoria e perde ogni colore.
Stanotte ho fatto un sogno strano. Camminavo in montagna nei luoghi dove tanti anni fa andavamo tutti insieme per le vacanze. Il bosco era luminoso e profumato. Dopo un po’ di passi ho sentito stringermi la mano, girandomi ho visto un ragazzo moro e bello, sorridermi dolcemente. Non lo conoscevo ma allo stesso tempo lo aspettavo da una vita. Mi parlava ma non capivo cosa dicesse, sentivo il ritmo delle sillabe e vedevo solo le sue labbra carnose. Lentamente mi accorgo che mi ha lasciato la mano e mi precede. Vedo la sua silhouette giovane davanti a me, si gira e lo guardo dal basso all’alto, forti gambe muscolose, torace aperto, braccia nerborute e viso angelico. I suoi occhi mi chiamano e io inizio a correre. Dopo secondi infiniti mi accorgo che non riesco ad avvicinarmi allora mi affanno per essere più svelta ma inciampo e cado. Cado nel buio, il bosco sparisce intorno e dietro di me come risucchiato. Anche la luce viene inghiottita e sento di cadere nel vuoto, il cuore mi esplode e strozzo un urlo nella gola. Mi sveglio prima di toccare il suolo. Mi guardo in giro e rimango attonita, il corpo è tutto un caldo fremito, mani piedi e viso informicolati. Sento un turgore al basso ventre. Rimango inebetita a letto e continuo a rivedere quel sorriso e quelle labbra. Perché mi aveva lasciato indietro anche lui?
Domani arriverà un fisioterapista mandato dall’Ulss, già muoio dalla vergogna pensando allo sporco in casa, e alle mie condizioni. Capelli arruffati con la ricrescita, gambe screpolate e unghie adunche, il pannolone poi. Dopo il momento di panico son passata ad una distaccata apatia. Ormai sono arida, non mi interessa più nulla, sia quel che sia.
Vista dal terapista
Guizzo tra le calli di Sant’Isepo, quella zona del Sestriere di Castello ancora abitata da indigeni in lotta contro il richiamo dei soldi facili da affitti turistici. Panni variopinti stesi tra le case, profumo di fritto e “tocio de cape e gamberi”. Il sole è talmente grande e caldo che sembra rallenti il tempo col suo peso, sgretolando i masegni. Le cicale dei Giardini si sentono fin qui e sembra che festeggino col loro frinire il caldo record di quest’estate. Arrivo all’indirizzo e suono ad un bel campanello d’ottone. Aprono dopo poco ed entro in un piccolo androne buio e puzzolente come tanti a Venezia, il classico odore di chiuso e di muffa nascosta dalle perline di legno. Salgo una rampa di scale ripide e trovo un uomo alto e smunto ad aspettarmi. Proferendo si e no tre parole con un velo di voce mi accompagna verso una camera che mi indica col dito, dando segno di non voler entrare con me.
Entro nella camera e vedo una signora che aspetta seduta sul letto, mi sorride pur non mollando la presa stretta sul copriletto. Parla in fretta e continua a scusarsi per le condizioni della casa, della camera, dei suoi capelli e di come è “conciata”. A me procura più noia la luce accesa con gli scuri chiusi e l’odore soffocante di profumo da ambienti misto a urina. L’aria è pesante e ferma, c’è solo un piccolo deumidificatore che ronza nervosamente.
Dopo i convenevoli di rito chiedo alla signora se possiamo aprire i balconi e la finestra in modo da spegnere la luce e far entrare un po’ d’aria. La signora mi guarda diffidente, poi quasi offesa mi autorizza mormorando che l’avrebbe fatto lei in persona se solo non avesse la caviglia rotta, maledicendo a denti stretti suo marito. Dopo questa “invasione di territorio” la signora allenta la tensione delle sopracciglia, e inizia a raccontarmi della caduta, passando poi alla sua condizione di povera donna tradita e abbandonata, anche dai figli. Pare abbia vissuto una vita da giovane moglie, dovendo lasciare il lavoro perché “a quell’epoca si usava così, mio marito non voleva certo sentirsi da meno”. Un bel mix di gelosia squisitamente patriarcale e deferenza verso il sistema socio-economico imperante. Dopo le gioie e i dolori, con i figli ormai grandi e gli anziani che “i me spèta a San Michele” si è trovata nel vuoto delle lunghe ore che giornata dopo giornata si ripetono, impolverandosi e inaridendosi sempre più. Pochissime amiche anche loro acciaccate, quasi nessuna attività fisica, zero relazioni sociali, se non qualche battuta sul clima che cambia o sulla boutade del politico del momento con qualche comare in negozio, o con qualche giovane commesso che, per rispetto verso il cliente fidelizzato, si sorbisce le chiacchiere della povera vecchia sola. In effetti se si usa dire “chiacchiere da bar”, si dovrebbe anche coniare le “chiacchiere da parrucchiera” o “chiacchiere da banco gastronomia”. Perso in questi vaneggi ritorno in me e controllo la gamba della signora chiedendole attenzione e partecipazione. Subito lei scatta come una molla docile e ubbidiente, forse fin troppo solerte. Le mostro delle manovre e le spiego il probabile andamento e lei pende dalle mie labbra, non solo, spesso guarda la mia bocca invece dei miei occhi, continuando ad annuire meccanicamente ad ogni frase. Cerco di farla alzare e camminare con una stampella, non ne vuol proprio sapere di provare con il deambulatore nonostante le mie parole. Ora che è in piedi vedo la paura nei suoi occhi, adesso fatica a mantenere quella simulata sicurezza. La prendo sotto braccio e rallento la frequenza dei suoi passi. Rallento anche il ritmo del mio parlare e abbasso la voce, come per costringerla a concentrarsi per seguirmi. Ogni volta che fa un passo troppo corto, subito si stizzisce e impreca contro se stessa “vara che stupida sta gamba ciò!”. Io la conduco, come in un valzer muto e sincopato, nella penombra di un lungo corridoio addormentato. Dopo le prime sedute ora è palese il miglioramento, non solo trovo la casa luminosa e accogliente (magici poteri di donna!) ma la signora stessa sembra appena uscita da un autolavaggio. Mi sorride raggiante dicendomi come prima cosa che finalmente era riuscita a fare la doccia. Avevo dovuto insistere un po’ raccomandandomi di farla seduta sopra un piccolo sgabello di plastica, rassicurandola mille volte sul fatto che ormai la ferita era chiusa e che poteva benissimo lavarsi. Il marito, prima evanescente, ora spesso viene a sbirciare cosa facciamo in salotto o sulle scale. Rimane sbigottito quando dico: “Maria Pia, andiamo fuori dai, così vediamo come te la cavi fino al panificio.” Questa mia proposta suscita panico e allo stesso tempo meraviglia negli occhi della signora, che guizzano e si accendono. Vedo il marito bloccato come se non capisse se dovesse accompagnarci o meno. Prontamente dico rivolto a entrambi: “la prossima volta, magari domani, uscite voi due assieme! Io non verrò ancora tante altre volte, anzi! Ormai sei già autonoma!”. Devo ammettere che in quel momento il marito mi stupisce, ergendosi sicuro, alzando il capo e gonfiando il petto esclama: “ciò, doman te porto mi in pasticceria a tor do paste e il caffè!”. La signora è quasi commossa ma cerca di dissimulare. Alla fine del trattamento mi confida che è rimasta molto stupita e contenta dell’iniziativa del marito. Ha addirittura deciso di invitare figli e nipoti a pranzo, domenica. Ora non fa altro che raccontarmi delle cose che cucinerà e ordina al marito di andare qua e là a comprare questo o quello. La situazione si è ribaltata, o forse, finalmente tornando alla normalità gode ancora di questo ritrovato slancio. L’estate sta finendo, regalando giornate ventilate e meravigliose. L’urlo dei gabbiani in lontananza e il blu che emana salsedine si mischiano al profumo della ghiaia al sole e dei cipressi dei Giardini. Me ne torno in sede soddisfatto, colmo di tenerezza per questa ritrovata coppia di anziani con il cuore di fanciulli.
Il disegno accanto al titolo è di Giulia Cavallini.