Diario di una spettatrice
La mamma e il caso
L'attrice e regista norvegese Janicke Askevold racconta una storia di maternità che passa attraverso la gestione della banca del seme. Un film da vedere!
È il caso a decidere la vita, come nei film di Woody Allen. Ma siamo noi a scegliere quale strada prendere ad ogni svolta. Mi sembra questo il messaggio profondo contenuto nel bel film dell’attrice e regista norvegese Janicke Askevold Noi due sconosciuti (titolo originale “Solomamma” in italiano), presentato in anteprima lo scorso agosto al Locarno Film Festival e premiato dalla Giuria Ecumenica (composta da giurati cattolici e protestanti) per le importanti questioni etiche che affronta. Il film è nelle sale italiane in occasione della tradizionale festa della mamma. Un caso?
Oslo, ai nostri giorni. Edith fa la giornalista e desidera un figlio, ha 39 anni, non ha un compagno, si dice adesso o mai più, si rivolge a una banca del seme, in Norvegia si può fare. Nasce Sigurd e qui inizia la storia, nel film ha quattro anni ed è biondissimo, bellissimo, intelligente, sensibile. Edith ha un’amica single che si chiama Trine, come lei si è rivolta alla stessa banca e ha scelto lo stesso donatore, è nata una figlia biondissima e bellissima, il caso benigno ha trasformato le amiche in “sorelle di provetta”, i loro figli sono fratelli perché hanno lo stesso padre sconosciuto.
Per caso Trine trova il file che contiene l’intervista registrata a suo tempo col donatore. Lo gira all’amica inizialmente riluttante, non vuole sapere, è solo un donatore come tanti, ma poi si incuriosisce, chi sarà, com’è fatto, dove vive, ha forse problemi genetici che Sigurd potrebbe ereditare, si chiede Edith. Ed è per caso che Trine identifica chi c’è dietro la sigla, si chiama Niels Krohn, è un programmatore di videogiochi finito sui giornali per il successo clamoroso di un game che ha creato dipendenza a migliaia di ragazzini, è sposato e ha due figli (non suoi, della moglie), vive tra i boschi a un passo da Oslo.
La macchina inesorabile del caso ormai si è messa in moto, lei vuole agganciarlo, vuole conoscere il padre di suo figlio. Lo fa nel modo più scontato per una giornalista: inventa un’intervista sui programmatori di videogame da pubblicare sulla sua rivista. I contatti iniziali sono dominati dall’imbarazzo: lui sospettoso (ci sono programmatori più famosi di me), lei attenta a non rivelare le vere ragioni che stanno all’origine di tanta curiosità. Ma i due si piacciono fin dal primo sguardo e arriva inevitabilmente il momento in cui l’attrazione reciproca è più forte di qualsiasi bugia. Sarà per caso che Niels scoprirà, la mattina dopo, la vera ragione che gli ha fatto incontrare Edith. Altro non dico se non sottolineare che i due protagonisti, Lisa Loven Kongsli ed Herbert Nordrum, sono bravissimi.
“Perché l’hai fatto?” gli chiede lei.
“Non lo so. Vivevo un periodo difficile dopo le polemiche sul videogioco, ero a un convegno in Danimarca e ho visto la pubblicità di una banca del seme. È stata una scelta impulsiva”.
All’origine di questa storia c’è dunque un gesto non previsto che fa di Niels un padre a sua insaputa. Quel gesto fatto impulsivamente in un bagno diventa tutto il mondo di Edith. E certo lo spettatore italiano sarà indotto da questo film a qualche riflessione e a farsi qualche domanda che lo spettatore norvegese non si pone visto che la risposta se l’è data da un pezzo, da quando le leggi di quel paese consentono alle donne sole di accedere alla procreazione assistita.
Ringrazio Michele Anselmi per aver pubblicato le note con cui la regista spiega la genesi della pellicola: “L’idea è nata dalla storia vera di un’amica: con le poche informazioni fornite dalla banca del seme, è riuscita a identificare il donatore e lo ha contattato. Si sono incontrati, hanno avuto una breve relazione e quello spazio intimo, eticamente complesso, tra biologia e famiglia, mi è sembrato il punto di partenza ideale per un film”.
Un film da vedere, soprattutto in questa Italia, soprattutto adesso.