Diario di una spettatrice
La lettera di Erdoğan
Il regista tedesco di origine turca İlker Çatak racconta il peso insostenibile della corruzione e dell'arbitrio nel paese di Erdoğan. In un inferno nel quale pochi resistono
Nella notte di Ankara l’attrice Derya Tufan riceve la standing ovation del pubblico al termine del nuovo dramma scritto da suo marito Aziz che debutta al Teatro di Stato. In prima fila ad applaudirla c’è il potente prefetto della capitale, entrato col suo seguito a spettacolo iniziato e il cui cellulare ha suonato tre volte nel corso della recita. Perciò Derya non accetterà la sua richiesta di una foto insieme e questo semplice, insignificante incidente sarà la causa, o piuttosto il pretesto, che darà origine a tutto.
Inizia così Yellow Letters (“Lettere gialle”), quinta pellicola del regista e sceneggiatore tedesco di origine turca İlker Çatak, che ha conquistato l’Orso d’oro alla Berlinale lo scorso febbraio. A differenza del suo film precedente La sala professori (aveva rappresentato la Germania nella corsa agli Oscar 2024), Yellow Letters porta potentemente sul grande schermo il suo paese d’origine, raccontando l’arbitrio nella Turchia di Erdoğan, uno stato totalitario in cui anche gli artisti più affermati devono fare i conti con la bizzarria di un potere che, con la complicità di una rete di oscuri delatori, di punto in bianco può cancellare anni di lavoro, una cattedra universitaria, il contratto stipulato con un teatro. Lo strumento è un atto burocratico, una semplice lettera di carta gialla che è per il destinatario una condanna senza processo, un’accusa senza prove che lo mette in una lista di proscrizione e lo esclude dalla collettività di cui faceva parte fino al giorno prima.
Come può difendersi un imputato che non ha commesso ciò di cui è accusato da un potere lontano e indecifrabile che si materializza solo attraverso atti burocratici? Questa è la domanda che pone il film e il regista risponde che si può solo attendere senza neanche sapere cosa, un’attesa che è peggio di una sentenza, aspettiamo, dice il drammaturgo Aziz… Godot.
Destinatari delle lettere gialle che tolgono ad entrambi il lavoro – Aziz viene sospeso dai corsi che teneva all’università, Derya vede revocato il contratto col Teatro di Stato – e messi all’indice anche dal proprietario dell’appartamento che non gradisce l’intrusione della polizia nel suo condominio, i due protagonisti (i bravissimi Özgü Namal e Tansu Biçer) decidono di lasciare Ankara e di tornare a Istanbul dove vivono il fratello di Derya e la madre di Aziz. Per cercare di sopravvivere, per trovare una nuova scuola alla figlia quattordicenne Ezgi. Il drammaturgo guiderà un taxi di notte, l’attrice si arrangerà finché una agente che fa il casting per le serie del canale televisivo turco più popolare la chiamerà per un ruolo da protagonista.
Il film è un potente atto d’accusa nei confronti del potere che colpisce indistintamente chiunque manifesti dissenso, di più, è il potere che cancella il diritto di pensare. La “normalità” che conosceva chi lo subisce va in frantumi e tra le macerie finisce anche un rapporto di coppia consolidato come quello che lega Derya e Aziz. Così, parallelamente alla vicenda pubblica dei due artisti, si riscrive la storia della loro relazione con una diversa presa di coscienza della donna e del suo ruolo. L’attrice accetta di “sporcarsi” in una serie tv con il sostegno della suocera e della figlia, il marito sceglie di continuare a combattere nella trincea di un piccolo teatro di Istanbul che mette in scena il suo nuovo spettacolo: Lettere gialle. Ma entrambi sanno che è sempre vero ciò che si dicevano nei giorni felici: la vera questione non è il problema, è la paura del problema.
Nell’ultima scena Aziz si appisola nel camper della produzione e guarda verso l’alto attraverso un oblò. Ci sono molte nuvole ma dietro le nuvole il cielo è sempre più blu. Sarà questo il “lieto fine” della storia?