Diario di una spettatrice
Gli uomini di Kabul
Con "No good men”, la regista afgana Shahrbanoo Sadat racconta un mondo dominato dagli uomini e dalla loro concezione violenta della società. Tutti, tranne uno...
Non ci sono uomini buoni, non in Afghanistan. Lo dicono tutte le donne che Naru intervista nella calca delle strade di Kabul. Ne è convinta anche Naru che vorrebbe divorziare dal marito violento e fedifrago ma teme che lui le porti via il piccolo Liam. Eppure, e lo scopriremo alla fine, tutto il film è costruito per smentire il titolo: almeno un uomo buono c’è, persino a Kabul.
No good men è il film afghano che quest’anno ha aperto la Berlinale. Lo firma la regista, iraniana di nascita, Shahrbanoo Sadat che in questa sua quarta pellicola recita anche il ruolo della protagonista, l’operatrice televisiva Naru. Ambientato nelle strade affollate e tra le macerie della caotica capitale dell’Afghanistan, la pellicola è costruita in gran parte montando le voci delle donne che raccontano ciò che subiscono da sempre per mano degli uomini che sposano giovanissime nei matrimoni combinati dalle famiglie. Il momento scelto da Sadat per raccontare le loro vite sono i mesi cruciali del 2021 che precedono il ritorno al potere dei talebani, quando Joe Biden decise di ritirare dal paese l’esercito americano che lo presidiava da vent’anni consentendo così l’insediamento del regime fondamentalista islamico che tutto avrebbe travolto, a cominciare dalle donne.
Un soggetto drammatico in un tempo drammatico, dunque, che tuttavia la regista decide di trattare quasi in forma di commedia, introducendo i classici ingredienti di una storia fin troppo romantica.
Naru è un’operatrice trentenne che lavora per l’emittente Kabul News, canale indipendente che mantiene una linea critica nei confronti del governo afghano. Non è bella come le sue amiche, ma il suo sorriso è radioso e negli occhi ha la passione di chi crede ancora di poter affermare la propria indipendenza nonostante la cultura dominante, nonostante sia afghana. Nel suo mestiere è bravissima, ma in quanto donna viene relegata nelle trasmissioni pomeridiane dedicate al pubblico femminile, non lavora nei notiziari e nei servizi in esterno come i suoi colleghi uomini. Succede che l’operatore destinato ad accompagnare in un’importante intervista il giornalista di punta della tv, il cinquantenne Qodrat, dia forfait. Naru si fa avanti ma l’intervista salta e Qodrat se la prende con lei, la manda per strada a intervistare i passanti sulla festa di San Valentino, convinto che nessuno risponderà a una donna con la telecamera. Invece Naru imbastisce un servizio pazzesco facendo parlare le donne sull’amore e sulla violenza che subiscono in famiglia, e finalmente in redazione tutti scoprono quanto è brava. A cominciare da Qodrat che ne rimane incantato.
Le voci delle donne di Kabul intrecciano confidenze nelle strade e negli studi televisivi. La sua amica bellissima che ha fatto fortuna all’estero e se ne frega di coprirsi i capelli le porta dall’America un regalo per sentirsi meno sola dopo la separazione dal marito: un vibratore. La scena è esilarante, le amiche si consultano sull’uso, sulle velocità, sulla ricarica delle batterie.
Ma nella città che si prepara al ritorno degli uomini armati con le lunghe barbe non è più il tempo delle complicità femminili. La violenza e l’arbitrio esplodono, la polizia ne è parte, il terrore dilaga, l’emittente viene attaccata perché troppo laica, muoiono sette dipendenti, l’unica cosa che conta è salvarsi prendendo un volo per fuggire altrove.
È facile intuire perché il giornalista Qodrat diventi l’unico uomo buono di Kabul: nelle scene finali l’amore per Naru lo porterà a fare una scelta identica a quella di Humphrey Bogart in Casablanca.
Girato per ragioni comprensibili in Germania e ispirato alla vicenda personale della stessa regista, No good men è interessante soprattutto per le interviste alle donne di Kabul, dove Sadat riesce a gestire la pellicola senza concedere nulla al melodramma, semplicemente mostrando la loro vita, i loro desideri, la rassegnazione mista all’insofferenza per i loro mariti. Interviste che ci ricordano tra le righe anche la responsabilità dell’Occidente nell’aver permesso che questa quotidianità semplice venisse travolta dalla violenza e dal caos della Storia. Quella Storia di cui sono sempre artefici unici gli uomini.