A proposito de "Le corrispondenze"
Parole nel tempo
La nuova raccolta poetica di Francesco Dalessandro attraversa i tempi e mette in relazione con i suoi versi il passato (anche quello classico) e il presente
Tutto corrisponde, con lapalissiana sapienza, nell’ultima raccolta di poesie di Francesco Dalessandro, Le corrispondenze (Passigli, 93 pagine, 12,50 Euro). Corrisponde la casualità “generativa” per cui, attraverso la lettura amicale di un saggio sull’esilio di Ovidio nel Ponto, Dalessandro entra in contatto con un autore che, come scrive nella prosa finale “Postilla e note”, «non era mai stato un “mio” poeta». Invece, per le suggestioni del saggio dell’amico, recupera il potenziale evocativo del doloroso esilio dell’autore di Tristia, che subisce l’inimicizia di Augusto, e gli affida le proprie pene inventando per esse una voce e un ritmo che sono il primo frutto di quel nuovo corrispondere.
E basta attraversare i luminosi componimenti della prima sezione, “Tomi” che hanno titolo “Verso il Ponto”, “Alla moglie”, “Alla figlia”, “La bellezza dormiente”, “Ultime dal Ponto”, “Ricognizioni” per squarciare l’arieggiata fabbrica del tempo e salire con vertiginosa pacatezza lungo la verticalità di un esserci che solo la poesia consente. Accade così che due momenti cronologicamente lontani, come quello di Ovidio e quello di Dalessandro, uniscono sulla pagina le loro potenzialità umane e poetiche e cantano all’unisono la pena di entrambi, realizzando quella rara circostanza in cui la somma di due voci in corrispondenza riesce a dare il silenzio perfetto per l’ascolto.
E che la dualità sia una delle condizioni del corrispondere lo conferma anche la suddivisione della raccolta i due sezioni. La prima “Tomi”, appunto, della quale abbiamo in parte già detto quanto all’esilio sofferto da Ovidio, e la seconda, “Velia”, dove Dalessandro corrisponde con l’esilio volontario dell’amico poeta, mancato nel 2004, Alessandro Ricci che aveva scelto di ritirarsi ad Acciaroli, in Cilento, prossimo ad Ascea (l’antica Velia romana e, prima ancora, l’Elea della scuola di Parmenide e Zenone), e poi a Brauna, un villaggio della ex DDR dove nel 2000 Ricci passò una parte molto creativa del suo mettersi alla prova con l’altrove del lontano da sé.
E ad attraversare l’intera sezione di “Velia” con l’innocenza percettiva di chi ancora non è arrivato alle note finali (forse è poco, per definirla ulteriore corrispondenza, e tuttavia) si percepisce, nel ritmo anarchicamente libero dei versi, quell’alterato ritmo del cuore, dovuto a fibrillazione atriale, da cui si dichiara affetto, nella “Postilla e note”, Dalessandro e che appartiene anche al novero delle patologie senili del sottoscritto. E sì, dovremmo tacere, per quanto particolare e non generalizzabile è la circostanza, di aver conosciuto a nostra volta Alessandro Ricci, oltre a conoscere e amare la sua poesia, ma non possiamo non testimoniare, e a questo non si rinuncia, la commovente capacità di Dalessandro, esecutore letterario dell’opera del Ricci, di parlare coi versi di “Velia” all’unisono con la voce poetica dell’amico scomparso, a ulteriore conferma che nell’amicizia prende forma una somiglianza profonda unica e molto altra da quella che può preesistere o darsi come divenire quanto ai modi di essere o alle forme della simpatia quotidiana.
Ma il rischio, a lasciarsi attrarre ed emozionare dall’intimo motore de Le corrispondenze, è di non riconoscere adeguata importanza a quel protagonista occulto che, in poesia, si nasconde con tutta la sua potenza nei dettagli in forma di versi capaci di fulminanti asserzioni, sia che l’endecasillabo – tanto apprezzato da Bertolucci già nella seconda opera di Dalessandro, L’osservatorio – mantenga il suo ampio respiro, sia che si rompa nella frana incontenibile del male destinato: “Sulle tue rive, mare, anche lo sbarco / di coloro che tornano è naufragio” (da “Esilio”), “Scrivo in questo presente e / questo transito / d’ore / cercando una visione / da lasciarvi che resti / a chi verrà” (da “Verso il Ponto”), “dove i morti sono / la solitudine dei vivi / e l’esilio, senza chi mi cinga / le spalle nude, / è lo spettro degli anni / avvenire […]” ( da “Alla moglie”), “quando per noi sognavo solitudini / ariose ruscellanti / soltanto del tuo riso / di fragile cristallo la sua scia,” (da “Alla figlia”).
Ma non bisogna cedere alla tentazione classificatoria che induce a credere di poter rendere l’idea del tutto assemblando brani in rappresentanza delle parti, e la sola cosa che si può dire – a conferma che chi legge una recensione e non ha letto l’opera recensita può fare solo un atto di fede – è che Le corrispondenze è un libro necessario per come riesce, nella sua brevitas, a dire tanto di qualcosa che può essere riletta senza limiti perché non ripeterà mai la stessa declinazione di senso. Questo per dire che un libro del genere non si può non avere, perché è importante, quale che sia la sensibilità percettiva del lettore, che sia a portata di mano, di occhi, di anima.
Concedendoci un’ulteriore citazione dalla poesia in corsivo “Ultima lettera d’amore”, che chiude la seconda sezione e la raccolta, facciamo corrispondere Le corrispondenze con l’oggetto d’amore a cui parla l’esule volontario affinché, attraverso la carnalità dei versi si possa dire qualcosa in più del piacere del testo riservato al lettore: “che subito riaccende la memoria / e rinnova le piccole ardenti / ammirazioni del suo corpo / per poco stato tuo e degli occhi / verdi pieni di doni, / un numero in crescita di / momenti incantevoli mai / provati… […] Cose che si dicono, pensi / ora – e lo scrivi – nella luce / del sole già alto restando, / tu e lui, senza più lei…”.
Appassionato traduttore dall’inglese (da William Shakespeare Ladro gentile, quarantadue sonetti scelti da Tomasi di Lampedusa, George Byron, Elizabeth Barrett Browning, Gerard Manley Hopkins, Wallace Stevens, Isaac Rosenberg, Kenneth Rexroth e John Keets, Fammi lezione musa), dallo spagnolo (David Pujante, Josè Maria Alvarez, Pere Gimferrer, Eloy Sanchez Rosillo) e dal latino (Giovenale, Orazio, Ligdamo e Sulpicia), la tessitura della voce di Dalessandro è arricchita ulteriormente dall’infiltrazione continua di quel benefico tradimento delle lingue nel quale è impossibile non incorrere quando ci si rivolge, con passione, a quei mondi in apparenza opachi che sono gli universi verbali altrui per corteggiarne le inedite possibilità; tutte insite nell’evidenza che, per i venuti al mondo, ogni lingua è straniera.
La fotografia accanto al titolo è di Sara Lepori.