Diario di una spettatrice
Famiglia Kore’eda
Dopo trentuno anni esce “Maborosi - I bagliori dell’anima” di Kore’eda Hirokazu. Un film che riassume tutti i grandi temi del regista giapponese: dal peso dei lutti all'importanza dei legami famigliari
Il film ha trentun anni, ma già in questa prima pellicola che fece conoscere alla Mostra di Venezia un esordiente regista giapponese, ci sono tutti gli ingredienti che fanno oggi di Kore’eda Hirokazu uno dei massimi protagonisti del cinema mondiale: l’atmosfera sospesa del racconto tra realismo documentario e finzione, una tecnica raffinata di ripresa fatta di piani sequenza e campi lunghi, il lutto e la perdita, i legami familiari e la colpa che sempre sottintendono e soprattutto loro, i veri protagonisti di tutti i suoi film: i bambini.
Maborosi – I bagliori dell’anima (titolo originale Maboroshi no hikari che significa letteralmente “luce del fantasma”), premiato a Venezia nel 1995 per la migliore fotografia e la migliore sceneggiatura, arriva nelle sale italiane in concomitanza con l’anteprima a Cannes della nuova e molto attesa pellicola del regista che affronta senza giri di parole il tema dell’intelligenza artificiale: in un futuro che è già presente, una coppia elabora il lutto della perdita del figlio adottando un robot umanoide. È facile prevedere che il film in concorso per la Palma d’oro Hako no naka no hitsuji, titolo internazionale Sheep in the box ovvero la pecora nella scatola, farà molto discutere.
Osaka, una famiglia come tante: i genitori, una ragazzina che si chiama Yumiko e una nonna amatissima che un giorno lascia la famiglia per incamminarsi da sola verso la sua casa d’origine dove intende morire. Yumiko non riesce a fermarla e la nonna scompare nella notte. Ritornerà nei suoi sogni con l’inevitabile senso di colpa. A salvare Yumiko è l’amore per Ikuo, il ragazzino vicino di casa che va in giro in bicicletta. Il passaggio tra questo antefatto e il presente del racconto in cui i due sono sposati e hanno appena avuto un figlio, avviene semplicemente pronunciando una parola: Yumiko adolescente sussurra il nome Ikuo mentre lo guarda da lontano, Yumiko donna lo ripete sdraiata sul futon accanto al marito. E in questo dettaglio si rivela tutta la poetica e la maestria narrativa di Kore’eda. Ma il destino ha deciso diversamente: tornando una sera dal lavoro, inspiegabilmente Ikuo si incammina al buio sulle rotaie e viene travolto da un treno. Un suicidio incomprensibile per tutti. La tragedia annichilisce Yumiko che cade in depressione. Un’amica di famiglia decide che l’unica salvezza è trovarle al più presto un altro marito e combina il matrimonio con Tamio, un vedovo che vive con la figlia in un lontano villaggio sulla costa nord del Giappone. In apparenza la vita della donna riprende felice nella routine rassicurante di una comunità in cui si conoscono tutti. Ma il ricordo doloroso del primo marito e del suo inspiegabile suicidio continuano a ossessionare Yumiko.
Si è spesso e inevitabilmente ricondotto il cinema di Kore’eda ai grandi registi del pantheon nipponico, da Ozu a Mizoguchi a Naruse. Nei giorni del festival di Cannes Kore’eda ha evocato i suoi riferimenti europei, riconoscendo l’influenza di Ken Loach e dei fratelli Dardenne. Certo in questo suo primo lungometraggio c’è l’eco per noi familiare dell’incomunicabilità di Antonioni e l’elaborazione del lutto di Kieślowski.
Ma soprattutto per i molti che hanno amato le storie di Kore’eda – da Father and son (Premio della Giuria a Cannes 2013) a Un affare di famiglia (Palma d’oro nel 2018) fino ai recenti Le buone stelle – Broker (2022) e L’innocenza (2023) – è emozionante poter cogliere in Maborosi gran parte dei capisaldi della sua poetica: la forza dei legami familiari, il lutto della perdita, la memoria del passato, l’infanzia come dimensione straordinaria e irripetibile della vita. Con il suo nuovo film che sta per debuttare al Palais des Festivals, Kore’eda accetta la sfida di mostrarci cosa sta per accadere a questi nostri fondamentali nell’era dell’intelligenza artificiale. E a noi non resta che seguirlo ancora una volta.