Testo a fronte/18
El petiso orejudo
«La carriera di Cayetano raggiunse il climax a 16 anni, quando srotolò tutto il rosario della sua violenza. Nel 1912, in un solo anno, compì sei crimini. Una perfino su un cavallo, uccidendolo con tre coltellate...»
Con questo racconto inedito di Nicola Bottiglieri prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.
Visitando la città di Ushuaia uno si imbatte di continuo in un murales che rappresenta il volto di Cayetano Santos Godino, el petiso orejudo (il piccoletto con le orecchie a sventola) nato a Buenos Aires il 31 ottobre 1896, penultimo di dieci figli di Fiore Godino e Lucia Ruffo, arrivati in Argentina dieci anni prima. La famiglia veniva da Rossano, Cosenza, portando grandi speranze e il dolore della morte del loro primo figlio di dieci mesi, sepolto nel cimitero del paese. Si stabilirono in un conventillo del quartiere San Cristóbal, popolato da immigrati, prostitute, suonatori di tango, cafishios e compadritos. Fiore accendeva i fari a gas delle strade, ma con l’illuminazione elettrica perdette il lavoro. La miseria degenerò in alcolismo. Cayetano subì le sfuriate del padre. In carcere gli furono contate ventisette cicatrici sulla testa. La sua carriera di serial killer iniziò a 8 anni, il 28 settembre 1904 quando prese Miguel di 21 mesi, il figlio del tabaccaio, di 21 mesi, lo portò nel vicino immondezzaio e lo picchiò a sangue. Non riuscì a finirlo perché passava un poliziotto, al quale disse di aver incontrato Miguel ferito e gli stava prestando soccorso. Il giorno dopo si recò dalla madre chiedendo una ricompensa per aver salvato il figlio dall’aggressione di uno sconosciuto. Il secondo crimine lo commise nel 1905 quando portò Anita Neri di 18 mesi in un prato dove la colpì con una pietra. Anche questa volta si trovò a passare un poliziotto, al quale disse di aver incontrato la bambina sanguinante. Quando gli chiese cosa tenesse nella mano, rispose che stava osservando la pietra con la quale era stata colpita. Si presentò il giorno dopo dai genitori dove ripeté la storia del salvatore e fu creduto perché le famiglie si conoscevano da molto tempo.
Un nuovo personaggio apparve nella vita di Cayetano, Alfredo Tersi, che gli insegnò a rubare orologi. Ma per questa attività ci voleva una scaltrezza che non aveva. Perciò non fece mai la carriera di ladro, che forse lo avrebbe fatto diventare adulto. Restò sempre un feroce, innocente serial killer spargitore del sangue di esseri più indifesi di lui.
Nel marzo del 1906, a nove anni, uccise una bambina di 18 mesi, trovata per strada. La prese in braccio, la portò in un prato, cercò di strangolarla, poiché non moriva, la sotterrò viva. Due mesi dopo il padre fece una strana scoperta. Cayetano conservava nella tasca della giacca un passero morto. Frugando fra i vestiti, scoprì che il bambino aveva una valigia piena di scheletri di passerotti conservati nell’unico posto della casa che gli appartenesse: sotto il suo letto. Il padre spaventato lo denunciò alla polizia che lo chiuse in un istituto per alcuni mesi. Uscì un anno dopo, a 10 anni. Cayetano continuò ad uccidere passerotti, si masturbava, giocava con i bambini del quartiere ma soprattutto imitava il padre: beveva grappa, usava il fuoco, non per accendere lampioni ma per bruciare negozi. Il primo incendio lo procurò ai danni di una falegnameria. Quando arrivarono i pompieri, si offrì volontario e diede loro una mano. Il fuoco distrusse tutto il deposito. La vista del fuoco non gli fece dimenticare il sapore del sangue. Quando nel 1908 trovò Severino González, di 22 mesi, lo portò in un prato, lo nascose in una bagnarola, coprendola con una tavola di legno. Un passante chiamò la polizia ma egli si difese dicendo che aveva visto una signora vestita di nero, bassa, grassa, capelli bianchi, che stava cercando di uccidere Severino, e lui l’aveva fatta fuggire. La descrizione del corpo e dei vestiti della donna corrispondevano a quelli di sua madre. Sei giorni dopo bruciò un occhio a Julio Botte, di 20 mesi, con una sigaretta accesa. Il padre lo fece allontanare dalla famiglia, lo mise nella Colonia de menores de Marcos Paz dove ben presto litigò con i compagni più grandi, per vendicarsi uccise un gatto coccolato da tutti e lo mise nel pentolone della zuppa. Qualche tempo dopo abbandonò la casa di correzione ed iniziò a lavorare in una fabbrica di filo spinato.
La carriera di Cayetano raggiunse il climax a 16 anni, quando srotolò tutto il rosario della sua violenza. Nel 1912, in un solo anno, compì sei crimini. Una perfino su un cavallo, uccidendolo con tre coltellate. Il 25 gennaio strangolò Arturo Laurora di 13 anni, il 7 marzo uccise incendiandole il vestito Reyna Vainicoff, di 5 anni, l’8 novembre cercò di strozzare Carmelo Russo di 2 anni, il 16 novembre picchiò Carmen Ghiottoni di 3 anni, il 20 novembre Catalina Neolener di 5 anni, infine, il 3 dicembre, uccise Gesualdo Giordano di 3 anni, figlio del sarto del quartiere. Prima di raccontare questa incredibile impresa, bisogna ricordare che Cayetano ascoltava sempre piangendo dalla madre il racconto della morte del fratellino che giaceva nel cimitero di Rossano. Dove un giorno voleva ritornare. In nave o volando sul mare, in compagnia dei passerotti che custodiva nella valigia nascosta sotto il letto.
Il 3 dicembre 1912 a Buenos Aires faceva molto caldo, Cayetano uscì di casa presto, girando per il quartiere in cerca di una vittima. Alle dieci del mattino incontrò due bambini: Marta Pelossi e Gesualdo Giordano che aveva appena finito di prendere il latte. Disse che voleva dar loro delle caramelle. I bambini non accettarono, Marta fuggì ed allora Cayetano afferrò Gesualdo e lo portò via. Si fermò a comprare le caramelle e, dopo avergliele infilate in bocca una dopo l’altra, lo portò in un prato abbandonato. Qui prese lo spago con cui si teneva i pantaloni e lo avvolse tredici volte intorno al collo della vittima. Poiché il bambino si difendeva, cambiò idea. Bruciò lo spago in tre parti. Uno spezzone per legargli i piedi, uno per le mani, il terzo per i suoi pantaloni. A quel punto iniziò a colpire il bambino con una pietra. Poi uno istinto infantile lo portò a sentire il sapore del latte sulle labbra del bambino, così gli morse la bocca, scuotendola, “come fa la gatta con i gattini”. Quindi gli piantò un grosso chiodo nella testa, facendolo entrare con il sasso con cui l’aveva colpito. Poi fuggì via. Per strada incontrò il sarto che cercava suo figlio. Gaetano negò di averlo visto. Ma, temendo di essere scoperto, andò ad accertarsi che Gesualdo fosse davvero morto. Ritornò indietro, riprese il grosso chiodo e con una pietra glielo infilò nella testa, assicurandosi che uscisse dall’altro lato. Coprì il corpo con terra e una lamiera di zinco e andò a pranzo dalla sorella, dove prese il mate fino alle cinque. Il giorno dopo si recò a casa della vittima a porgere le condoglianze ai genitori. Non trovandoli, si avvicinò al cadavere e, credendo di non essere visto, mise il dito nel buco della testa, sorpreso dall’assenza del chiodo, estratto dal medico legale. Questo comportamento suscitò lo stupore di alcune persone che informarono la polizia. Venne interrogato, ma si limitò a dire che nulla sapeva dell’accaduto. Tuttavia il suo gesto era stato troppo inquietante per non destare sospetti. Venne portato davanti al cadavere dove, senza nessuna costrizione, raccontò l’omicidio. Confessò tutto e si dichiarò responsabile di undici delitti: tre bambini morti e otto feriti. Parlò del piacere nel veder soffrire gli altri, della smania di uccidere che provava quando si scontrava con il mondo dei grandi, parlò del piacere di piangere e della pena provata davanti alla testa fracassata dell’ultima vittima.
Fu condannato ai lavori forzati. Nel Penal di Ushuaia fu violentato più volte dai compagni di cella ma anche dai medici del carcere, che attribuivano la sua malvagità alle orecchie a sventola. Gliele tagliarono e le collocarono più indietro. Una volta strangolò due gatti: erano le mascotte del carcere e per questo fu brutalizzato dai detenuti. Morì nel novembre 1944, a 48 anni. Le foto lo mostrano come un bambino invecchiato, che le bastonate del padre e della vita non fecero mai crescere, vivendo ai margini della famiglia, dell’età, della geografia. Nel Penal non ricevette mai una lettera e nemmeno una visita. I genitori erano ritornati a Rossano nel paese dal quale forse nessuno di essi era mai partito davvero. Quando fu gettato nella fossa comune del cimitero, si perdettero le sue tracce. Ma se il corpo scomparve, la leggenda dilagò. Divenne lo spauracchio che le mamme minacciavano di chiamare, quando i bambini non volevano andare a letto.
Nel Penal la guida turistica indica la cella del recluso, vedendola mi sono chiesto perché quel bambino fosse così spietato. Vi è qualche cosa di irreale in questo piccolo serial killer per cui solo la fantasia può esserci di aiuto. Ho pensato a Peter Pan il piccolo vampiro, che invece di succhiare sangue succhia innocenza. Non tanto perché fossero coetanei, il romanzo di James Barrie è del 1911, Peter e Wendy, piuttosto vi sono tratti comuni fra la storia e la fiaba. “L’isola che non c’è” può essere paragonata al cimitero in Calabria, dove è sepolto il fratellino, al quale egli manda altri bambini per poter giocare con lui. Quelli che lui uccide sono stati trovati in mezzo alla strada, simile a quelli “caduti dalla carrozzina nei giardini di Kensington” che Peter Pan portava con sé a “l’isola che non c’è”. L’uccisione dei passeri conservati nella valigia sotto il letto gli garantiscono che un giorno potrà volare fino al fratello. La stessa negazione del tempo, che Peter Pan esibisce con orgoglio di fronte a Capitan Uncino, si manifesta in Cayetano Santos Godino con il rifiuto al furto degli orologi. Uccidere bambini, poi, è l’unico modo per non farli crescere, significa non farli entrare mai nel mondo degli adulti. Ed infatti Cayetano resterà sempre un bambino, anche nel carcere, dove la sua identità si congela al momento nel quale varca il portone di ferro.
Davanti al cimitero di Ushuaia hanno dipinto un murales con il volto del petiso orejudo con una corda in mano, sotto la scritta “to be continued?” Devo continuare?