Daniela Matronola
Testo a fronte/25

Di testa

«Tra le volute di fumo, Anna immagina Stefania prigioniera del suo Giovanni, moglie e madre senza altro ruolo sociale, nessun ruolo pubblico. Sempre che non sia una docente di Lettere...»

Con questo racconto inedito di Daniela Matronola prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.


Anna e Stefania sono state amiche fin da ragazze. Stefania poi è sparita a Modica con suo marito, l’avvocato Giovanni. Così Anna chiacchiera spesso con la sorella, Lucia, che viene da lei a confidarsi per la voglia di scaricare su un’ascoltatrice comprensiva e fidata le sue inquietudini di moglie giovane, trascurata da un marito proiettato verso il successo.

Anna, elegante e filiforme, mani affusolate, avvolte nei regimi freddo-umidi in morbidi guanti di renna, o protetti da acqua e detersivi dentro Marigold rosa misura 9 non felpati, osserva Lucia, minuta e piena di grazia nel corpo, però mani trascurate, nasino dritto come il timone di una barca, occhi blu poco bistrati, labbra sottili tirate dallo sdegno, o incandescenti per le lacrime ingoiate pur di non lasciarle sgorgare.

Anna ha un naso dritto importante, e un viso pieno di luce su cui si accalcano ombre quando Lucia di pomeriggio viene a sfogarsi come moglie tradita con voce stridula sempre su toni molto alti.

Anna la ascolta fumando.

Sul tavolino in una scatola d’argento ha il pacchetto di Rothmans of Pall Mall (established in London 1890): è blu e oro, davanti uno scudo rosso e celeste con due leoni d’oro rampanti, dietro una carrozza postale tardo-vittoriana e la breve storia della puntualità con cui Pall Mall assicurava il tabacco a club e ambasciate.

Anna pesca una sola sigaretta al giorno: mentre ascolta Lucia pensa a Stefania, amica del cuore lontana.

Tra le volute di fumo, Anna immagina Stefania prigioniera del suo Giovanni, moglie e madre senza altro ruolo sociale, nessun ruolo pubblico. Sempre che non sia una docente di Lettere: la moglie dell’avvocato, madre della sua progenie, che educa anche i figli di altre felici coppie borghesi a scuola. Un classico, o della morte civile.

Anna, come Fernanda, cugina-amica, avrebbe voluto insegnare francese: con la guerra è finita sfollata a Roma coi suoi – non solo Germano e Maria coi quattro figli (Anna era l’ultima), ma anche Adele (sorella di Germano) e suo marito Ciccillo (Francesco) con due figlie, Maria e Aminta, e Giovan Battista, filosofo in erba dalla fluente criniera rossa, e poi la nonna, Angelina, vista vagare con classe tra le macerie dei bombarda= menti prima che fossero stipati in un treno da cui scesero a Ciampino per avviarsi a piedi verso Via Arno, Quartiere Trieste, dai cugini Cimino.

Lo sfollamento aveva spostato Anna in altre scuole e altri indirizzi però il liceo lo aveva finito a Cassino dopo la guerra: Fernanda era stata una delle sue compagne di classe. Anna voleva andare all’Orientale a studiare Lingue ma suo padre Germano glielo impedì. Lei ripiegò su Scienze Naturali, alla Sapienza. L’avvocato Germano, uomo buono e illuminato, non sentì ragioni: Roma era più familiare, ci erano stati sfollati!

Alla facoltà di Scienze Naturali tutto le facevo senso e le era estraneo: Anna amava leggere, amava il francese, amava gli autori francesi, amava tutto quanto capitasse nell’area del romanzo e del cinema.

Anna immagina Stefania prigioniera di una dorata servitù familiare come un po’ vede sé stessa.

Anche Lucia è prigioniera. I due figli adolescenti non è chiaro se abbiano idea dei motivi di lite tra i genitori. Se sapessero che il padre ha messo in conto le relazioni fuori dal matrimonio, si sentirebbero traditi anche loro. Anna nota solo che nei discorsi di Lucia, unica versione che abbia della faccenda, i figli sono pedine di scontro tra lei e lui. Ci riflette spostando lo sguardo (affisa il guardo) dalla fila di finestre verso l’abbazia che biancheggia su quel monte a cui Cassino è ne la costa.

Ad Anna manca Stefania, che a volte sale dalla Sicilia però sempre con la sua piccola truppa. Primo fra tutti il mesto Giovanni, poi i figli. Lo scopo delle rare escursioni in continente è far visita a Lucia e ai loro genitori. Genitori vecchi da tempo. Invecchiati di colpo.

Il padre, giudice, forse siciliano come Giovanni. La madre, signora soave, sempre in casa.

Anna aveva notato in lei un’espressione che oggi si direbbe frizzata.

È passato l’angelo e è rimasta così, godeva a commentare più di qualcuno.

Anna la ricorda solo in carrozzina. Non era paralizzata. Era come floscia. Senza forze. Senza un sistema nervoso tale da sorreggerla. Senza un’anatomia capace di tenerla insieme.

Le rade visite di Stefania, complicate dalla distanza chilometrica e dal braccio di mare oltre che dai cattivi trasporti, erano visite a una malata, tristi, troppo moge per i bambini: portarli a far visita alla mesta nonna sorridente dall’espressione uguale stampata in faccia. Il sorriso lieve, accennato, fisso, dell’istupidimento.

Se ne stava dietro una finestra o nel balconcino in sedia a rotelle. Con sapienza mai venuta meno sistemava le piante e i fiori: si perdeva in un proprio mondo, e il viso riprendeva un suo piglio, un’autorità ormai persa. Riemergeva una scienza pratica e del sentire, o una sua vera competenza botanica. Era come se toccare le foglie, lisciare petali di velluto, affondare le dita nella terra dei vasi, le disseppellisse l’anima con frustate di vita.

Osservava, riconosceva le persone, scopriva nessi invisibili a chiunque altro: condannata a spiare il mondo, come la voce protagonista di Mentre morivo, il romanzo di Faulkner. Quale migliore postazione di un appo= stamento da esclusa? Condannata a sapere, a comprendere.

La madre immobile di Lucia e Stefania dal margine era in prima fila per lo spettacolo della verità, come un pomeriggio dei primi anni ’50 quando in città passò il Giro d’Italia.

Il ciclismo, sport di sudore e sacrificio, era perfetto per la narrazione della dignitosa vita di provincia: un ciclismo ante doping – scoperto per incidente alla fine degli anni ’60, poi dilagato, dopo la bufera sul calcio, specie negli anni ’90. Un ciclismo di ciclisti giovani nati vecchi, distrutti dalla fatica e da arrampicate fatte a forza di gambe e fiato. Il ciclismo delle telecronache di Adriano Dezan fatte con attrezzature rudimentali, tallonando i leader solitari o i grupponi di inseguitori con le automobili lanciate a tutta velocità e le moto mandate in avanscoperta.

Una grossa automobile scende in direzione Nord-Sud: una specie di panzer dalle forme circonvolute e solide – la vettura nera e lucente ha grossi fanali e una maschera di metallo, il cruscotto ampio offre una visibilità completa sul tratto di percorso ingoiato dai grossi pneumatici bordati di bianco. Il giudice e sua moglie, con Stefania e Lucia bambine, che stanno all’Excelsior la vedono sbucare sulla dirittura prima che abbordi il curvone attorno alle ville di fronte: è stata messa a disposizione una sala al primo piano, e un pubblico scelto può seguire la tappa insieme a sparuti cronisti RAi e della stampa.

Occhi incollati sull’arrivo: il traguardo è oltre ma il passaggio sotto le finestre decreta già l’esito della corsa, e chi otterrà la maglia rosa. Stefania e Lucia dal fondo gridano di gioia: il ciclismo non le riguarda, neanche sapranno che là fuori passa una corsa nazionale. I loro genitori invece sono letteralmente calamitati.

L’automobile ora è nell’inquadratura. Dietro spunta una figura filiforme che si rimpolpa in un ciclista già in maglia rosa: man mano che avanza appare chiaro che ha nelle gambe una lena forsennata.

Vola, macinatore solitario, verso la vittoria di tappa e il mantenimento del primato.

Non c’è ombra di inseguitori: niente gruppone alle calcagna.

Il giudice abbandona la postazione distratto dalle urla delle bambine. Lucia molla i capelli di Stefania: le solleva la camiciola e le addenta la carne sotto l’ombelico.

L’auto svolta al curvone: la gente ha invaso la carreggiata.

Il ciclista segue a ruota: è tutto coricato sulla bici.

Non riesce a scartare di lato né a tirarsi su.

Al momento del morso, Stefania lancia uno strillo, subito sottentrato da un lungo suono gutturale.

Il sangue è schizzato rubino e denso, e la madre, sola, ha emesso un verso demoniaco.

Il ciclista, proiettile umano fuso con la bici, si è infilato di testa nel lunotto posteriore dell’auto scura, ferma dopo la curva, frantumando il vetro e spruzzando sangue: si è sgozzato con le schegge esplose nell’impatto.

La madre non ha parlato mai più. Ha solo sorriso per sempre senza allegria, un velo le è calato sul volto, l’epitome della sua persona per sempre – col corpo senza più struttura nervosa muscolare ossea. La confidenza di questa storia è arrivata anni dopo quando anche le figlie hanno capito cos’era accaduto: Stefania l’ha passata ad Anna, mia madre.

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