Tecnologia e valori condivisi
Contro la “datacrazia”
L'enciclica "Magnifica humanitas” di Leone XIV analizza la distorsione sociale che trasforma in valori i "dati" e i "technosapiens”. Ma la persona non è un sistema di algoritmi. Una riflessione drammaticamente attuale
Il santo Padre Leone XIV ha promulgato la sua prima enciclica dal titolo “Magnifica humanitas. Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. La presentazione è stata affidata ai prefetti dei Dicasteri della Dottrina della fede e del Servizio allo sviluppo umano integrale per richiamare che il nuovo paradigma inaugurato dagli agenti digitali robotici non rappresenta unicamente una sfida tecnologica, ma anche dottrinale e antropologica. L’enciclica nel suo incipit richiama la centralità della humanitas. L’umano è la capacità dell’uomo di apprezzare, valutare e ricercare le “buone arti”. La storia dell’uomo è la storia della coevoluzione di homo sapiens con i suoi artefatti. Oggi l’IA se non governata eticamente rischia di consegnare a pochi “eletti”, appartenenti alla specie homo technosapiens (Big Tech della Silicon Valley) il controllo dei molti appartenenti alla specie homo sapiens. Assistiamo alla trasformazione del capitalismo industriale e globalizzato nel capitalismo cognitivo o neurocapitalismo come fattore determinante per la promozione e la definizione degli obiettivi della “rivoluzione digitale” con finalità tutt’altro che “scientifiche”. Leone XIV ci ricorda che l’humanitas è magnifica («fatta grande») e che all’uomo è affidato il compito di “custodire” la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.
La tecnofilia priva della necessaria alfabetizzazione rischia di trasformarsi in tecnocrazia e di limitare l’autonomia della decisione umana e il libero svolgersi della vita. Siamo eterodiretti da pochi technosapiens dominanti (big tech), che centralizzano potenza computazionale, proprietà dei dati, conoscenze algoritmiche e costellazioni satellitari. Il tutto si compie con il nostro acritico e deliberato consenso. Paghiamo l’accesso a confortevoli e gratuiti servizi digitali (ricerche di informazioni, partecipazione a social media, telelavoro, piattaforme multimediali, realtà aumentata…) con comode rate di cessione della privacy e della libertà, che ci trasformano in ‘oggetti’ da profilare, manipolare e imboccare.
Da sempre l’uomo ha progettato e usato la tecnologia (la pietra, il fuoco, il bronzo, il ferro, il motore, l’elettricità, la forza nucleare…). Grazie alla tecnologia abbiamo imparato a dominare la natura, a colonizzare la terra, a navigare, a volare, a produrre energia… Possiamo dire che la storia dell’uomo è la storia della coevoluzione di homo sapiens con i suoi artefatti. La tecnologia è l’arte del fare (artificio). Non si può negare, tuttavia, che accanto ad usi appropriati ci siano stati anche abusi e veri e propri usi deviati. Il problema non è se homo sapiens debba o meno accettare l’artificialità come componente coevolutiva del suo percorso esistenziale, ma quali obiettivi tale condizione debba assumere in un futuro fatto di ibridazioni e surrogazioni continue e spesso immotivate, in cui pochi “eletti”, appartenenti alla specie homo technosapiens, avranno il controllo dei molti, esclusi perché residui della specie homo sapiens.
Il professor Giorgio Grossi preconizza che siamo nell’era del Tecnocene, legata al nesso tra vita umana e vita artificiale, e alle prospettive utopiche o distopiche che questa ibridazione può generare. Assistiamo alla trasformazione del capitalismo industriale e globalizzato nel capitalismo cognitivo o neurocapitalismo come fattore determinante per la promozione e la definizione degli obiettivi della “rivoluzione digitale” con finalità tutt’altro che “scientifiche” o “bio-sociali”. L’IA è piena di difetti e contraddizioni perché è costruita e allenata dagli stessi Sapiens, che ci stanno portando sempre più verso una “società guidata dai dati” (data driven society) e una connessa datacrazia. Stiamo sostituendo il concetto di società tipicamente umanista con un nuovo tipo di sociazione bio-tecno-sociale antropotecnica. La rivoluzione digitale sta modificando non solo l’esistenza in società, ma l’idea stessa di socialità, di associazione, di soggettività e di coscienza di esistere. La svolta del Tecnocene può essere contrastata e modificata solo se homo Sapiens saprà non solo criticare la rivoluzione digitale in atto, ma anche ripensare e adeguare il proprio patrimonio cognitivo, sia abdicando alla centralità antropomorfa che promuovendo la ridefinizione di una concezione dell’esistenza e della vita sociale in una prospettiva davvero oltre-moderna. La tecnologia digitale con le sue applicazioni ha colonizzato il tessuto sociale della vita dell’uomo: l’economia, la finanza, la politica, la scienza, la sanità, la scuola, la religione, la comunicazione, il commercio… Il pensiero dominante (mainstream) dell’uomo technosapiens è l’algoritmo. Tutto è programmato e tutto è programmabile… Ma non tutto è computabile. Per il tecnocentrismo ogni problema ha una soluzione algoritmica. La concessione di un mutuo, la fissazione dell’età pensionabile, l’indirizzo delle politiche sanitarie, la ricerca scientifica, la riforma scolastica, la valutazione dei candidati ai concorsi, la competizione elettorale, l’attività legislativa, la nascita di start up… e tante altre decisioni sono orientate e talvolta decise da un algoritmo. Siamo eterodiretti dal pensiero unico tecno-razionale deciso e imposto da gruppi di potere.
Si va imponendo un nuovo paradigma antropologico elaborato e progettato con cinica determinazione dai guru della Silicon Valley. Il transumanesimo mira, da una parte alla costruzione di una società informatizzata e gestita da una élite di umani super-ricchi che controlla, tramite imprese, istituzioni, capitali e software, l’intera esistenza digitalizzata mediante la promozione del mito della “felicità universale”, accelerando così ulteriormente tutte le aporie e le degenerazioni delle nostre società storiche fino ad alimentare il mito dell’iperumano.
Nei prossimi anni per la prima volta la specie umana potrà non solo modificare il proprio software – cioè la cultura come fattore di trasformazione – ma anche il proprio hardware, cioè il suo stesso profilo genetico. In altre parole, la maggior parte della materia sulla terra sarà progettata anziché essere il risultato dell’evoluzione. Nell’era del Tecnocene l’intelligenza umana sarà sempre più sostituita dall’IA che non ha nessuna sensibilità etica, politica ed ecologica. Va da sé che la perfezione e l’esattezza esibite nella tecnoscienza non esistono nell’universo, e a maggior ragione nella vita animale, e quindi non si vede perché debbano governare sempre più la specie antropomorfa. In un futuro non troppo lontano la specie umana potrebbe essere colonizzata dall’ homo technosapiens del Tecnocene, esseri proteiformi con protesi tecnologiche. Si declinerà l’uomo “manipolato”, “ibridato”, “minotaurizzato”, “bionico”, “chimerico”, “dematerializzato”, “olo-grammato” e le sue diverse antropomorfizzazioni.
Il papa con questa enciclica ha operato un passaggio dalla “Rerum novarum” (Leone XIII), che rispose alla sfida del mondo proto-industriale alla “Rerum digitalium”, per dirla col neologismo di Roberto Manzi, in cui si auspica un magistero dedicato ai temi dell’IA, che sia in grado di rileggere il ruolo della tecnica alla luce di una “dottrina sociale della conoscenza”, capace di custodire la fragilità e la libertà dell’uomo come risorsa e non come difetto da correggere. Mi sembra molto illuminante la sua recente affermazione: “Ci sono poi le sfide che interpellano il rispetto per la dignità della persona umana. L’intelligenza artificiale, le biotecnologie, l’economia dei dati e i social media stanno trasformando profondamente la nostra percezione e la nostra esperienza della vita. In questo scenario, la dignità dell’umano rischia di venire appiattita o dimenticata, sostituita da funzioni, automatismi, simulazioni. Ma la persona non è un sistema di algoritmi: è creatura, relazione, mistero.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.