Every beat of my heart
Visione e preghiera
Sentire la vita che rinasce ancora prima della Resurrezione, già il Venerdì Santo. Questo dicono i versi di Roberto Mussapi ispirati al Vangelo di Luca. E oggi più che mai, nel tempo terribile del lutto e del sangue, occorre sperare e “vedere” che «la rinascita è già qui»
Pubblico oggi, nel giorno di Pasqua e della Resurrezione, questa poesia scritta nel giorno e per il giorno della morte di Cristo, il doloroso Venerdì Santo.
Dal mio libro La polvere e il fuoco, pubblicato nel 1998, estraggo questi versi ispirati all’unico evangelista che non fu testimone diretto, Luca.
Adoro Cristo oggi, dicono i versi, e sento più che mai necessario, in questo momento tragico del mondo, adorarlo oggi, venerdì, nel giorno e nell’ora della sua morte. La resurrezione era già lì nella morte. La rinascita è già qui, in questi giorni terribili di lutto e sangue. Speranza, certo, ma non solo speranza: è un’invocazione. Per citare il grande Dylan Thomas, “Visione e preghiera”.

Il racconto che udì Luca
Sono uno che ha visto, un testimone.
Ho molto viaggiato, percepito sorgenti
placare le piaghe di sudore e sabbia,
conosco paesi e luoghi azzurri e lontani,
ho letto i versi dei filosofi iranici
e seguito con le pupille le rotte del cielo,
ma ho anche spiato, vicino, non visto,
ho vissuto.
E so che la bocca di una donna conduce
a un movimento palpitante come il moto del mare,
sfiammando nelle caverne umide e ombrose,
quando i nostri occhi si limitano a guardare.
Conosco il volo d’aquila degli sciamani
e il sonno ipnotico dei saggi indiani,
ma so che un filo d’erba non è meno del cielo
e della matematica astrale e del fuoco di Platone,
so che esiste un segreto nelle cose e che la morte lo congela,
quando solo l’amore a poco a poco ci avvicina
a quel crogiolo incandescente di vita e oscuro
come la mano intirizzita che si accosta
al fuoco e intiepidita se ne allontana.
Questo sapevo, che il suo calore e il suo segreto
non mutano niente del destino,
che oltre la luce e l’amore cresce la malinconia,
per il tramonto, per l’ardore che declina,
mentre quel nucleo desiderato lentamente dilegua.
Poi ho visto il sudore distillato in sangue,
e l’orto degli ulivi e le lacrime
lattee e salate con cui guardò sua madre.
Non rinnego quei voli e la bellezza siderale,
non rinnego l’uscita dal tempo degli indiani
o il semplice prodigio dell’erba nel mattino,
perché il viaggio per l’anima conosce molti cammini,
e un’unica luce ci calamita,
e ci affratella un unico dolore.
Ma ho conosciuto un fatto nuovo e inaudito
che rende simile ai fachiri i saggi indiani
e disperata acrobazia il volo dello sciamano,
quando lo vidi tra la terra e il cielo, inoffensivo.
Perché colui che aveva moltiplicato i pani e i pesci
e trasmutato l’acqua di bianche brocche in vino
(lo vidi, l’ho bevuto, era asciutto e aspro,
sapeva di terra argillosa e di sole)
e annichilì i farisei e restituì la vista ai ciechi
e riportò Lazzaro dal buio alla luce,
rimase docile di fronte alla croce.
Avrebbe potuto stregarli con una sola occhiata,
rovesciando su loro fiumi di pietra,
ma si lasciò morire come un uomo.
Questo fu il vero miracolo, l’accettazione
della morte, l’amore.
Per questo non ho bisogno di attendere
che egli risorga e splenda in eterno,
come giurano le donne e i bambini che lo seguirono.
Lo adoro oggi, in questo venerdì di pioggia,
nel giorno e nell’ora della sua morte.
Roberto Mussapi
Da La polvere e il fuoco, Mondadori, Specchio, 1998, poi in Le poesie, Ponte alle Grazie, 2014