Una raccolta di Umberto Piersanti
Versi per Jacopo
Diario affettivo e testimonianza esistenziale. È il toccante canzoniere dell’autore di Urbino dedicato al figlio che vive “in un castello chiuso e separato”, affetto da autismo. L’accesso è impedito, il valico non si apre, ma la poesia, rifugio e risarcimento, non smette di esercitare la sua presenza
Umberto Piersanti, uno dei più prestigiosi poeti contemporanei, ha raccolto, con dieci componimenti inediti, le poesie dedicate al figlio; il libro si intitola Jacopo. Poesie 1994-2025, con prefazione di Gianluca Nicoletti e postfazione di Paola Severini Melograni (pubblicato dall’editore Interno Poesia) con il quale l’autore raccoglie oltre trent’anni di attività, attraversando varie raccolte, dai Luoghi persia Campi di ostinato amore, costruendo un libro, una sorta di “canzoniere” dotato di una sua intensa forza e progettualità, che è allo stesso tempo diario affettivo e testimonianza esistenziale. Una rara testimonianza, di grande valore umano, oltre che poetico, sullo spettro autistico in cui rientra la malattia del figlio, testimonianza che senza retorica coinvolge il lettore sulla sofferenza, sul dolore che tante famiglie devono affrontare, spesso senza adeguati aiuti dalle istituzioni. Fare poesia su questa materia non era facile, ma Piersanti c’è riuscito pienamente da par suo, a coronamento di una attività poetica cominciata nel 1967 con La breve stagione.
Il dolore personale e privato, la malattia, erano già stati trattati in una raccolta poetica precedente, L’urlo della mente (1977), ristampata recentemente da Samuele editore con l’aggiunta di testi inediti, in cui si ripercorre il proprio «male del dubbio» (una nevrosi ossessiva di cui ha parlato lo stesso autore nella intervista ad Alberto Fraccacreta): «L’insonnia, il sudore, il tremore, l’angoscia non rispondevano minimamente ai miei tentativi di placarli e di sistemarli in un ordine più rassicurante, la paura era totale ed assoluta: c’era il rifiuto della fine della vita per me e per tutti gli uomini». L’autenticità della poesia di Piersanti è in questo collegamento a un vissuto, sia esso doloroso o sereno, spesso placato dalla profonda fusione con la natura osservata con la pascoliana precisione di un botanico, ma che può inclinare verso una visione mitica e fantasmagorica, talvolta di fiaba, come nelle poesie sullo «spovinglo» (il diavolo delle Cesane) o sulle anime che si incontrano nei campi. Ma anche questi elementi derivano da una esperienza, dall’ascolto dei racconti della Nonna Fenisa o del bisnonno Madio, dall’attenzione a un mondo contadino perso per sempre, come la casa in fondo al fosso, dopo aver percorso uno stradino, degli avi, della propria famiglia originaria. È questo il centro da cui tutto è partito in questa avventura, “affezione d’animo” in senso leopardiano, di recupero memoriale e storico di un mondo perduto, appunto definibile come “i luoghi persi”.
Anche nei versi selezionati in questo volume e dedicati a Jacopo, il figlio perso, chiuso in una dimensione tutta sua, come nella stanza più «remota» di un castello, reclusa a chi gli sta intorno, c’è la presenza della natura, il ricordo della famiglia nel tempo che precede il male, della felicità di una madre che aspetta un figlio senza saperlo:
mio figlio era già in te, non lo sapevi
tornavano dai monti e gli asfodeli
del Catria che si staglia azzurro in cielo
voglio che tu lo sappia figlio mio
che eravamo felici quando nascevi.
Endecasillabi semplici, toccanti, musicali, in cui il poeta che ha sempre mirato al recupero di una tradizione e all’espressione di una sua autenticità esistenziale, in un connubio di letteratura e vita, dà conferma della sua coerenza formale e contenutistica.
Una delle poesie più toccanti del “canzoniere” è proprio “In un castello chiuso e separato” che evidenzia l’isolamento di Jacopo e che lo relega in uno spazio «remoto», aggettivo caro al Piersanti cantore dei campi, delle Cesane e dei luoghi perduti, ma che adesso assume tutt’alto valore, una coloritura tragica:
da quando sei rinchiuso nel castello
il più lontano e sperso, senza fate,
sono i ponti rialzati, il fosso colmo,
io ti giro d’intorno, pronto a sfruttare
un valico qualunque che mi porti
nella stanza remota dove attendi
Ma l’io lirico desolatamente conclude: «ancora un’altra volta fuggo via»…
Se è quasi impossibile trovare il valico per poter comunicare con un figlio autistico, la natura, protagonista della poesia di Piersanti, continua a esercitare la sua presenza, come rifugio e risarcimento:
scende più lunga
l’ombra giù per i greppi,
ma la luce resiste forse non cessa,
e t’ubriaca il giorno,
fatto eterno,
a risarcire,
almeno per un poco,
Jacopo del male.
Ma soprattutto la natura diviene il luogo dove il dolore può essere a volte contemplato serenamente senza essere negato: «tra le lente galline / Jacopo siede, / assorto e assente / nella luce queta, / e gli scorre la terra / tra le dita».
L’“assenza” resta in questo raro quadro perfetto, assenza causata dal male. Essa può tramutarsi in fuga, in un modo improvviso e incomprensibile, una fuga continua dalla stessa natura che per il padre e per la famiglia degli avi è stata l’essenza di una vita, l’amore più profondo del mondo:
– questo è un viburno
ripetilo – viburno -,
tu non ami le soste,
non guardi i fiori,
ma la strada t’assilla,
sempre lì torni,
la ripercorri, a piedi
o con la macchina non conta,
il cammino per te
fatto destino.
Il padre non può che accettare, dopo un periodo di lontananza da Jacopo (come scrive nella “Nota d’autore”, p. 9) questa diversità, subirla, per cui l’amore per il figlio diventa un amore difficile, «faticoso» («figlio altra cosa non posso / che un amore faticoso»), ma per questo più grande e sofferto.
È questo un momento fondamentale della bildung del personaggio del padre, dapprima lontano, che bussa poi alla «casa nemica» dove accompagna il figlio e lo bacia sulla soglia per poi scomparire. Padre di momenti, come si descrive; ma che poi si riconcilia con la famiglia e con la realtà, comunicando al lettore, con la sua esperienza di letteratura e vita, che quest’ultima non è solo fuga lieta e «tempo differente», idillio e contemplazione della natura più bella e più remota, ma anche vulnerabilità, fragilità, dolore, impotenza, soprattutto quando ti trovi di fronte al mistero, all’«assenza». Il poeta deve deporre la parola di una comunicazione impossibile, ma che pure avrebbe voluto realizzata, ai piedi del figlio amato:
d’altre vicende ancora
e più lontane, t’avrei narrato
della gente e i campi da dove vieni
la parte del tuo sangue che non sai.
Spesso ritorna nella raccolta la fatica del rincorrere, dello stare dietro a Jacopo nel timore che possa cadere, farsi male; ritornano queste fughe «cieche», non volute, molto diverse da quelle del Piersanti del Tempo differente, raccolta del 1974, ispirata all’attimo perfetto da fissare per sempre, in compagnia della natura onnipresente, di una chiesa antica e della donna, dell’eros: una dimensione del tempo qualitativamente diversa, in cui la realtà si apre e diventa più intensa, più vera nella fuga. Ritorna in questa raccolta il tema in cui il poeta viaggia per l’Europa alla «ricerca del momento perfetto che mi segue». Ma l’antitesi è in questa «battaglia» che continua e non si ferma con la corsa di Jacopo, «la corsa senza requie / il gesto assurdo», di fronte alla quale c’è lo schiantarsi del padre-poeta. In questo dolore del padre e della madre che si vede scostare dal figlio la mano nel gesto dolce della carezza (p. 43), in questa consapevolezza della fragilità di ogni vita, degli aspetti misteriosi e incomprensibili del male e della malattia, connaturata all’amore, che è sempre faticoso se autentico, si compie il percorso di formazione del personaggio che dice io, della sua capacità di osservazione, del suo riconoscersi a sua volta padre, come nella bellissima prosa inedita “Il cespuglio di more sotto il costone”. Il padre ha finito per portarsi sopra le spalle Jacopo, non solo prima del male come nella prosa citata, che descrive una splendida giornata nelle Cesane, in cui raccoglieva le more con suo figlio che le mangiava e si impiastricciava, ma, simbolicamente, per sempre. Ancora una volta quel gesto che ricorre nella grande letteratura (Enea che porta il padre sulle spalle), nel mondo contadino di Piersanti è un gesto di vita vera, capitato a lui figlio, malato, portato sulle spalle dal padre suo:
Ricordo quel giorno che nella casa del fosso mi ero ammalato, una febbre da cavallo. Dovevo salire la torre dov’era arrivato il dottore. E mio padre mi mette sulle spalle, sale lentamente su per il fosso. Ho lo sguardo annebbiato. Mio padre procedeva lento e sicuro.
Io così lontano da Jacopo ho fatto qualcosa che mi ricorda la mia infanzia, la casa nel fosso, mio padre mia madre, l’immensa famiglia contadina.
Sono stato padre e figlio nello stesso momento.
(Nell’immagine vicino al titolo e nel testo: “Il castello incantato” di Marc Chagall).