Su “Il giardino dei fiori infelici”
Il gene del male
Il nuovo romanzo di Nicola Lucchi, ambientato nel caos dell'immediato Dopoguerra, scava nelle ragioni del male. E del bene che, forse, può contrastarlo
Gioca con le atmosfere e i generi, Il giardino dei fiori infelici (180 pagine, 16 Euro), la convincente prova narrativa di Nicola Lucchi in libreria da febbraio del 2026 per i tipi di Neo Edizioni. Lo fa sin dal titolo e dalla copertina – entrambi riusciti – che rimandano a un’ambientazione gotica. Così come l’incipit, di icastica efficacia:
«Mio padre si appese al ciliegio.
Lo fece anche il suo, ma scelse un ramo più alto.»
Il racconto, invece, si muove con consapevolezza tra il noir e il thriller psicologico e soprannaturale, senza tuttavia aderire mai del tutto ai canoni dell’uno o dell’altro. E già la scelta di collocare la scena in un tempo esterno agli avvenimenti, quando tutto si è già compiuto, anticipa l’intenzione dell’autore di soffermarsi non sulle azioni, bensì sul contesto che le ha generate e sulle ricadute che queste avranno sull’essere umano.
Siamo nel secondo dopoguerra, in un paese montano del quale non conosciamo il nome, Lucas è stato arrestato, reo confesso degli omicidi di cinque bambini scomparsi da tempo. L’uomo ha accettato di condurre le forze dell’ordine nel bosco dove sono sepolte le sue vittime, a patto che ad accompagnarli fosse don Raffale. Ma il sacerdote, che ha lasciato quei luoghi anni addietro, non conosce Lucas e non si spiega la ragione di quella misteriosa richiesta.
A darcene conto è Olga, madre dell’assassino, additata sin da ragazza come la matta che parla con i morti. Alle sue memorie di storia personale e familiare – l’emarginazione, i soprusi, la nascita di quel bambino considerato una sciagura e destinato a portare lo stesso marchio funesto di chi lo ha partorito – si alternano la cronaca delle ricerche dei corpi e il resoconto del fitto dialogo tra Lucas e don Raffaele. Ed è attraverso questo espediente narrativo che il punto di vista del figlio si innesta su quello della madre e la vicenda prende forma, poco alla volta, nella sua lugubre drammaticità.
Sullo sfondo, gli anni della dittatura fascista, la guerra, l’occupazione tedesca e la Resistenza, ancora una volta percettibili per le conseguenze prodotte nelle marginali vite dei personaggi. In tal modo, le miserie dei singoli divengono emblema della condizione umana e il racconto si fa occasione di indagine profonda del male, della sua essenza e delle sue radici. Quello stesso male che siamo soliti percepire solo nelle manifestazioni apicali, e che invece pertiene alla natura dell’uomo come potenziale latente. E dunque, cosa determina la misura in cui tale potenziale si manifesterà? È scritto nei nostri geni, quasi fosse il marchio oscuro che Lucas condivide con Olga agli occhi dei compaesani? È un atto di autodeterminazione o dipende dall’ambiente in cui ci si trova a vivere e dalle angherie che la vita riserva? E in questo caso, se davvero fosse il male a generare il male, come diretta conseguenza o per reazione intenzionale, esiste una gerarchia della colpa in un mondo che non conosce innocenti?
Ma la domanda più importante, forse, è se nell’essere umano, in quanto creatura senziente e consapevole, risieda anche un’energia positiva capace di spezzare l’infinito ciclo di propagazione dell’empietà. O se, al contrario, una pulsione giustifichi l’altra in un fragile equilibrio perennemente sul punto di precipitare, proprio come la materia e l’antimateria non potrebbero esistere l’una senza l’altra e, tuttavia, venendo in contatto produrrebbero l’apocalisse.
«“Il male può essere ovunque? Qualsiasi comportamento può avere una forma maligna?”
“Non l’amore”.
“Non si può amare troppo, al punto di fare del male?”
“L’amore non è dannoso”.
“E se per proteggere chi amo uccido?” chiese Lucas. “Questo non è male?”»
Nicola Lucchi affronta con un approccio personale uno dei temi fondamentali della letteratura e del pensiero umano, e se le risposte alle domande che ne scaturiscono attengono alla religione per chi ha la fede, e alla filosofia per coloro che si affidano alla ragione, ai protagonisti del suo romanzo, disarmati, non resta che fare i conti con i propri limiti e con le proprie miserie.
«L’uomo non è ciò che ricorda; l’uomo è tutto ciò che è in grado di dimenticare. È sgusciando fuori dalla placenta dei ricordi che ci si salva, non restandoci intrappolati. L’oblio è il respiro del mondo, la benedizione dell’uomo, la sacra discarica della nostra coscienza».
La fotografia accanto al titolo è di Gianni Usai.