Daniele Luti
Da Volterra a Marina di Cecina

Le estati di Cassola

I colori, il mare, la sabbia, le passeggiate, le delusioni e i sogni: storia delle estati di Carlo Cassola. Che si riverberano nei suoi libri e nella vita dei suoi lettori appassionati

A Marina di Cecina le onde non si arrendono mai: altrove non so, ma lì no di certo.

Sono passati anni dal mio ultimo studio sistematico su Carlo Cassola. Erano, infatti, i primi anni Novanta quando detti forma a una vibrazione, meglio sarebbe parlare di una intuizione, servendomi di un registro lirico, più che critico, basata sull’esistenza di una fonte foscoliana, di un fragile ma significativo esempio del modello letterario ortisiano dentro la struttura di Fausto e Anna.

In queste ultime settimane, mi sono di nuovo soffermato a leggere e a rivedere alcuni inediti di Carlo, presenti nel fondo della Biblioteca volterrana, per completare un lavoro, da me sempre cercato, sul paesaggio subliminale, per usare un termine inventato da Manlio Cancogni, nella produzione cassoliana tra il dopoguerra e gli anni Sessanta, dal Taglio del bosco alla Ragazza di Bube. In un classificatore verde primavera, dove sono raccolte le fotocopie degli scritti cassoliani preparatori dei romanzi, ci sono ben 28 trascrizioni dei colori, della luce, delle tonalità di una medesima marina. Fra queste, ovviamente quella che poi lo scrittore sceglierà per includerla in Cuore arido. Così, armato di taccuini, “rubati” in qualche vecchia e mefitica mesticheria tra “Cecina e Corneto”, lavorava Carlo. Pronto sempre a dipingere con le parole, a scrivere seguendo l’ispirazione. Io che conoscevo questo suo modo di lavorare, infatti, dentro di me lo chiamavo il Corot della letteratura.

La lettura dei suoi appunti mi ha richiamato ricordi che avevo dimenticato di avere. E ho rivisto il suo passo frettoloso lungo la battigia in pantaloncini e maglietta, il volto spesso rivolto all’orizzonte, e le improvvise soste meditative. Da solo o, spesso, in compagnia dello scultore Trafeli sempre in piena gesticolazione cólta, quest’ultimo, e pronto ad afferrare pietruzze e piccoli legni levigati dalla salsedine, che diventavano da quel momento, parte di un racconto, anzi protagonisti di storie. E proprio per questo mi è venuta la febbricitante voglia di narrare i luoghi di queste magie. Anche perché, leggendo “le descrizioni di descrizioni”, ho rivisto i luoghi evocati e “pitturati” come se li avessi davanti. Sono del resto angoli che fanno parte di un vissuto che è diventato parte integrante anche del mio paesaggio interiore. E sono partito, non so perché, da una immagine di me ragazzo, anzi bambino, in attesa, assieme a mia madre, del treno per andare a Marina di Cecina; il luogo che, assieme a Marina di Castagneto Carducci, scoperto più tardi, quando ormai ero all’Università, mi ha permesso di vivere atmosfere irripetibili. Gli ombrelloni di Carlo Cassola e di Mino Trafeli erano infatti mèta di approdi e partenze, di rumorosi cenacoli di un numero imprecisato di giovani artisti, di critici affermati, di galleristi, di militanti giellisti, di azionisti, di dirigenti della vecchia Unità Popolare e di teorici originali di un socialismo nuovo di zecca, anche se di antica inquietudine.

Io comincerei così la mia oniro-nautica nel gioco degli specchi della memoria.

Prima visione. Non so che anno di preciso potesse essere. Di sicuro, eravamo nei primi anni Cinquanta, considerando che la locomotiva asmatica, che gremagliava con fatica nel tratto di erta che preludeva la stazione di Volterra, nel 1958, aveva già terminato la sua esistenza. Mi rivedo però con una leggera blusetta azzurro aviazione e un cappello di paglia vagamente somigliante, come forma, all’ovoidale copricapo coloniale degli inglesi e un retino da pesca squallidamente a legno, acromatico, visto che tanti vezzi non si coltivavano in quel periodo. Bastava la gioia della pace ritrovata e il non avere più paura quando, nel pervinca dei cieli primaverili, si delineava la presenza di un aereo. Tornando a me bambino, ero talmente bambino da trovare normale, e non ridicolo, passeggiare, a passo militare, con in testa una marcetta che sentivo cantare a mia madre, con un retino sulla spalla. E lì vicino vedevo un mio coetaneo o giù di lì che, guardandomi, sussurrava “il vispo Tereso…”, parodia demenziale della nota poesia di Luigi Sailer. Ma smise subito perché capì velocemente che il suddetto cestello pescatorio sarebbe diventato un’arma, di lì a poco.

L’aria blu, anzi azzurra, piena di luce parlava il linguaggio della bella estate, quella bruciante ma non afosa, musicata dal canto delle cicale, dei grilli nei campi tranquilli e pitturata dalle lucciole, misteriose e sublimi, a carezzare e dorare, col loro lume, vivido e sussurrante, le spighe non ancora raccolte nei campi. Aspettavo con mia madre il treno lento, panoramico microscopico che ci avrebbe portato a Saline da dove con una “sculettante littorina”, per usare un’espressione del Manga, saremmo poi andati a Cecina e, da lì, a Marina. Come tutti gli anni, immancabilmente, ospiti dei bagni Bisori. Li vedo così come erano prima degli anni Sessanta: una capanna che pareva aver riassunto i caratteri di precarietà e durata delle casette dei tre porcellini: canne, paglia, legno e mattoni.

E poi le poltrone e gli ombrelloni che, se non vado errato, erano color maglia del Toro. Di contro al celeste Aida… dell’Armida. Vicino alla capanna del bar, c’era un piccolo spazio occupato da una rete che ne faceva l’antenato di quello che adesso si chiamerebbe beach volley. Il mio mondo era tutto lì, in pochi metri: la piazza vicino alla Chiesa, la targa che ricordava la vita leggendaria di Ilio Barontini, la caserma che poi sarebbe stato meglio chiamare Villa Ginori e la foce del Cecina insabbiata, che raggiungeva il mare attraverso i filtri di una renaglia pesante e untuosa all’apparenza, puteolente del dolce delle barbabietole lavorate nella vicina fabbrica e stagnante nel suo somigliare a un fosso di liquami marcescenti. Anche se il mare era bello, luminoso, argentazzurro e in fuga, a maglie spumose, verso nord. Lambiva musicalmente sabbie bianche, grigie e ombrate da pinete scolpite e abbracciate dal vento. Capo Cavallo, con la sua ghiaia ossuta e i suoi massi verdamaro, era a due passi, oltre le Gorette. Più tardi lì, proprio lì, nei pressi dell’ ingresso del Club Méditerranée, avrei aspettato anch’io, assieme alla peggiore feccia di Marina, alla ragazzaglia degli scogli, l’uscita delle ragazzine francesi che noi chiamavano le parigine ma che parigine non erano quasi mai, anzi erano provinciali e ingenue come noi che vivevamo in cittadine e paesi in secolare equilibrio fra alture, dirupi e ciuffi, “mosse ” di boschi che sembravano conservare in loro il misterioso racconto della creazione, degli albori della civiltà.

Antichi e fragili, ecco come ci sentivamo noi giovani testimoni della gente italica, vigorosa e capace di iniziare l’avventura del vivere complesso ma costretta a sentire, come l’Eroe virgiliano, accanto alla forza della genesi, la debolezza del crepuscolo. Un sentimento, questo, che avrei avvertito, nel tempo giusto della mia maturazione letteraria, proprio dentro gli scritti di Cassola. C’è in questi, indipendentemente dal periodo e dalle diverse fasi, o crisi come le chiama proprio lui in una celebre intervista (Letteratura e disarmo), un senza tempo, una condizione di coscienza, di confronto con la forza trascinante della storia, uno stato contemplativo “musicato” in dolcezza da una sottile malinconia. Gli operosi e quasi festosi anni Trenta, la cospirazione antifascista, la Resistenza, nel suo caso, intuiti tutti come occasione di cambiamenti ma anche di sorprese, di riflussi, di tradimenti, di corruzione, di passi indietro. La nascita di nuove irragionevolezze e di nuovi fanatismi. Il dolceamaro di chi non può rinunciare al Sogno e sa che non sarà facile farlo diventare realtà.

Ecco il parallelo, ecco il motivo di questo mio rileggermi negli specchi di chi ho amato e ancora amo profondamente. Detto subito e senza indugio. Che poi, se penso alla mia giovinezza pre e durante e post universitaria sento le diverse stagioni della mia anima come le sentiva il mio Cassola: fede nel farcela, la elegante ragionevolezza del Sogno e poi il dilagare della sindrome Y (Y come Yesterday dei Beatles, la canzone che io ho sempre avvertito come quella della delusione, della morte) che era ragione in me di rabbia e, poi, per fortuna, di disprezzo, per molti altri motivi di pronta modificazione dei propri ideali.

Parlo dei transfughi, dei traditori, ripeto la parola, traditori, perché non è melodrammatica, è realistica e rispecchia bene il fenomeno ciclico dell’abbandono. Un andarsene critico delle antiche ragioni, fatto non in maniera originale, ma addirittura ripetendo senza creatività, in modo pedissequo, quello che gli avversari ci avevano sempre detto. Sì, terribile sentire vecchi compagni suggerire a noi, “destinati a rimanere a terra”, le stesse cose che ci facevano notare i nemici, quelli che, prima, combattevano a viso aperto. Posso dire con chiarezza che il sentimento da me provato era lo stesso avvertito da Carlo. Fra i suoi scritti, non a caso c’era il progetto di un romanzo che avrebbe voluto intitolare “Gli anni corrompono”.

Seconda visione. Che poi, il mare come realtà statica, lontana da ogni fatica sportiva, il mare come villeggiatura ha sempre presupposto la centralità delle unità, potremmo dire, aristoteliche di luogo di tempo e di azione. La stessa casa, a due passi da villa Ginori, nel quartiere che si affaccia sulla piazza della Chiesa, lo stesso bagno dove si parte che ancora si gattona e ci si trova con gli amici a discutere della facoltà scelta. Insomma, gli stessi amici, le medesime figure di riferimento. Venne, un giorno, però, lo ricordo per la sua implicita drammaticità, in cui, non so nemmeno io perché, la mèta estiva si spostò poco più a sud, rispetto alla mia Marina, in quel di Donoratico. Un esodo di massa. Il gruppo degli amici emigrò, compreso Cassola che, proprio lì, si era comprato casa. In pineta, a pochi passi dal mare. Un piccolo sentiero indurito dai passi, ombrato da pini flottanti, dal e verso il mare, che si muoveva anguilleo verso un luogo indefinito, demarcava la selva di conifere dalle dune increspate dal rusco e modificate dal vento veloce. Bellissima la zona: antica e solenne, legata ai versi di Giosue Carducci e alla storia dei Della Gherardesca. La villa del conte Gaddo, non a caso, dominava, come un vecchio fortino del west, una terra di nessuno tra il bagno Zattera e il Club Méditerranée.

Qui, proprio qui, ho vissuto una stagione importante. La casa di Cassola è stata per me un luogo dove ho potuto parlare in modo spontaneo dei miei interessi culturali, dei miei impegni di tesi, e di tanto altro ancora. Lì, e Dintorni, sono andato precisando l’universo dei miei valori, l’interesse per una storia, quella di Gobetti, del Giellismo, dei principi di quello che con una certa imprecisione è definito il liberalsocialismo, un ossimoro che ho sempre evitato di usare, se non per motivi di chiarezza nello studio. Ma le belle estati passate in Donoratico sono state anche altro rispetto a occasioni memorabili di crescita culturale, di meditazione.

Quindi non solo la mia curiosità nei confronti di quello che avrebbero potuto insegnarmi Carlo Cassola e Mino Trafeli, ma anche le nuotate, le camminate sulla spiaggia, le escursioni verso il golfo di Baratti e le colline circostanti e il percorso di un amore che, ancora oggi, vedo vestito con i colori e i barocchi capricciosi della Primavera e i profumi gli incendi di un’Estate che non morirà mai.

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