Testo a fronte/13
Le case degli altri
«Eravamo venuti con il van di Michele, l’unico tra noi che avesse compiuto diciott’anni, lavorava in un cantiere per la riparazione di un’ala della chiesa nuova del quartiere e aveva tranquillizzato di persona tutti i genitori...»
Con questo racconto inedito di Paolo Restuccia prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.
Noi ragazzi ci sfrenavamo sempre insieme, per strada tra i palazzi nuovi, ma quello che succedeva nelle case dei miei amici mi era oscuro. Ogni famiglia aveva le sue regole, i premi e le punizioni. Nei soggiorni, all’ombra proiettata dalla luce dei televisori, i nostri genitori avevano mani grandi di natura.
«Ma tuo padre la mena a tua madre?» mi chiese Mauro.
«Forse qualche volta, mi sa.»
«I segni glieli vedi?»
Non avevo mai visto un colpo sul volto di mia madre e pensavo che mio padre non sarebbe stato capace di picchiarla. Quel giorno vedevo invece il grosso livido scuro che Mauro aveva sotto uno zigomo, così evidente sulla sua pelle arrossata dal primo sole, in quel campeggio a Cannigione, in Sardegna, dove eravamo appena arrivati per fingere di essere diventati adulti.
Ci eravamo sdraiati sulla spiaggia e parlavamo di cose che non avremmo saputo dirci a Roma. Quel livido sul viso di Mauro l’avevo notato subito, appena saliti sul traghetto. Avevo pensato che prima di dargli il permesso di venire con noi, suo padre aveva voluto ricordargli cosa l’avrebbe aspettato una volta tornato a casa.
«Un padre deve menare, secondo voi?»
«Secondo me, no.»
«Certe volte sì, altrimenti come mi ferma a me?»
«Ma deve menare piano, sennò te sfonna.»
«Se mi mena piano, a me mi viene da ridere.»
«Ma se mena forte, te fa male.»
«E vabbè, poi passa.»
Eravamo venuti con il van di Michele, l’unico tra noi che avesse compiuto diciott’anni, lavorava in un cantiere per la riparazione di un’ala della chiesa nuova del quartiere e aveva tranquillizzato di persona tutti i genitori che comunque non vedevano l’ora di scrollarcisi di dosso per una settimana d’agosto.
«Tuo padre te li ha dati i soldi per venire qui?»
«E sennò come venivo?»
«Io, se non me li dava, glieli rubavo.»
«A me se glieli rubavo, m’ammazzava» disse Mauretto «anzi ammazzava mamma.»
«E perché mamma? Che c’entra lei?»
«E vabbè, mi menava pure a me, ma a lei le dava la colpa e allora erano cazzi.»
«Certo che tua madre è una bella signora.»
«Che vuoi dire?»
«Niente, che è bona.»
Era stato Michele a parlare, lui non faceva parte davvero del nostro gruppo, non sapeva che tra noi c’erano regole non dette ma chiarissime, per esempio non si diceva bona alla mamma di un amico, la mamma era tipo una santa pure se fosse stata una zoccola. Nel caso zoccola e santa.
«Tuo padre se la tiene stretta a tua madre, fa bene. È proprio bona, dai.»
Lo sapevamo che non aveva torto Michele, anche se tra poco Mauro l’avrebbe massacrato, sentivo la sua rabbia prendere corpo nell’aria. Tra noialtri, la madre di Mauro la chiamavamo la signora Palletta, perché era burrosa e dolce, bene in carne, ma non grassa, sembrava perfetta per rotolarsi insieme da qualche parte.
Mi alzai per cercare di frenare Mauretto, però lui aveva già sferrato una testata che aveva sfiorato il naso di Michele e se l’avesse preso gliel’avrebbe staccato, allora si alzarono anche tutti gli altri. Cercavamo di dividerli, mentre si battevano senza una parola, aggrappati con le braccia strette l’uno all’altro, coi respiri grossi accompagnati dal canto della risacca. Finì che Valerio e Claudio si sedettero sulla pancia di Mauro che s’agitava e io trattenni Michele che aveva preso a strillare: «Ci torni a piedi a Roma, ci torni a piedi, sulla macchina mia non ci sali.»
Gridavamo tutti e mi sentivo barbaricamente felice, percepivo l’adrenalina, l’odore del mare, sentivo che eravamo liberi in un luogo che ci spalancava gli occhi e il cuore.
«Faresti meglio a chiedergli scusa» dissi.
«Ma che gli ho detto? Che sua madre è bona?»
«Chiedigli scusa e finiamola qua.»
«Però è bona.»
«Sì, è bona, va bene, ma chiedigli scusa.»
Non ci fu tempo perché dalla pineta dietro di noi spuntò Armandino. Aveva la faccia del bandito che era, però con gli occhi tinti di sonno e l’aria afflitta. Era un ladro, ma era di zona e nella nostra zona non aveva mai fatto piangere nessuno. Avevamo pure frequentato la quinta nella stessa classe solo che lui aveva tre anni più di me e navigava tra le bocciature, in prima media non era approdato mai. Portava con sé una valigia di quelle piccole, una ventiquattrore.
«Ciao, ragazzi, ciao Paolè.»
Lo salutai. Anche da lontano sapeva di vino e di fumo, ma non si avvicinò più di tanto.
«Me lo potete fare un favore?»
«Se possiamo» dissi.
«Potete, potete. Mio fratello Orlandino ha avuto un incidente sul lavoro e devo tornare subito a Roma, parto tra due ore per Fiumicino… che me la portate voi, questa? Tanto mica andate in aereo, no?»
«No, ma che aereo, abbiamo un van.»
«Bravi, il van è quello che ci vuole. State solo attenti sul traghetto, mi raccomando. Ah, Paolè…»
«Sì?»
«Hai visto che potete?»
«E già.»
«Ah, Paolè…»
«Sì, Armandì?»
«Grazie Paolè…»
«Figurati, se non ci aiutiamo tra noi» dissi e non sapevo bene cosa intendessi: tra noi del quartiere, tra noi compagni di scuola, tra noi ladri…
«Me la riporti tu. Tanto lo sai dov’è casa mia.»
«Certo che lo so.»
Lo sapevo, ma non c’ero mai stato.
Era ad Arzachena Armandino e ci aveva visti. Coincidenza, caso o fortuna, comunque era un piacere fargli un piacere, come disse Valerio. Armandino mi consegnò la valigia e partì verso l’aeroporto.
Sul Messaggero del giorno dopo ci stava una pagina intera dedicata all’incidente sul lavoro di Orlandino, un carabiniere gli aveva sparato mentre usciva dalla finestra di un appartamento dei Parioli, era stato colpito a una spalla ed era pure caduto dal terzo piano dentro un cassonetto della spazzatura. Sul quotidiano lo davano per spacciato e noi ci abbiamo bevuto sopra un mirto che avevamo sottratto dal bar del camping. Pagare una bottiglia per brindare a Orlandino sarebbe stato fargli un torto, aveva detto Franco e ce la siamo presa senza che se ne accorgesse nessuno. La valigetta la portammo sempre con noi per tutta la settimana e poi sul traghetto, stando molto attenti casomai spuntassero dei cani poliziotto o della Finanza.
«Non siete curiosi di sapere cosa c’è dentro?» chiesi all’inizio del viaggio di ritorno.
«No. Mica è roba nostra» disse Mauro poi aggiunse: «E se ci fermano, non diciamo niente di Armando e di Orlando. Noi non lo sappiamo chi ci ha infilato ‘sta valigia nel van.»
«Giusto» rispose Michele.
Menarsi si poteva, rubare pure, tradire mai.
Quando tornammo a Roma, scoprimmo che non solo Orlandino non era morto, ma si era pure ripreso abbastanza velocemente, solo che doveva scontare diversi mesi a Rebibbia. La valigetta la riconsegnai ad Armandino, che mi ringraziò dicendo che stava giusto raccogliendo un milione per l’avvocato. Non riuscivo a capire perché casa loro fosse così misera visto che erano una famiglia di ladri professionisti molto bravi. Odorava di fumo e di vino, e pure sua madre e suo padre e il loro cane odoravano di fumo e di vino. Pure sua sorella, una sedicenne magrissima come tutti gli altri della famiglia. Sembravano acciughe capaci di infilarsi nelle fessure delle case degli altri.
«Te sei imparata a fare il caffè, no?» disse Armandino alla sorella, lei senza una parola si mise di fronte alla macchina del gas. Mi attirava lo sguardo un segno scuro che le percorreva la coscia sinistra fino al ginocchio e il fratello se ne accorse.
«È scivolata» disse Armandino e la madre rinsecchita rise.
«Sì, certo, però il caffè non mi va» dissi io.
«Ma lei lo fa lo stesso. E magari ce lo prendiamo insieme, io e te.»
La rinsecchita fece un’altra risata da matrigna dei cartoni animati e io dissi: «È proprio bona tua madre, Armando.»
La rinsecchita si bloccò e Armandino arrossì però non aggiunse nulla, né un gesto né una parola. La nostra amicizia era finita e me ne andai. Chi ero io per giudicarli, chi siete voi, non lo so. Erano le regole della loro famiglia, dopo tutto. Fuori però mi sentivo meglio, nell’aria fresca tra i caseggiati nuovi e il profumo di limone dei panni stesi.