Paolo Vanacore
Testo a fronte/15

La fiaba del chimico solitario

«Il “Piccolo Chimico" era il suo giocattolo preferito, un modo per dominare, in piccolo, quelle stesse forze imprevedibili che gli avevano portato via la famiglia...»

Con questo racconto inedito di Paolo Vanacore prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.


C’era una volta un uomo la cui vita era racchiusa in un reticolo di formule chimiche. Per lui, il mondo esterno non aveva sostanza: era solo un rumore di fondo, una reazione impura e incontrollata. Il suo universo erano gli alambicchi che borbottavano segreti, i gas che danzavano in provette, le reazioni che accendevano lampi di senso nel caos. La chimica non era solo la sua professione ma un rifugio, una prigione, la ragione che gli aveva rubato la vita e, paradossalmente, l’unica che gliene avesse mai data una. La sua storia affondava le radici in un’altra reazione, violenta e incontrollata: l’esplosione della fabbrica di fuochi d’artificio dove entrambi i genitori avevano lavorato e perso la vita quando lui era poco più che un bambino. Il boato aveva cancellato ogni certezza. Le indagini non erano mai approdate a una spiegazione definitiva – un mozzicone di sigaretta, un corto circuito – ma quando un perito ipotizzò per la prima volta una reazione a catena innescata da un composto instabile, nel ragazzo qualcosa si accese. Quella scienza, capace di generare un tale splendore e una tale distruzione, divenne la sua ossessione.

Il “Piccolo Chimico” era il suo giocattolo preferito, un modo per dominare, in piccolo, quelle stesse forze imprevedibili che gli avevano portato via la famiglia. Durante l’adolescenza, in un collegio dove era temuto ed emarginato come “il pazzo incendiario”, i suoi esperimenti divennero più pericolosi, concentrandosi sulla combustione: forse, segretamente, sperava di ricreare quel fuoco primordiale per comprenderlo, per domarlo. Ne uscì con un’avversione viscerale per il prossimo. Le persone erano diventate per lui variabili imprevedibili, catalizzatori di dolore. La laurea con lode in chimica sperimentale e l’assunzione come ricercatore non cambiarono la sua natura. Si era ritagliato una tana in un seminterrato di venticinque metri quadri, un luogo umido e disordinato, la cui unica finestra si affacciava su un mondo ridotto a uno scorrere di scarpe e caviglie anonime. Solo lì si sentiva al sicuro. Lì, dove tutto era prevedibile.

Fino al giorno in cui la vita, ostinata e minuscola, fece breccia attraverso una fessura: una colonia di formiche, approfittando del suo disordine, invase il suo regno. All’inizio furono un fastidio, un’invasione di quel poco spazio che sentiva suo. Ma poi, iniziò a osservarle. Le vide marciare in fila indiana, instancabili, ognuna parte di un disegno più grande. Erano operose, collaborative, e ogni minuscolo frammento di cibo che trasportavano rappresentava una vittoria collettiva. Quella vista meccanica, eppure vitale, risvegliò in lui un ricordo sepolto, l’unico momento felice della sua infanzia: l’ultimo Natale con i suoi genitori, il giorno che lo portarono a teatro ad assistere alla commedia musicale “Aggiungi un posto a tavola”. Con mano tremula, aprì il computer e cercò “La canzone delle formiche”. Le note allegre e le parole semplici gli colpirono il petto come un pugno, aprendo una crepa nell’armatura di ghiaccio che si era costruito intorno.

Una formica è solo una formica, uno zero una nullità… ma basta che abbia vicino le compagne, quella formica smuove le montagne“.

Quelle parole divennero un mantra, un rimprovero e un’invocazione. Le formiche non erano più insetti, ma il simbolo di tutto ciò che aveva rifiutato: la comunità, la fiducia, la forza della condivisione. Iniziò a parlare con loro, a nutrirle con cura meticolosa, a passare ore e ore a osservare la loro società perfetta. Si commuoveva nel vederle, ne comprendeva intellettualmente la lezione, ma il suo cuore era ancora intrappolato in un laboratorio solitario. Aveva la sensazione di aver toccato il fondo e, sebbene intravedesse una via d’uscita, non aveva la forza di risalire, di rinascere.

La svolta arrivò proprio grazie a una reazione chimica.

Era il giorno di Natale. Due formiche, esploratrici temerarie, erano cadute in una vecchia vaschetta di panna dimenticata sul tavolo. Le vide annaspare, disperate; le zampette si muovevano freneticamente nel bianco pantano. Il suo primo impulso fu di aiutarle, ma mentre si avvicinava, notò qualcosa che fermò la sua mano. La panna, sotto il loro movimento incessante, iniziava a montarsi. Un lampo di intuizione, puro e cristallino, gli illuminò la mente. “Ma certo,” esclamò ad alta voce, un suono estraneo in quel silenzio. “È una reazione chimica! Il grasso della panna, sottoposto allo sforzo meccanico delle loro zampe, incorpora aria e solidifica!” Non fu la compassione a salvarlo in quel momento, ma la sua stessa, amata chimica. Quella stessa scienza che lo aveva isolato dal mondo ora gli mostrava come funzionasse la salvezza: attraverso uno sforzo collettivo e persistente, anche il pericolo più insidioso poteva trasformarsi in una via di fuga. La panna, diventata solida, offrì un appiglio alle due formiche, che riuscirono ad arrampicarsi e a raggiungere il bordo della vaschetta, salve. Con gli occhi bagnati di lacrime, le vide ricongiungersi alle compagne. Allora si guardò nello specchio appannato e vide un estraneo, un uomo incrostato di polvere e solitudine. Sorrise a quell’estraneo e, con una determinazione nuova, si lavò via il peso degli anni, tagliò la barba incolta che celava il suo volto, indossò un vecchio abito che, chissà come, sapeva ancora di mondo. Aprì la porta, salì le scale e, proprio come le due formiche, finalmente uscì dal seminterrato.

La luce del giorno lo abbagliò, l’aria gli bruciò i polmoni, ma era un dolore buono, un dolore di rinascita. Iniziò a camminare, senza meta, ma con un proposito. Sorrise a un passante. Poi a un altro. E, con una voce che non usava da tempo per parlare a nessuno, prima mormorò, poi disse con chiarezza: “Buon Natale”. Un semplice augurio che rappresentava l’inizio di una nuova vita, la prima molecola di una reazione a catena che però doveva ancora completarsi. Nei giorni a seguire, infatti, l’uomo decise di ripulire e sistemare completamente il seminterrato, attento a salvaguardare la colonia di formiche e a rispettarne la presenza. Le osservava ancora, ma non più con la disperazione di chi cerca una risposta, bensì con la gratitudine di chi l’ha ricevuta.

Una mattina, il suo sguardo fu attratto non dalla fila instancabile, ma da una coppia di operaie. Si erano incontrate nel mezzo del loro cammino. Si fermarono; le antenne si toccarono in un vibrare rapido e complesso. Poi, con una delicatezza che commuoveva, una di esse rigurgitò una goccia minuscola di cibo liquido, offrendola all’altra. Era un gesto intimo, di sostentamento e di legame, che andava al di là del semplice dovere verso la colonia. Era un dare e un avere privato, un segreto condiviso in mezzo alla folla. Quel piccolo rito, quella trofollassi, gli si stampò nella mente con la forza di un’epifania. Le formiche gli avevano insegnato la forza del branco, l’importanza di smuovere insieme le montagne. Ma ora gli stavano mostrando l’altro volto della medaglia: capì infatti che all’interno della comunità esiste uno spazio sacro per il legame a due, che anche la cooperazione più perfetta non annulla l’individualità, ma la esalta attraverso una connessione speciale. Realizzò che l’amore non è la negazione di quella ritrovata socialità, né un ritorno alla solitudine, bensì la costruzione di un microcosmo, di una piccola colonia a due, fondata sulla stessa fiducia e sullo stesso sostegno incondizionato.

Alzò lo sguardo dalla colonia e lo posò sulla città brulicante oltre la finestra. Non vide più solo una folla anonima, ma un reticolo infinito di potenziali connessioni. Per la prima volta, l’idea di cercare qualcuno con cui condividere non solo il pane, ma la propria stessa essenza – i silenzi, le paure, le piccole, quotidiane offerte di cibo e di cura – non gli parve una montagna insormontabile, ma la sua prossima, naturale missione.

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