Danilo Maestosi
Il museo immaginario/2

La donna di Cnosso

Prosegue la nostra costruzione di un museo immaginario: il rapporto tra vita e forma fa tappa a Cnosso, tra pitture di quattromila anni fa che mescolano perfezione formale e gioia di vivere. Come se fosse esistito un mondo senza guerre...

Armatevi di ago e filo. È come un mosaico di ritagli di stoffa il museo che sto costruendo a puntate e che vi invito a visitare, sperando che vi venga la voglia o il bisogno di farne uno a vostra misura. Una sorta di tela di Penelope, dove però ad assediarci ci sono altri Proci, i tiranni, i gradassi e i parassiti di oggi. E dove la trama del disegno, buttato giù la notte e poi cancellato, non sparisce del tutto, come succede ai sogni belli e brutti che ci hanno turbato, ma lasciano tracce nelle veglie della nostra inquietudine. Frammenti sparsi da ripescare e rimettere insieme. Senza nascondere il rammendo e le sue giunture. Come nelle ceramiche rincollate con bordi d’oro, oggi oggetti di culto in Giappone: Kintsugy.

Rubo questa suggestione al saggio di Pepe Barbieri e Alessandro Lanzetta, due titolati architetti romani di due diverse generazioni, impegnati a confezionare contro il conformismo di tanti colleghi operazioni di rammendo urbano condotte e inquadrate dal basso sulle slabbrature delle nostre città.

Fare e disfare forme e messaggi lasciando come Arianna e Pollicino segni del proprio viaggio perché altri possano addentrarsi nel labirinto. Non è forse quello che fanno gli artisti più autentici, spesso non i più premiati? Un’operazione che rivendica libertà e licenza di confezione quella su cui ho iniziato e proseguo a costruire questo museo di immagini illuminanti che riaffiorano a sprazzi della mia memoria.

Calpestando con qualche eccesso di fantasia i confini e le regole della geografia e soprattutto del tempo, che, come ci ha insegnato la fisica quantistica, prende corpo in avanti e all’indietro dalle nostre domande, dalla relazione che stabiliamo con la sua impalpabile misurazione.

Eccoci dunque di nuovo in Grecia a disseppellire immagini di una civiltà molto più remota di quella continentale che ha partorito il sorriso dei kouroi. E luoghi che oggi battezziamo e visitiamo col nome della stessa nazione, ma rimandano a mappe di un altro universo fantastico, scandito dal respiro errante del Mare. È la cultura fiorita nell’arcipelago di isole dell’Egeo più vicine alle sponde orientali del Mediterraneo, che trova il suo epicentro a Creta. Dal tramonto della preistoria all’età del bronzo.

Gli archeologi l’hanno sezionata in varie caselle, usando come bussola la nascita, il crollo e la ricostruzione dei suoi palazzi e la datazione della sua produzione ceramica diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo. E hanno diviso in due la sua storia, che dura per più di un millennio, erigendo barriere tra civiltà minoica e civiltà cicladica che hanno un senso relativo se si assegna il ruolo di primattrice a Creta cui le isole vicine si associano in federazione.

Tutte le immagini con cui ho allestito la passerella del mio museo sono racchiuse in un arco di tempo tra il 1600 e il 1400 a. C. Un meraviglioso scrigno di produzione artistica in cui le ha iscritte del resto la sua stessa scoperta. Guidata da un sogno che ne propaga gli effetti profetici, partorendo altri sogni, in un gioco di scatole cinesi che ci prende all’amo anche oggi.

Il sogno, molto simile a quello che pochi anni prima aveva spinto Schliemann a identificare in un angolo di Turchia ormai irriconoscibile il recinto di mura di Troia, è generato da un’altra catena di miti: il regno di Minosse e Pasifae, del Minotauro, di Dedalo l’inventore del labirinto e di Arianna che per amore ne viola il segreto. Un’ossessione che contagia la mente di un archeologo altrettanto spericolato, un nobiluomo inglese, Arthur Evans.

All’inizio del Novecento sbarca a Cnosso e nel giro di pochi anni ritira fuori dalle macerie un palazzo regale che assegna senza esitazione a dimora di quella favolosa dinastia di personaggi d’epopea. Sulle pareti delle sale di rappresentanza spuntano frammenti di affreschi a tinte forti ma spenti e molto malmessi. Come quello con cui apro questa carrellata (nella foto accanto al titolo). Un mezzobusto di donna, chiome arricciate che le ricadono sulle spalle, volto coperto di biacca, poi sulle labbra increspate una spessa dose di rossetto. Una postura da dea, ma anche una sfida di marcata sensualità. L’immagine farà il giro del mondo, riscuotendo un successo e un interesse d’eccezione. La ribattezzano con un nomignolo, La Parigina, che la smercia come una foto rubata da un catalogo di moda. In un balzo avanti nel tempo che quasi cancella quei quattromila anni di distanza.

Lo stesso pallore di cipria sul volto, che l’Occidente aveva da poco importato dal Giappone, lo stesso rosso fuoco di sfida erotica e dominio sulla bocca, che ostentavano le dame e le donne qualunque sui boulevard di Parigi, che allora era la capitale del gusto e dell’arte. Una Pasifae reincarnata per ammaliare la furia di modernità degli intellettuali dei salotti buoni, come una profezia di miracolo precipitata dal passato, alla quale il mondo della Bella Époque che sta per essere inghiottito nella voragine della guerra totale si aggrappa per tener vivi i propri slanci di desideri e trasgressione.

Poi a fare il resto arrivano sempre da Cnosso le immagini di altri affreschi a grandezza dilatata, resi ancora più eccitanti, quasi un anticipo del technicolor in cinemascope che verrà, dai disinvolti completamenti e ritocchi che Evans concede alla truppa di pittori che si è portato appresso. Intere scene rimontate a tutto tondo ne reinventano i tasselli mancanti a ricomporre un tripudio di colori e una grazia di forme mai visti. Suggestioni visive che accenderanno la fantasia degli artisti del tempo oltre le frontiere dell’impressionismo dominante verso gli orizzonti di novità del liberty. E le tonalità accese dei fauves e degli espressionisti. Fino alle tele di Klimt. Tutti gli artisti sono ladri, reticenti o confessi.

Poco importa che siano dei falsi, perché quei falsi scavalcano le barriere del tempo e danno vita ad altri sogni. La chimera di una civiltà ideale che può sempre tornare, chissà, a legittimare e tener viva la speranza di un mondo emendato e migliore. Un’antologia di proiezioni e miraggi, che trova nella Cnosso di Evans la sua resurrezione.

È una città senza mura di difesa. Che sembra ignorare la guerra. La cronaca suggerita dagli affreschi e alle architetture non registra la presenza di armi e di soldati. A compensare scudi e lance c’è il furore simulato, da palestra, di due pugili.

Certo non è democrazia, è una società fondata sull’indiscussa guida aristocratica delle famiglie più ricche amministrata con una evidente redistribuzione delle ricchezze. Nei palazzi nobiliari si provvede all’ammasso delle risorse agricole e commerciali comuni, ad ospitare luoghi per il cibo, botteghe e attività artigiane, per questo le abitazioni sono frazionate in una successione di stanze, depositi, stanzette attorno a un grande cortile centrale per incontri e riti collettivi. Una sequenza cosi fitta da apparirci spaesante. Sì, proprio come il labirinto del mito, che forse nasce proprio da questo groviglio popolaresco di locali e funzioni, incomprensibile per i bellicosi sovrani Micenei che espugnarono l’isola segnando il tracollo di quella cultura.

Un’invenzione degli Achei mi appare anche la presunta ferocia da mostro carnivoro del Minotauro che si ciba di giovanetti importati come dazio di guerra dalle città del continente. Una narrazione che fa a pugni con le immagini festose dei ragazzi locali che giostrano d’abilità con i tori, giocando a scavalcarli, anche a rischio di finire incornati. Come nelle corse pazze tra le vie di Pamplona, che ne sopravvivono in facsimile. La corrida messa al bando con quattromila anni d’anticipo. Una cerimonia che incorona i tori e la loro potenza come divinità ferine che evocano la vitalità dell’istinto e della forza maschile. Difficile accreditare, come fa il mito, in quest’aura di magico arcaismo riferimenti ad accoppiamenti bestiali che generano creature maligne e crudeli da nascondere in gabbia. E da offrire alla vendetta di Teseo, eroe ateniese che tradisce e abbandona Arianna, la donna che l’ha aiutato.

Una ingratitudine da maschio arrogante che appare inammissibile in questa Creta remota che nel racconto dei suoi affreschi custodisce gelosamente il culto del matriarcato, ereditato dal Pantheon mesopotamico, ma semplificato in icone di donne innalzate sull’altare della venerazione di tutti. Soprattutto dei maschi, dipinti con i muscoli bene in vista, ma con la pelle brunita da meticci, anche quando ostentano nobiltà, come nell’icona malamente ritoccata del principe dei gigli, sormontata da un copricapo piumato. Donne rese quasi irraggiungibili dal candore di cipria che ne esalta le grazia di custodi e sovrane della fertilità, la moneta più pregiata di quella civiltà contadina.

Esaltate da una bellezza raffigurata in un trionfo di leggerezza e linee curve, in una sensualità senza falsi pudori e senso di peccato, la morbidezza dei seni esposti alla vista da corsetti stretti in vita ma aperti davanti, l’eleganza degli abiti. Di quei pantaloni a pigiama che sventolano attorno alle caviglie come modellini da bancarelle di Positano che in quel primo Novecento trovavi solo nelle boutique d’alta moda.

Sono tutti questi echi di attualità, aperti ad ogni possibilità di plagio, a conquistare l’ammirazione della platea della Bella Époque. Un innamoramento un po’ cieco, spazzato via dagli orrori delle trincee del ‘15-‘18 e delle bombe atomiche sul Giappone trent’anni dopo.

Il fascino di Creta? Ridimensionato col ritorno alla ragione, dal ritrovato legittimo rigore degli archeologi e dal turismo onnivoro di massa che riscopre l’Egeo, un’isola vale l’altra, cambia poco come il sapore dell’ouzo e della retsina. E il palazzo ridipinto di Cnosso?: un bell’album di figurine senza timbri di autenticazione A me fa pensare alla raccolta i calciatori della Panini, un gioco di collezionismo in bustine che deve il suo boom commerciale, oggi usurato, a una manciata di faccine introvabili, quasi tutte di gregari.

Già, cosa manca al campionario addomesticato dell’arte di Cnosso che pure, capitale di quell’arcipelago, fa in pagina la parte della Juventus di Sivori, del Napoli di Maradona, della Roma di Falcao? No, le caselle dei campioni bene o male sono riempite. Mancano i volti qualunque dei calciatori di rincalzo, quelli che fanno la squadra anche se non fanno goal, che macinano chilometri, si portano appresso l’odore di verità del campo e degli spalti, del tifo delle curve. Manca, fuor di metafora, il racconto e la descrizione della vita comune, in mare e nell’entroterra, il sapore di realtà del popolino che abita e anima strade, piazze, cerimonie e architetture, scheletro parlante del patto d ‘associazione che attraversa e sorregge qualunque civiltà umana. Manca il contrappunto del coro presenza essenziale delle tragedie nell’Atena di Pericle. E il soffio sfrontato d’innocenza del popolo di borgata, cantato dal primo Pasolini.

Alla periferia del piccolo impero cretese bisogna infatti spostarsi per recuperarlo. A Santorini e nel suo antico centro di comando, Akrotiri, ribattezzato in tempi moderni col nome di Thera. Ma è un tesoro sepolto sotto metri e metri di sassi e di cenere, dall’esplosione del vulcano sommerso al centro della baia.

Una sciagura analoga a quella che ha cancellato e ci ha regalato quasi intatta la meraviglia di Pompei. Ma senza stragi umane. Sotto le macerie di Akrotiri non spuntano ossa e corpi ridotti dalla lava a fantocci. Gli abitanti locali più abili a captare segnali del pericolo sono riusciti in tempo a fuggire, molti trovando riparo proprio a Creta. Una tregua di duecento anni, prima del devastante attacco dei guerrieri di Micene che segnerà comunque la fine del regno minoico-cicladico.

Gli scavi ad Akrotiri partono più di 60 anni fa. Ma è solo in questo terzo Millennio con la sistemazione e l’apertura alle visite dell’antico abitato e il trasferimento delle pareti affrescate in un vicino museo che ne garantisce la conservazione e le espone alla vista che le scoperte hanno conquistato l’ammirazione del mondo. Le immagini ora circolano gettonatissime e commentatissime su Internet. Basta cliccare: affreschi di Akrotiri. E passeggiare con lo zoom sulle icone che più vi hanno colpito.

Per il mio museo ne ho selezionate tre, che ho avuto la fortuna di osservare dal vivo. Sorgenti di emozioni imperdibili.

La prima è una sorta di istantanea di gruppo scattata a distanza ad abbracciare l’intero panorama di Akrotiri. Sicuramente tra i primi paesaggi della storia della pittura. Siamo ancora lontani dalle resa algebrica della distanza. La scena è divisa in tre fasce quasi parallele fuse però da una curvatura che segue la linea della costa. In primo piano il via vai delle barche da un porto all’altro. Grandi e piccole, alcune a remi, una sospinta da una vela, un’altra con un baldacchino al centro che ripara dal sole una donna altolocata. Frenetico ed essenziale il lavoro dei marinai, sagome brunite appena accennate.

In secondo piano c’è la città, senza mura di protezione. Dai moli si innalza un palazzo a tre piani, disegnato a colori vivaci. Sul tetto una piccola folla di spettatori. Sulla sinistra si vede l’interno di una casa, dentro una donna, sicuramente una popolana che su viso non ostenta la sacralità del cerone bianco. Acqua e cielo sono uniti dallo stesso sciamare di dorsi e musi di delfini. Ecco il modello dai cui nasce la scena con gli stessi cetacei che nuotavano come divi nella Cnosso di Evans, imprigionata su una parete in un palese e leccato odore di falso.

E infine le colline animate da una cavalcata di antilopi. Dai balzi di scimmie blu. Una natura che convive in piena empatia con la presenza umana. Rinfacciando a noi testimoni di oggi una perduta innocenza, e promettendo a quei progenitori dell’Egeo una felicità declinata al femminile che può portare all’abbaglio. Guai a considerare la Natura una mamma protettiva, negando la sua essenza neutrale, che respinge ogni illusione di complicità e può rovesciarsi in sciagura. Come avrebbe insegnato quel vulcano ribollente che è esploso, annegando per secoli i fasti di Akrotiri.

Ma che miniera di forme e colori può comunque regalarci quell’universo parallelo, addestrando gli artisti ad imitarlo. Come è avvenuto agli artigiani di Akrotiri folgorati dal miracolo di quei fiori a bulbo, i crochi, trapiantati sul suolo vulcanico, che hanno premiato con un successo senza confini gli agricoltori e i mercanti dell’isola.

Un repertorio di linee e di tavolozze cromatiche, rubato da quei fiori a corolla da cui spuntano come lame taglienti i ciuffi di pistilli che ne custodiscono i veri poteri, immortalato nel paesaggio che ho scelto come seconda icona esemplare per il mio museo immaginario. Un dorso accavallato di collina dove la resa stilizzata del pennello innalza e ingigantisce quelle buffe piante elevandole a monumenti di fecondità. Perché è da lì che si estrae lo zafferano, la spezia che insaporisce ogni cibo ma da cui si distillano medicinali prodigiosi, che agevolano la possibilità di procreare, stimolano la sensualità, appianano col profumo le turbe dell’anima. Un elisir erotico cantato in uno dei poemi più belli della Bibbia, il Cantico di Salomone. E scelto da Esiodo come simbolo dell’età dell’oro.

Una forza vitale e generatrice che la civiltà minoico-cicladica consegna come stigmate divine all’amministrazione delle donne, dee e sacerdotesse di un culto che sorregge l’intera civiltà di quell’arcipelago beato.

Da quelle scene tutte al femminile che popolano le pareti di templi e palazzi minoici, ricevono offerte di gratitudine per i raccolti di zafferano, presidiano e gestiscono lo spazio con l’avvenenza dei loro corpi, la sicurezza carica di speranza dei loro corpi. Esemplari stilizzati che trovi in abbondanza anche a Creta. Nessuna però regge il confronto con un’immagine, davvero unica, che ho trovato visitando il museo di Akrotiri. Lo stesso corpo sinuoso, lo stesso mento sporgente, gli stessi pantaloni svolazzanti e tigrati, ma immerso in un habitat, in un’esplosione cromatica che ne fanno davvero altra cosa. Tramutano il distacco ascetico di quella sagoma in un’offerta di accoglienza accudente. E irrorano di sangue l’intera rappresentazione, un fluido vitale che porta calore alle membra esalta il fiore che quella visione voluttuosa e lo proietta verso il cumulo gonfio di terra che l’ha tenuto in grembo.

Una visione del femminile e dell’eredità del matriarcato più articolata e ricca di sfumature di quella che il femminismo d’Occidente porta in piazza e sventola come bandiera di solidarietà con le donne iraniane. Ne ho ritrovato gli echi nella Persia rivendicata da due brave pittrici iraniane forzate all’esilio, Rasta Safari e Houra Farzaneh, che ho accompagnato in tre mostre lungo un tragitto di autocoscienza creativa.

Nei loro quadri l’orizzonte di una civiltà feconda da cui anche noi ribelli d’Occidente dovremmo trarre insegnamento, per stare al fianco del popolo di quel paese straziato. Oppresso da un regime teocratico che soffoca la libertà delle menti e dei corpi nel nome di un Dio delle armi spietato e vendicativo. E minacciato da un tiranno, accecato da soldi e potere come Trump che quella civiltà millenaria – lo ha proclamato – è pronto a cancellare sotto le bombe, per dar prova della sua forza.

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