A proposito di “Consonance”
Joe Henderson, urgenza e forma
Pubblicato un concerto "perduto" (e finora inedito) di Joe Henderson del 1978 dove si sente più forte e nitido il senso dell'hard bop
Nel 1978, sul palco del Jazz Showcase di Chicago, Joe Henderson sembra attraversare una soglia che nelle sue incisioni in studio di quegli anni si percepisce solo a tratti. Consonance, doppio live inedito, pubblicato dalla Resonance records, non è semplicemente un documento aggiuntivo: è una fenditura aperta dentro la sua parabola artistica, uno spazio in cui la sua musica torna a respirare a pressione alta, come se la materia sonora avesse bisogno di essere rimessa in uno stato di urgenza.
Per cogliere fino in fondo la natura di questa intensità, conviene risalire a una provenienza meno ovvia di quanto si potrebbe immaginare. Henderson nasce nel 1937 a Lima, Ohio, lontano dai centri nevralgici del jazz, e cresce musicalmente senza aderire a una scuola dominante. Quando arriva a New York all’inizio degli anni Sessanta, porta con sé una voce al sax tenore già formata, una consapevolezza del suono già pienamente manifesta. Gli anni alla Blue Note Records ne segnano l’emersione, con dischi che restano tra i più fertili laboratori del linguaggio hard bop, da Page One a Inner Urge fino a Mode for Joe. Intorno a lui gravitano figure come Kenny Dorham, Herbie Hancock e McCoy Tyner, ma il suo percorso mantiene una qualità appartata, quasi obliqua. Non costruisce una scuola, non impone un modello. La sua musica si sviluppa per scarti progressivi, trasformazioni interne che spesso sfuggono a una lettura immediata.
È forse anche per questo che gli anni Settanta, osservati attraverso la sola discografia ufficiale, possono apparire discontinui. Eppure, ascoltando Consonance, quella traiettoria torna a mostrarsi nella sua coerenza profonda. L’avvio con Mr. PC, omaggio dichiarato al quartetto di John Coltrane, non ha nulla di citazionistico. È piuttosto un terreno di verifica. Henderson entra in quella lingua e la riporta a una dimensione personale, come se il lascito coltraniano fosse ormai materia assimilata, non più modello da evocare.
Il quartetto lo segue con una compattezza sorprendente. Joanne Brackeen, presenza centrale, rilancia ogni frase con un pianismo energico e stratificato, capace di espandere la tensione senza irrigidirla. Accanto a lei, Steve Rodby e Danny Spencer costruiscono una base mobile, elastica, in cui il tempo non si limita a sostenere ma partecipa attivamente alla direzione del discorso. I brani si dilatano oltre i venti minuti, e tuttavia la durata non diventa mai dispersione: ogni minuto sembra necessario, come se la forma dovesse essere cercata dentro il tempo. In questo contesto, il modo di suonare di Henderson si rivela con particolare chiarezza. Il suo fraseggio, più che svilupparsi in arcate continue, procede per aggregazioni successive. Piccole cellule si formano, vengono riprese, deviate e trasformate. Il discorso melodico non avanza per linearità, ma per addensamenti e scarti, come se ogni frase contenesse al proprio interno la possibilità di essere smentita o rilanciata.
Il suono stesso partecipa a questa dinamica. L’emissione è piena, centrata, eppure attraversata da una grana che ne incrina la levigatezza. Non si tratta di un effetto espressivo superficiale, è una qualità strutturale, che incide sulla forma delle frasi, ne altera il peso, ne modifica la direzione. Una nota tenuta può aprire uno spazio di sospensione, un accento più duro può ridefinire l’equilibrio dell’intera sequenza.
In Inner Urge, questa logica emerge in modo esemplare. Il tema, già costruito su una tensione armonica instabile, diventa qui un campo aperto. Henderson si muove dentro e ai margini dell’armonia, accumula energia senza cercare una risoluzione definitiva. Il senso non sta nell’arrivo, ma nel mantenimento di un equilibrio precario, continuamente rimesso in gioco.
Anche quando affronta standard come Softly, as in a Morning Sunrise o Good Morning Heartache, il suo approccio resta fedele a questa attitudine. Il tema viene attraversato, spostato, riorganizzato dall’interno. Rimane riconoscibile, ma come visto attraverso una lente che ne altera le proporzioni, mettendone in evidenza tensioni latenti.
A riportare alla luce questa preziosa registrazione è Zev Feldman, produttore della Resonance, soprannominato «Jazz Detective» per la sua instancabile attività di scavo negli archivi, grazie alla quale numerosi documenti creduti perduti hanno trovato una nuova vita.
Resta, alla fine, la sensazione di trovarsi di fronte a un Henderson pienamente immerso nel proprio processo creativo. Non una figura già fissata in una forma definitiva, ma una voce che continua a interrogare il proprio linguaggio, a metterlo alla prova, a spingerlo oltre i propri confini.
Ed è forse questo che rende Consonance così necessario oggi: non aggiunge soltanto un capitolo, ma restituisce il movimento stesso di una musica che rifiuta di stabilizzarsi, che trova la propria verità proprio in quella instabilità, in quella tensione che non si lascia mai del tutto risolvere.