Testo a fronte/10
Il suonatore di tamburello
«Caro signore, dice dopo un po’, passano i giorni e diventiamo vecchi, vorrei sedermi anch’io, ma il tamburello non si suona stando seduti»...
Con questo racconto inedito di Giuseppe Grattacaso prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.
Il suonatore di fisarmonica ha avuto un impercettibile movimento della testa, una specie di cenno in direzione di nessuno. Al suo fianco il suonatore di tamburello ha continuato ad andare fuori tempo. Il suonatore di fisarmonica è seduto su uno sgabello che sembra sul punto di cedere. I pantaloni, di un blu stinto, sono logori sulle ginocchia e sicuramente troppo pesanti per questa stagione. Ha gli occhi fissi davanti a sé, il corpo dà l’impressione di non muoversi. Non fosse che per le mani e le braccia, che volteggiano come per proprio conto, diresti che la fisarmonica si suoni da sola. Non sono movimenti frenetici, piuttosto passi di valzer, solo a tratti più veloci, scarti di lato appassionati, incaute discese, brevi pause, piroette tristi. Ma il suono che proviene dallo strumento bianco avorio, con tratti in verde smeraldo e il mantice rosso cupo, che si gonfia e si svuota, beccheggia, si consuma di nostalgia, ha così tanta forza da suggerire immagini e parole, da costruire case e strade, disegnare dita affusolate di donne e ciglia languide, tanto che chi si fermasse ad ascoltare anche solo per un minuto, ne rimarrebbe abbagliato.
Nessuno però si ferma. Nemmeno un bambino curioso o un vecchio per prendere fiato. Le gambe transitano veloci, le orecchie sono impegnate in telefonate, gli occhi si rifugiano nell’assenza. Rimango per un poco a qualche metro di distanza. Non capisco perché i due uomini abbiano scelto questo antro buio e maleodorante. La volta è oscurata da teli e reti probabilmente per lavori che interessano il soffitto. Nel resto della via i portici risplendono nella loro eleganza. La giornata è soleggiata, il cielo limpido.
Mi fermo. Devo avere un atteggiamento impacciato. La musica mi trattiene, le note scivolano, si arrampicano, sospendono il fiato. Non riesco a spiegarmi la presenza del suonatore di tamburello. È in piedi, l’aria dinoccolata, lo sguardo spesso rivolto al compagno con la fisarmonica tra le braccia, come a cercare un suggerimento, un gesto che possa ispirarlo. Evidentemente non succede. Il ritmo che l’uomo dà al tamburello è del tutto fuori contesto. Sembra che abbia in testa una sua musica o forse nemmeno, nessuna musica, solo un tamburello che va senza una guida.
Riconosco un motivo di Carlos Gardel. Mi avvicino, cerco il cappello dove posare qualche moneta. Mi sembra di essere rimasto troppo tempo lì fermo e di essere di intralcio. Da dove viene, chiedo parandomi davanti al suonatore di fisarmonica, dove ha imparato a suonare. L’uomo non alza gli occhi, lo strumento soffia e continua a indicare il suo senso del mondo. Il pezzo di Gardel ha un improvviso affaccio sull’abisso.
È quasi completamente sordo. A rispondere indirettamente alla mia domanda, con una voce roca e strapazzata, è il suonatore di tamburello. È alto, mi guarda con uno sguardo che arriva da qualche anno prima. Avrei bisogno di un caffè, continua. Viene con me, chiede.
Mentre ci avviamo, si volta verso il suonatore di fisarmonica. Non parla, muove solo una mano in un gesto distratto e rallentato. È il suo modo di dire che andiamo a prendere un caffè, presumo.
Il bar è poco distante. Ci sediamo ai tavolini sotto i portici. La massa di persone continua a vagare nelle due direzioni. Qualcuno ogni tanto rallenta, sfiorato da un pensiero proveniente da un lago interno o perché ha sentito squillare il telefono che ha in tasca. Quando il cameriere torna con i caffè, noi non abbiamo ancora detto una parola. Il silenzio però non mi imbarazza, solo che non so cosa ci faccio al tavolino di un bar dove non sono mai stato, in compagnia di un uomo che non conosco e che ha un’espressione inspiegabile sul volto. Deve pensarlo anche la bambina con i capelli biondi, che si ferma a guardarlo. Guarda fisso l’uomo, il suonatore di tamburello che ora è solo un vecchio magro e alto seduto a un tavolino di un bar sotto i portici, in una giornata di sole. La bambina continua a guardarlo, come se cercasse di riconoscere il senso di quella presenza o forse come a considerare se inserirlo a pieno titolo all’interno della categoria degli umani. Lo guarda finché la mamma non la richiama.
Solo ora mi accorgo che due rughe profonde gli incidono le guance come ferite di arma da taglio. Non so come sia diventato sordo, dice, un giorno mi ha confessato che da qualche tempo gli sembrava di vivere in un palazzo disabitato. È già passato qualche anno, dice.
Ha un chiaro accento argentino e l’espressione di uno che non si concede distrazioni. E come fa a suonare, chiedo. Una volta mi ha detto che non ha bisogno di ascoltarsi, che tutto quello che sa e che vuole dire è dentro di lui.
Caro signore, dice dopo un po’, passano i giorni e diventiamo vecchi, vorrei sedermi anch’io, ma il tamburello non si suona stando seduti. Lo guardo per capire se sta dicendo sul serio, ma il suo sguardo è concentrato sulla tazzina vuota. Conosce Gardel, mi chiede cambiando improvvisamente argomento. Faccio un cenno d’assenso. È di Gardel il brano che il suo amico suonava prima che venissimo qui, dico dopo un po’. Suonavamo, mi corregge.
Vorrei ricordarmi gli odori di Buenos Aires, i volti delle persone, dice guardando la tazzina, la fisarmonica di Guillermo mi riporta in quelle strade, mi fa sentire i profumi di certe ore tristi, delle notti che mi avvolgevano. Le sue rughe hanno un fremito. Mi pare di vederlo, continua, seduto sul suo sgabello davanti il Teatro Nacional Cervantes, e invece siamo sotto un’impalcatura in una città che, chissà perché, ci ricorda Aires.
Gardel, non so se lo sa, morì per uno stupido incidente durante una tournée nel sud America. Aveva solo cinquant’anni. Due aerei si scontrarono prima del decollo sulla pista dell’aeroporto di Medellin. Il suo prese fuoco. Gardel morì carbonizzato, come i suoi due chitarristi. Guillermo si chiama come suo nonno. El guitarrista Guillermo Barbieri seguiva da anni Gardel dappertutto.
Le cose vanno così, caro signore, un giorno te la spassi e il giorno dopo non ci sei e la tua famiglia deve fare i conti con ristrettezze e miseria che prima non conosceva. E non parlo della famiglia di Gardel, naturalmente. Quando Guillermo Barbieri morì nello stesso aereo dell’uomo che da anni era un mito argentino e che la morte avrebbe fatto ascendere al livello degli eroi nazionali, suo figlio aveva dieci anni. Era il 1935. Continuò a suonare la chitarra che gli aveva regalato suo padre. Suonò e suonò, malgrado non avesse un gran talento. Il talento di Guillermo passò tutto direttamente al nipote con lo stesso nome. Lo ha sentito suonare, señor, ha visto di cosa è capace. Per avere una sua voce, per non essere solo il nipote del vero Guillermo Barbieri, il chitarrista di Gardel, ha imparato a suonare la fisarmonica.
Poi rimane in silenzio e non capisco se aspetta una mia impressione sulla musica di Guillermo, il suonatore di fisarmonica. La ruga sulla guancia destra ha un leggero fremito. Credo stia ricordando qualcosa. Una nuvola passa davanti al sole. Cala un buio imprevisto sul tavolino. Una donna di mezza età sta parlando al telefonino. Si ferma e gesticola, come se avesse l’interlocutore di fronte. Sei un bastardo, dice. Finalmente il suonatore di tamburello alza gli occhi dalla tazzina. Guarda la donna. Siamo diventati così, dice.
Come mai siete in Italia, chiedo, tanto perché il silenzio non abbia la meglio e ci porti in pensieri dolorosi. Forse perché il cognome di Guillermo, dice l’uomo, l’ha spinto qui. Lui pensava a un ritorno nella sua prima patria, invece si è solo allontanato, e io con lui. È da tanto tempo che siamo in Italia, io avevo da poco compiuto quarant’anni.
L’altro chitarrista, se vuole saperlo, dice lui, si chiamava Angel Domingo Riverol. Ma la starò annoiando, lei avrà sicuramente da fare e questo non è il tempo di un caffè. Abbozza un sorriso che si scontra con le rughe profonde sulle guance. Abbiamo girato diverse città, da qualche anno siamo qui, ci sono tanti sudamericani, per quello che può contare, forse perciò ci piace suonare per queste strade. Ha ripreso a guardare la tazzina. Nel fondo deve leggere un messaggio che io non posso vedere.
Devo tornare da Guillermo, mi dice, non gli piace rimanere tanto a lungo da solo. Senza di me si sente perso, la musica manca di passione, il ritmo viene meno. È lui a dirmelo, señor. Non stare tanto via, mi dice. Il tempo di un caffè, rispondo. Alza gli occhi. Una fisarmonica ha sempre bisogno di un tamburello, una pandereta, sentenzia, e non capisco se l’affermazione sia da attribuire a lui o al suo amico.
Si alza e io so che sta guardando una strada di Buenos Aires. Trattiene nella mano sinistra il tamburello, che non avevo visto, che vibra leggermente. La gente va e viene sotto questi portici e in quella strada, dall’altra parte del mondo, dove in questo stesso momento il suonatore di tamburello si è alzato da un tavolino di un bar e ha disteso le rughe profonde in una specie di saluto. Fa qualche passo, poi si gira verso di me. Ah, señor, dice come se stesse recitando la battuta finale di un film in bianco e nero, se dovesse cercarmi, se avesse mai bisogno di un suonatore di tamburello, il mio nome è Angel Domingo.