Il museo immaginario/1
Il sorriso di Kouros
Inizia la costruzione di un museo immaginario per consentire all'arte di contrastare il potere violento della forza. Per esempio, con il sorriso di Kouros, la statua che sta alla base della creatività greca
È solo un sogno per sottrarmi allo sgomento di un mondo in bilico sul baratro di una guerra senza fine. Un mondo che, abbandonando le regole e la tensione mai pienamente soddisfatta del diritto, si consegna alla tirannia della forza, alla logica del profitto, alle manipolazioni della tecnologia digitali e delle comunicazioni di massa, annegando in un mare di realtà camuffate e trabocchetti visivi. La creatività addestrata a produrre finzioni. Perché allora non costruirci su un museo da confezionare per i posteri come monito, testimonianza d’allarme sulla confusione di quest’epoca di incerte, devastanti simulate certezze? Un museo della menzogna raccontato dai miraggi di immagini in cui oggi l’umanità e il rispetto di ogni forma di vita si scolorano in nebbia…
No, troppo vago, dilatato e ambizioso il progetto. Rischierebbe di dirottarmi fuori dai confini dell’arte che abito con più padronanza verso il dominio egolatrico dei social, o quello sin troppo inflazionato degli spettri dell’intelligenza artificiale. Al disagio dell’oggi molto più fecondo arrivarci da un altro versante.
Ma all’idea di un museo più piccolo e tutto mio non rinuncio. Credo che ognuno di noi dovrebbe farsene uno, da usare come ghiacciaia dove conservare, come cibi pronto uso, le immagini che ti hanno illuminato la strada e che oggi sfuggono spesso alle rigide gerarchie della critica d’arte. Immagini fuori classifica e fuori moda, perché retrocesse in secondo e terzo piano e spesso dimenticate come parentesi eccentriche e fuori schema, anche se hanno concorso a fare la storia, aiutando a capirne meglio i processi. A restituirci il filo d’Arianna di relazioni, confronti, divagazioni con cui l’arte, grande stampella del mestiere di vivere, moltiplicando i punti di vista ci spinge ad addentrarci nel labirinto del tempo che viviamo, interrogando e lasciandoci interrogare dai capricci della mente, dello sguardo e della memoria.
Dalla memoria riaffiora l’eco remoto dell’esperienza visiva con cui ho deciso di aprire il percorso del mio museo immaginario. È il ricordo di una statua, datata VI secolo a. C., che ha catturato la mia attenzione tanti anni fa in una sala del museo archeologico di Firenze, dove è ancora esposta (nella foto accanto al titolo). Acquistata a inizio Novecento da Luigi Adriano Milani, primo direttore del museo, proviene da un santuario dedicato ad Apollo, divinità che probabilmente rappresenta. Più generico ma più indicativo l’altro nome che in didascalia battezza quest’opera, Kouros. È un sostantivo che sta per giovanetto, un adolescente che sta sbocciando. Scelto come modello di virtù. All’inizio per designare come offerta votiva la forza emblematica di un Dio che governa ragione e poesia. Ma poi esteso a glorificare e a rendere omaggio alle imprese di un figlio, un parente, un amico scomparso che primeggiava in battaglia o negli agoni sportivi.
Una sanzione morale ed eroica, che moltiplicata al plurale in centinaia di esemplari, in una continua evoluzione di varianti, segna la lunga stagione, otre due secoli e mezzo, dei kouroi, e sancisce l’atto di nascita dell’arte plastica greca, seme prezioso della cultura d’Occidente, ma anche della volontà di dominio della sua aristocrazia su quell’Oriente da cui prende in prestito e subito travisa le conquiste e le mosse.
La svolta è innescata dall’attivarsi di una committenza che crea e dischiude mercato, per la capacità creativa di botteghe di maestri dello scalpello che operano in varie aree della Grecia, alimentando stili e modi diversi di interpretare lo steso leitmotiv della gioventù virtuosa e vincente.
Evocata a testimone del prestigio e dell’onore di uno spicchio arrembante delle famiglie dell’epoca, che si stanno facendo largo nella società post micenea.
Da un punto vista formale, a caratterizzare questo processo che sfocerà in un movimento inarrestabile di fioritura artistica è la decisione di portare in primo piano come verità fondante della specie la presenza carnale e tridimensionale del corpo umano. Non si parte da zero. Di fronte, questi scultori allo stato nascente hanno un modello consolidato, ereditato dall’arte a tutto tondo d’Egitto: le statue dei faraoni.
L’Apollo-Kouros di Firenze ne riprende la postura frontale, l’imponenza delle dimensioni ingigantite ed esplorate anche sul retro, la posizione dei piedi, il sinistro spostato lievemente in avanti, il primo passo di una marcia trionfale a cui accenna anche la scultura esposta in Italia, nonostante l’amputazione del fondo gambe con cui ci è arrivata. E poi la stilizzazione con cui è resa l’acconciatura dei capelli che ricadono lunghi e squadrati sul collo, la fascia dei muscoli dell’addome, il gioco dei tendini del ginocchio. Gli artisti greci fanno però un passo in più verso un traguardo di verità. Il corpo dei faraoni è coperto, per non svilirne l’assoluto potere. Quello di questo e di tutti gli altri kouroi è nudo, scolpito in uno stato che ne esalta la virilità senza censure. Bandiera di un patriarcato più marcato e consapevole sventolato ad esaltarne la supremazia. Dettaglio ideologico che salta subito agli occhi se registriamo accanto a quello maschile il campionario coevo altrettanto esteso delle figure femminili: tutte coperte da tuniche, manti, scialli, che le imprigionano in un pudore e in un vincolo di defilata riservatezza senza alternativa. Era già così secoli prima ai tempi dell’epopea omerica, su cui tornerò per tirare le somme e rimarcare le profonde differenze.
Il messaggio di questo cimelio è chiaro. La vita che, profumata dalla virtù, si spinge oltre la morte. L’esistere che invoca l’Olimpo per trovar senso e continuità nel mistero dell’essere, dimensione impalpabile e lontana da noi come la fisionomia di questi kouroi, che non a caso diventeranno col tempo le sentinelle del regno delle idee postulato da Platone.
Vita e morte dunque. A saldare, in un balzo verso la beatitudine questi due stadi, un ultimo sigillo. Il sorriso, o meglio un accenno di sorriso, un’increspatura quasi da fumetto delle labbra, messa ancor più in evidenza dal naso corvino dell’Apollo da Firenze. Un particolare che accentua il distacco di quell’espressione di benevolenza quasi beffarda. Forse troppo beffarda, ma è solo un’ipotesi, una fantasia che mi è venuta in mente, sfogliando a confronto su Internet la sterminata galleria di immagini che scandisce l’evoluzione dei kouroi e il loro impatto generativo sulla scultura greca. E se fosse stata proprio questa forzatura così stridente a far saltare il sistema che governava l’impalcatura di semplificazione e rarefazione della recitazione di quelle prime parvenze umane? Sfogliate con attenzione su Internet quel repertorio di giovani giganti. Passo dopo passo, con le differenze che ogni area di botteghe dello scalpello comporta: insieme all’appianarsi del sorriso, sempre enigmatico ma dai toni più smorzati, cresce una modellatura del corpo e dei muscoli più accurata, una morbidezza di tocco, un uso più consapevole dei giochi di luce. Insomma emerge un’ansia di verità che ravvicina sempre più la realtà del corpo e del sentire umano e avvia l’arte della scultura verso le straordinarie conquiste della statuaria classica.
Siamo arrivati al V secolo a.C. È la grande stagione della filosofia, una sequenza di tre maestri strettamente collegati come Socrate, Platone e Aristotele, che trova il suo fondale di scena nell’Atene di Pericle, le sue quinte più prestigiose tra gli edifici del Partenone, eretto come monumento alle aspirazioni di espansione e dominio di quel grande e longevo capo politico e alla fondazione della democrazia come modello di governo del popolo a cui oggi ancora ci ispiriamo nella memoria, spesso distorta che gira, gettonatissima sui social. Dimenticando di pesare sulla bilancia limiti e lacune di un modello di società basata sullo schiavismo, sull’esclusione delle donne e sul moltiplicarsi delle guerre di conquista che portarono Atene verso il naufragio.
Rischia di scorrere via in questo sguardo retrospettivo troppo sommario anche la presenza sul Partenone dello splendido girotondo di korai, che reggono come cariatidi le trabeazioni dell’Eretteo. Eppure è l’ultimo guizzo di sopravvivenza, al femminile e come invenzione architettonica, dell’era arcaica dei kouroi, che si specchiava a contrasto nella rivoluzione formale delle metope di Fidia sul tempio di Atena.
Impossibile che Pericle non abbia in mente quelle statue giganti e il distacco del lieve sorriso che ne esalta le labbra. È stato probabilmente proprio lui a inaugurarle. Eppure nel suo ultimo intervento pubblico, sembra aver completamente dimenticato l’ammonimento di compostezza di quelle immagini che galleggiano tra il divino e l’umano. È il 429 a.C., ad Atene, già sfiancata dalle guerre che lui ha scatenato e non sempre vinto, infuria la peste. Tra le vittime del morbo, che pochi mesi dopo porterà via anche lui, c’è anche suo figlio minore, il più amato, esposto lì in piazza. Pericle parla per consolare e incoraggiare i suoi cittadini, ma alla fine del discorso si avvicina alla salma e non riesce a trattenere il pianto. Una scena che resta scolpita nella memoria e continua ad essere tramandata. Platone non era ancora nato, ma se ne sente ripetere il racconto chissà quante volte. E poi ne fa uso anche lui, in uno dei suoi testi più laboriosi e più noti, la Repubblica, in cui esalta la sua idea aristocratica di un governo affidato ad una ristretta cerchia di migliori. E lì cita il gesto di Pericle come cattivo esempio. Non si può esercitare il potere, esternando così la propria debolezza. Ha un conto aperto con le lacrime Platone, le aveva già bandite, in un suo dialogo giovanile, attraverso le parole del suo maestro Socrate che invitava gli amici a non ammettere donne allo spettacolo della condanna a morte che si sta infliggendo. Si commuoverebbero e scoppierebbero in lacrime, inquinando la lezione morale che vuol consegnare al mondo. È il sorriso da kouros, la modalità con cui vuole che si tramandi il suo sacrificio.
La compostezza della virilità contro l’emotività che condanna alla sudditanza il mondo delle donne. La Ragione contro il Sentimento. No, la creatività non può reggere confini così rigidi, che l’arte classica infatti demolirà inseguendo verità umane che senza rinnegare la tensione ideale per l’assoluto non possono che precipitare nell’irrealtà. Non c’è ritorno all’ordine che possa scacciare alla lunga la vitalità del disordine, l’energia immaginifica del conflitto. In un ripetersi di cicli che governa il movimento ininterrotto della storia.
Ma quella presa di posizione apre comunque una piaga profonda nella trama partecipata della cultura occidentale, che riemergerà e tornerà periodicamente ad infettarsi, in altri modi e altri tempi. La democrazia, che oggi vacilla per le difficoltà crescenti della politica ad accettare di pagar dazio a un bilanciamento di poteri che offusca il suo decisionismo, trova la sua giustificazione più nobile proprio nell’elogio di Platone della riservatezza come asse centrale dell’arte di governo. È però, per dare sostegno a questa teoria che il filosofo compie, a mio avviso, due vistosi scivoloni. Tradisce l’ambiguità dei kouroi e delle korai che prende a modello, impoverendo la capacità di quelle visioni scultoree di oscillare con l’enigma del loro sorriso sul ponte tra la vita e la morte e dar senso ad entrambe. E volta le spalle alla ricchezza di spunti di approccio alla realtà umana dei poemi e dei miti omerici, sui quali è maturata la sua stessa formazione e quella di tutti gli intellettuali del suo tempo, favorita dalla traduzione avvenuta meno di cento anni prima, sotto Pisistrato, di quella raccolta di versi cantati nella versione scritta che ancor oggi fa testo. Platone, che pure non nasconde la sua ammirazione per l’Iliade e l’Odissea, cita esplicitamente quei poemi come esempi da accantonare. No, nella sua Repubblica non c’è posto per quel cast di personaggi che come Pericle si sono consegnati al linguaggio e allo sfogo del pianto. Già, troppe lacrime le versano tutti, uomini e donne, ad ogni svolta del racconto. Per ragioni diverse. Senza barriere di sesso. Per manifestare rabbia, rancori, invidia, malinconia, dolore, lutto, impotenza. Anche nell’aldilà. Nel suo viaggio nell’Ade Ulisse raccoglie i singhiozzi disperati di Agamennone che racconta la sua uccisione ordita al ritorno dalla moglie. Negli inferi trova anche lo spettro di Achille. Lui che di lacrime ne ha versate e condivise tante non si concede più il pianto. Ma solo il rimpianto di non essere più in vita, condannato a un letargo senza fine.
Piangono in quel mondo scolpito dal valore esemplare del mito, da cui Platone prende le distanze, anche gli dei: anche per loro la morte può essere un baratro. Ancora più carico d’amarezza perché procurato dai loro capricci come insegna la sorte di Adone. Solo Apollo non piange. E neppure prova pentimento. Tra le tante infamie che l’Olimpo ci ha consegnato, lui, almeno ai nostri occhi di lettori tifosi di Omero, ne ha commessa una difficile a perdonare. Un’infamia da baro. Nella battaglia ancora incerta tra Ettore e Achille interviene ad accecare e stordire l’eroe troiano, impedendogli di parare l’ultimo fatale assalto dell’arrogante e furioso campione greco, che la condivisione di lacrime, versate insieme a Priamo, il padre venuto a recuperare la salma del figlio, riscatteranno. Un particolare che avevo, come tanti credo, cancellato dalla memoria. Grazie a Matteo Nucci, autore di un prezioso libro, Le lacrime degli eroi, pubblicato da Einaudi, che includo come un cimelio imperdibile, come chiave di rilettura essenziale nel mio museo.
Ecco tra quelle pagine ho trovato la spiegazione del disagio, mescolato all’ammirazione, che ho provato di fronte al sorriso sbilenco dell’Apollo di Firenze. Quasi un ghigno. Una smorfia che mi ha richiamato alla mente il broncio ostentato di Trump, osannato e vituperato eroe della menzogna, che è ormai barometro della tempesta di guerra che stiamo tutti vivendo. Quando parla ai suoi obbedienti seguaci a volte sembra sorridere anche lui. Ma è un insulto alla profondità che il sorriso può raggiungere. Penso all’enigma iscritto sulle labbra della Gioconda di Leonardo, grande attrazione del Louvre. Un salto d’immaginario che esalta quella pagina sublime e iper-gettonata di Rinascimento. Un riserbo che protegge il pudore di una dama, restia – è una tesi accreditata da molti esperti – a farsi ritrarre per via di un lutto recente, specchiandolo nello spettacolo di quello scorcio di paesaggio che fa da fondale al dipinto. Vita e morte che avvolgono nello stesso abbraccio anche il palcoscenico inorganico e senza sesso della Natura.