Silvio Perrella
Testo a fronte/14

Il silenzio mormorante di Leucosia

«Non ero solo, quel pomeriggio. I tornanti che portano a Gradola ce li eravamo lasciati alle spalle, viaggiando su una corriera saltellante. E poi, dopo aver percorso una stradina, ci eravamo fermati “da Giovanni”...»

Con questo racconto inedito di Silvio Perrella prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.


Lei quel museo lo conosceva a menadito: il susseguirsi delle sale, la loro scansione tra periodi e stili, i luoghi in cui sostare e perfino era in amicizia con alcuni dei custodi.

– Ci sai arrivare all’isola del musei, vero? Ci vediamo all’ingresso della Alte Nationalgalerie. Ti va bene al centro del pomeriggio?

Ci sapevo arrivare e mi andava bene anche l’orario, soprattutto perché un po’ vago. Per dire tutta la verità, al centro del pomeriggio avrei voluto incontrare Nefertiti, che se ne stava tutta sola in una sala di un altro museo contiguo. Rivedere quel suo sguardo sfingeo vuoto a metà, girare intorno al turbante, medicare con gli occhi l’orecchio malmenato dall’usura. Farsi tornare in mente la copertina del disco di Miles Davis.

Ma ci saremmo potuti andare dopo. Dopo, quando?

Dopo che Alessandra mi avesse condotto dinanzi al suo Friedrich preferito, al suo Caspar David, come lo chiamava con familiarità un tantino altera. Erano anni che studiava quel dipinto e aveva anche beneficiato di un recente restauro che ne aveva dissotterrato i “pentimenti”.

Che bella parola! Si chiamano così – pentimenti – le versioni sottostanti al quadro che noi vediamo: i dubbi della mente, i tentennamenti della mano, gli slittamenti dell’immaginazione.

I pittori, come i poeti, si avvicinano per tentativi alla forma necessaria. E di questi tentativi ci sono tracce negli strati sottostanti alla pittura che ha infine trionfato. E in quegli strati i ricercatori in camice bianco e mascherine avevano trovato addirittura dei velieri. Sembra che fossero tre, le vele ampie in attesa che il vento gli trasmettesse la gioia dei viaggi.

 

Ci sapevo arrivare, sì, ma quella volta avevo finito per perdermi. Ed ero arrivato in ritardo al vago appuntamento. Ma per fortuna Alessandra era ancora lì ad aspettarmi. E anche la sala dei Friedrich non se ne era andata a navigare per i canali di Berlino.

Ci fermanno dinanzi al “Monaco in riva al mare”. E mentre Alessandra parlava del suo quadro, il mio sguardo si sgomentava perdendosi in quel vuoto volatile e vibrante.

Una figurina vestita di nero in piedi su una scogliera – un monaco, un uomo penitente, un viandante povero – e di fronte il mare inquieto, trafitto dai venti, schiumeggiante di onde, solitario e prossimo all’infinito.

– Guarda il cielo -, m’invitava a fare attenzione la mia amica.

Era corrusco, quasi tumefatto, affollato di nuvole maligne e soprattutto ampio, dilagante, grattato di colori foschi.

– Vedi, prende da solo i tre quarti del quadro.

Io guardavo anche le fotografie fatte dai restauratori, le vele retrocesse dal pittore sotto la superficie del quadro. Doveva aver deciso che tra l’osservatore e l’orizzonte non dovessero esserci ingombri, solo vuoto vorticante, onde in lontananza e tutto il cielo possibile.

Ci potevi stare ore e ore lì davanti, ma proprio per questo, non so bene per quale movimento obliquo, forse per cercare una requie dello sguardo, sia Alessandra sia io eravamo scivolati nella sala attigua.

E lì luccicava un mare incorniciato da una Grotta.

– È la Grotta Azzurra, la riconosci?

La Grotta Azzurra a Berlino?

– Sì, fu un tedesco, August Kopisch, a battezzarla con questo nome e quello che vedi un suo quadro.

Era un suo quadro, sì. Ne sapevo qualcosina, ma soprattutto quell’immagine mi faceva tornare alla memoria un’esperienza fatta qualche anno prima, che di rado avevo raccontato e sempre con inquietudine.

Invitai Alessandra a mangiare un boccone in un locale che si apriva a un passo dal museo e che avevo adocchiato prima di varcare la soglia.

Birra? Vuoi della birra? A me aiuterà a sciogliere la lingua.

 

Non ero solo, quel pomeriggio. I tornanti che portano a Gradola ce li eravamo lasciati alle spalle, viaggiando su una corriera saltellante. E poi, dopo aver percorso una stradina, ci eravamo fermati “da Giovanni”.

Sedie a sdraio e lettini collocati sui terrazzamenti, un chioschetto, viavai di piattini e bicchieri, amici stesi a prendere il sole. Quasi estate.

Ci tuffammo. Acqua profonda, intensa, smaltata, raggi luminosi a squadernarla. Sgranchirsi di braccia e di gambe. Ampie prese di fiato.

Nuotare, finalmente, distendendo a più non posso il corpo nell’acqua.

Quando fummo di nuovo in terraferma, uno degli amici ci disse: ma sapete che la Grotta Azzurra è qui vicino. Potreste andarci a nuoto, quando deciderete di farvi un’altra nuotata.

Qui vicino? La Grotta Azzurra? Non ne avevo idea.

Quanto vicino? Non tante bracciate, mi fu risposto.

E fu così che quando ci rituffammo avevamo una meta.

Non tante bracciate, sì, ma quante?

Era come dire: ci vediamo al centro del pomeriggio. Una precisione vaga. Un’indicazione ambigua. Ma affascinante.

Nuotavamo già da un po’ e il sole scendeva rapido e la Grotta Azzurra non l’avevamo ancora raggiunta.

Andiamo avanti ancora un altro po’?

Andammo, ma la nostra meta sembrava irraggiungibile.

Cominciavamo a sentire qualche dolorino ai muscoli e il fiato in ammanco.

Decidemmo di tornare, solcando il semibuio di un tramonto già avvenuto.

Gli amici ci aspettavano sulla piattaforma. Erano visibilmente preoccupati.

Nessuna Grotta Azzurra, eppure abbiamo nuotato abbastanza, dicemmo.

Si guardarono tra loro e alzarono il sopracciglio, ma non dissero nulla. L’essenziale era che fossimo tornati sani e salvi.

Passarono anni.

Non sai mai, Alessandra, come il tempo passi.

Ma passa inesorabile, frusciante di desideri perduti, pronto a incenerire ogni cosa.

A volte però misteriosamente torna su stesso, si riavvolge come un serpente o un sibilo.

E di nuovo mi trovai a Capri. Ed era anche quella volta un pomeriggio slargato di possibilità. E a Gradola ci ero arrivato a piedi, venendo giù per sentieri che da Anacapri scoscendono così ripidi che mi era parso che il mio corpo si sarebbe presto ribaltato in avanti e sarei precipitato nel vuoto.

Senza ancora saperlo, laggiù in fondo avevo un appuntamento, come quello con te oggi, sì, ma tanto diverso.

– Vuoi altra birra?

– Credo sia necessaria, che ne dici?

Adesso sapevo che sarei potuto andare a piedi fin quasi all’ingresso della Grotta.

E lì e lì…

Non c’era più nessuno e anche le imbarcazioni si erano come liquefatte nel mare. Silenzio interrotto dallo sciabordio delle onde.

Intravidi una catinella che veniva giù dalla roccia e s’infilava in una fenditura.

Era lei, proprio lei?

Mi tuffai. E, aiutato dalla catinella, aspettai l’onda giusta per entrare. Questa volta l’Irrangiungibile era lì, ed era tutto un buio maculato.

Nuota, mi dissi, non farti intimorire. E nuotai a braccia estasiate in quel buio, fin quando l’istinto mi disse di voltarmi.

La luce mi aveva seguito e fino a quel momento mi era stata incollata alle spalle e adesso si diffondeva nell’acqua. Era come Kopisch l’aveva battezzata.

Ma nel suo quadro, cara Alessandra, Lei non compare.

– Lei? Potresti essere meno vago?

E come faccio? Sarebbe come definire con esattezza il cielo del dipinto di Friedrich che al centro del pomeriggio mi hai fatto vedere oggi.

Sarebbe come dare la parola alla figurina tutta nera dinanzi al frastuono silenziosissimo del mare che tanto ti affascina.  Alle vele scomparse.

Saresti capace?

Entrando nella Grotta avevo intuito qualcosa di particolare. Forse non ero solo come pensavo? Ma laggiù, almeno che non si percuota la superficie del mare con piccoli schiaffetti, ogni cosa perde la sua fisionomia e ognuno è chiamato a un tu per tu con se stesso.

Sentivo il gocciolio che veniva a ralenti dalle stallattiti. Le onde esterne sembravano fermarsi sulla soglia e fare dietrofront ritornando a capo chino in mare aperto.

D’improvviso sentii un fruscio misterioso e insieme chiaro; sembravano campanelline intonate a cantilena; o forse era piuttosto un sussurro che s’avvicinava e poi tornava nella riluttanza, qualcosa di molto simile alla risacca.

Avevo tutti i sensi desti e insieme ero pronto al sonno. Immaginai che un pesce di discrete dimensioni avesse fatto tana proprio lì e che la mia presenza gli desse noia.

Guardavo l’azzurro e ne avvertivo la leggerezza come di acqua minerale, lievemente increspata dal mio fiato titubante.

Ero quasi immobile, galleggiavo, la testa fuori dall’acqua come un radar pronto a cogliere ogni dettaglio o a spegnersi d’improvviso.

Sentii un contatto scivoloso, qualcosa che non sapevo dire se fosse fatto di squame o di pelle.

Il fruscio divenne un gorgoglio.

Il mare divenne elettrico.

Finché Leucosia apparve con una semplicità disarmante.

– Dici la Sirena?

Esatto, proprio Lei.

– E come hai fatto a capire che fosse proprio Lei?

La Grotta Azzurra non è lontana da quel piccolo arcipelago che qualcuno chiama i Galli e altri Sirenuse e di Punta Licosa si può immaginare la luce a cerchio del faro.

Si dice che lì le Sirene avessero fatto patria.

Ma sai come sono queste cose: leggende, flatus voci, dicerie, invenzioni, roba che finisce negli Atlanti.

– A volte però le leggende si basano su dati reali, su qualcosa che ha preso una forma tangibile e poi si è inabissato.

Non so perché, ma sapevo benissimo di stare miracolosamente al cospetto di Leucosia.

– E che forma aveva?

Posso solo dirti che era così bella da far retrocedere tutto il fascino che avevo provato fino a un attimo prima per la Grotta per la sua acqua per quel pomeriggio così largo di potenzialità.

Aveva una chioma riccioluta, due seni piccoli con l’aureola simile a un’isoletta rosea, le spalle di una bimba, le gambe lunghe e affusolate.

– Aveva i piedi o una singola pinna da pesce?

Non so lo, non mi mostrò quella parte del suo corpo.

– E proferì parola?

Solo un silenzio risonante; mi sembrava una musica fatta di ritrosie, con note che si alzavano di un’ottava con naturalezza e tornavano al tono precedente sinuosamente.

In quel silenzio avvertivo insieme malia e malinconia.

Aveva prima occhi scurissimi e poi così chiari che si mescolavano all’acqua della Grotta.

Se ne stava a guardarmi mescolando curiosità e timidezza.

Dall’incontro con il gran viaggiatore dei mari antichi gli doveva essere rimasta attaccata addosso una diffidenza che aveva inspessito la sua pelle.

Si mostrava così com’era perché credo sapesse che il mare era diventato ormai il suo vestito.

La nudità dell’acqua e la nudità della sua epidermide erano una sola cosa.

– E poi, poi cosa avvenne?

Per dirtelo, oltre alle birre, bisognerebbe alzare il grado alcolico come si alza di un tono la voce.

– E adesso invece sai cosa vorrei tanto fare?

– Vorresti andare a salutare la tua Nefertiti; lo fai sempre quando vieni a Berlino.

– Esatto. Ma a quest’ora i musei avranno chiuso i battenti. E Nefertiti starà nella sua stanza a guardare nel vuoto; ascolterà la tromba lunare di Davis, mentre i battelli e la metropolitana lambiscono l’isola dei Musei; e i suoni della tromba e i rumori dello sciabordio e dello sferragliamento la immergono in un dormiveglia dove il Tempo fa mulinelli.

D’altronde anche per noi è giunto il momento di tornare sui nostri passi, di retrocedere verso noi stessi, di scortare il cuore nel rifugio a grotta del petto.

Io domani tornerò dal mio monaco nero continuando gli studi che mi appassionano.  Lo metterò a confronto con quel che ha suscitato in filosofi critici e poeti.

Io, cara Alessandra, partirò domattina. Tornerò verso Sud. Chissà che non mi capiterà di approdare alle falesie che si alzano dopo Vico Equense e proseguono fino a Sorrento, un unicum in tutto il paesaggio della Costiera, che forse sarebbe piaciuto a Friedrich se avesse mai deciso di onorare il Grand Tour.

E da lì scruterò ancora una volta il vicino orizzonte, l’isola calcarea fatta di dirupi e di grotte gocciolanti di miraggi.

Ci rivedremo, cara Alessandra; ci rivedremo la prossima volta che l’onda a sussulti dei viaggi mi spingerà fino a Berlino, sempre che il Tempo, Leucosia e Nefertiti lo vorranno.

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